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mercoledì 13 aprile 2022

[Recensione] Martin Mystère n. 386 - "I suoi primi 40 anni"

 Martin Mystère n. 386 (mensile)
"I suoi primi 40 anni"

Storia: Alfredo Castelli
Arte: Giancarlo Alessandrini, Rodolfo Torti, Alfredo Orlandi
Aprile 2022
 
 Una celebrazione diversa da ogni altra Sebbene sia inutile precisarlo, dobbiamo ribadire che con, questo albo, Alfredo Castelli festeggia i quarant'anni di vita editoriale del suo personaggio, e lo fa con la solita, felice arguzia di proseguire nel solco della tradizione, pur proponendo una storia celebrativa completamente diversa da quelle che l'hanno preceduta. La tradizione esige l'immancabile riunione dello scrittore e dell'artista che hanno dato il via alla serie, impegnati a raccontare una vicenda che ha dichiaratamente un sapore di altri tempi, ma narrata con quella tradizionale (appunto) e apparentemente inimitabile tecnica a intreccio Castelliana che la rende sempre attuale, con la sua complessità di costruzione su diversi piani temporali, arricchita dagli impagabili "racconti nel racconto" (dove azione, dialogo e documentazione storica si fondono in un mirabile continuum narrativo), propulsa dalla connessione di indizi e chiavi di lettura che ogni personaggio fornisce quasi inconsapevolmente, e infine graziata da quel raffinato e incomparabile talento affabulatorio di cui Castelli è umile maestro: anche ciò appartiene a una solida tradizione, ormai così gravemente rarefattasi da spingere certi lettori a criticare/stroncare semplicemente per non aver capito la struttura della trama; è la tradizione mysteriana della lettura che richiede impegno e partecipazione, perchè bisogna "usare il cervello", cogliere i collegamenti e trarre le conclusioni da soli, senza che tutto ci venga servito già pronto. Altrettanto tradizionale, sebbene qui declinata in modo inedito (nello stile del famoso "parliamo di noi") è la celebrazione di diversi anniversari in una sola occasione, con la cruciale differenza che, almeno per questa volta, Castelli festeggia giustamente se stesso e gli anniversari delle proprie opere (L'Omino Bufo, Zio Boris, gli Aristocratici) invece che dare spazio ad altri genetliaci della letteratura, della scienza, eccetera eccetera. L'operazione non si ferma qui, perché gli omaggi sono variegati quanto diffusi nella trama della storia, e vanno dalla lode agli appassionati della serie alla storica vicissitudine dell'intramontabile edizione turca della stessa. Ma abbiamo parlato anche di originalità del modo di celebrare l'occorrenza, e infatti la storia è concettualmente diversa da quella di 10 anni dopo (Martin Mystère n. 121), di cui pur riprende l'indagine su un mystero con radici storiche, da quella di Vent'anni di mysteri (Martin Mystère n. 241), di cui pur riprende l'appartamento di Washington Mews abitato da estranei, da Anni trenta (Martin Mystère n. 320), di cui pur riprende l'idea di riproporre un albo storico in versione inedita: per la prima volta, infatti, Castelli sfrutta un albo celebrativo per svelare l'enigma di un'indagine mysteriosa a cui era stato fatto cenno agli inizi della serie, ma di cui non era mai stato narrato alcunché, sebbene fosse stata ri-citata a scopo commemorativo nel suddetto 10 anni dopo. E' la vicenda del fantasma del Topkapi, la cui esistenza è nota sin da Operazione Arca (Martin Mystère n. 3), storia in 64 tavole di cui questo albo n. 386 propone, in appendice, una versione di lavorazione inedita. La risoluzione del caso dà vita a un intreccio inevitabilmente celebrativo sotto tutti i livelli, graziato da una notevole ricchezza di annotazioni e spunti su cui riflettere, sia per cogliere i già citati omaggi, sia perché invita a considerazioni di vario tipo sulla persona e la psicologia dei protagonisti. 
 "Martin sono io" Alla costruzione della vicenda contribuiscono tematiche storiche opportunamente mysteriose (come il santuario neolitico di Göbekli Tepe), fascinazioni letterarie come la genesi della versione occidentale delle novelle de Le mille e una notte, le varianti e i capovolgimenti di miti/favole come il giudizio di Paride o la stessa vicenda di Alì Babà e i quaranta ladroni, la trasformazione di eventi reali (benché inesplicabili) in mitologie religiose, le curiosità storiche come gli Automi del Rinascimento Islamico, e altro ancora: se in certi casi si tratta di novità per il panorama fumettistico mysteriano, in altri casi si tratta invece del ritorno di elementi noti in una nuova declinazione. E' ormai impossibile capire quando l'argomento venga meramente "usato" da Castelli per costruire la storia, e quando invece esso rappresenti una sua genuina passione, tanto curata e accattivante è l'eloquenza con cui i testi li illustrano, in ogni caso. Oltre all'impianto dell'intreccio mysterioso-culturale e all'immancabile dose di azione, con inseguimenti e sparatorie in cui per una volta ha senso che il protagonista ne esca obbligatoriamente illeso, c'è l'immancabile spazio per l'altro versante di questo fumetto che ha contribuito a far sopravvivere Martin Mystère fino a oggi, e cioè la peculiare caratterizzazione del personaggio, con le sue idiosincrasie, le sue passioni, i suoi affetti, il suo pensiero laterale, il suo modo signorile e auto-ironico di affrontare anche le situazioni più avverse (e di certo, in una vicenda che commemora i traguardi della serie, una certa ironia sui suoi difetti ricorrenti non può mancare): da qui si arriva in modo naturale (oltre che a ricordarci ancora una volta quanto di se stesso Castelli abbia riversato nella serie di Martin Mystère per decenni) al coinvolgimento dei comprimari della testata, sebbene meno corale che negli eventi celebrativi precedenti, da Diana Lombard a Java, passando per Chris Tower, Max Brody e (insolitamente) il mago Aldous Morrigan. Diana, inoltre, funge da cardine per esaltare altre due tematiche della vicenda, entrambe molto care a Castelli.
 Scettico o non scettico? La prima tematica è il conflitto tra scetticismo e creduloneria di Martin Mystère, il quale vive la contraddizione di condurre un programma sui mysteri del mondo che ripropone all'ennesima potenza lo scetticismo di organizzazioni come il CICAP, mentre la sua vita privata lo ha condotto ad avventure in cui ha sperimentato ogni genere di realtà impossibile, dal paranormale degli spettri al misticismo orrorifico dei Grandi Antichi, dalla "vera" storia del mondo con Atlantide e Mu alla censura attuata dalla cospirazione mondiale occulta degli Uomini In Nero, dalle ripetute visite di esseri alieni sulla Terra alla realtà fisica degli oggetti sacri più favoleggiati. Quale dei due è il vero Martin? Come si risolve questa contraddizione? Scopriamo ora che Martin desidera vivere avventure impossibili, e recuperare prove con cui convincere quella scettica razionale di sua moglie, ma nello stesso tempo è la sua stessa mente a riscrivere i propri ricordi, per razionalizzare e accettare gli eventi impossibili di cui fa esperienza; e infatti Diana, che per lui è l'ancora razionale che mantiene entrambi coi piedi a terra, lo "accusa" qui di affrontare l'enigma di turno in modo totalmente razionale, affermando implicitamente che Martin immagina di essere molto più credulone di ciò che è veramente. Molto realisticamente, quindi, la personalità di Martin non è monodimensionale come quella di un personaggio dei fumetti: non esistono il bianco e il nero, ma solo un'infinità di sfumature di grigio che sono il risultato della sua costante lotta interiore tra il desiderio di abbandonarsi alla fantasia senza freni e il bisogno di trovare sempre una spiegazione per ogni cosa, definendo una struttura univoca e immutabile per la realtà che lo circonda. Ed è per questo che Martin può usare il Murchadna e il Terzo Occhio ricevuti in Tibet da Kut Humi, ma poi nei suoi programmi televisivi sbeffeggia i complottisti decerebrati del "5G nei vaccini" e idiozie simili.
 Vale la pena di citare anche le amnesie indotte dall'arma a raggi, il Murchadna, di cui soffre anche Sergej Orloff, come effetto collaterale della simbiosi mentale (e forse del fatto di utilizzarne uno solo della coppia di Murchadna in dotazione standard ai soldati di Mu): L'ultima legione di Atlantide di C. A. Cappi mette in chiaro che queste amnesie non riguardano solo l'arma e i fatti a essa correlati, ma colpiscono in generale tutto ciò che al detentore dell'arma risulta sgradito. E cosa c'è di più sgradito, per il razionale Martin Mystère, delle esperienze impossibili che lo perseguitano? 
 Tutto ciò che sapete è sbagliato La seconda tematica, per certi versi imparentata con la prima, è l'inconoscibilità della Storia, intesa come sequenza univoca di eventi irrefutabili: il sito di Göbekli Tepe, con la sua datazione di dodicimila anni fa, che precede ogni altra costruzione umana e persino l'inizio della stanzialità dell'uomo primitivo cacciatore-raccoglitore, richiede un ripensamento di ciò che avevamo dato per assodato sulla preistoria e sullo sviluppo delle strutture sociali umane (banalmente, la religione nasce prima degli insediamenti urbani stanziali, e non viceversa). Come raccontato (il verbo non è scelto a caso) in numerose occasioni nella serie di Martin Mystère, ciò che noi conosciamo è una serie di resoconti di parte, a volte sfumati nel mito, a volte travisati, a volte scambiati con narrazioni simili ma di altre epoche, spesso lacunosi; ne è un esempio proprio la modalità di accesso al "dio" di Göbekli Tepe, che secondo la narrazione dell'erudito settecentesco Antun Diyab è una indicazione geografica tramandata da un popolo a un altro, e da una città a un'altra, ma che poi diventa anche un varco dimensionale (realizzato non si sa come) che dal palazzo del Topkapi conduce a Göbekli Tepe; analoghi esempi sono anche il capovolgimento dei ruoli della storia di Alì Babà (che per noi è l'eroe) e il riadeguamento dei ricordi di Diana e Java, che si adattano artificiosamente ad alcuni fatti impossibili che lo stesso Djinn ha causato per compiacere Martin. E questa riscrittura arbitraria della storia non è forse una prerogativa degli Uomini In Nero, e quindi l'ossatura stessa di un elemento fondante della saga di Martin Mystère?
 I mysteri della continuità Ma che cos'è esattamente questo Djinn, che appare con gli aspetti più diversi e che, in quanto dio, è nato dopo che l'umanità ebbe imparato a collaborare e a operare in modo stanziale?
 La sua presunta genesi fa immediatamente pensare a quella dei quattro oggetti archetipi (Spada, Lancia, Pietra e Coppa) raccontata principalmente ne Il segreto di San Nicola (Martin Mystère Gigante n. 1): uno dei Doni degli dei Tuatha reagisce al desiderio del primo essere umano che incontra, e si rimodella in ciò di cui l'umano ha bisogno (insomma, ne esaudisce un desiderio). Ma lo Djinn va oltre: il suo potere giunge a correggere la realtà, e coincide con quello di un altro degli oggetti archetipi, l'Anello, descritto ne L'isola di ghiaccio e di fuoco (Martin Mystère Gigante n. 6). Il dio di Göbekli Tepe potrebbe quindi essere uno degli Esagoni portati dagli alieni Tuatha, se non fosse che li sappiamo già tutti "impegnati" altrimenti; è quindi forse solo uno dei sette frammenti di detti Esagoni, magari della Pietra, che potrebbe essere stata divisa in epoca Atlantidea, come accadde per la Spada e la Coppa, ed essere poi giunto nel coevo santuario di Göbekli Tepe (a questo proposito, come potevano coesistere le due realtà? Lo spiegheremo mysterianamente nel Corriere del Mystero n. 5 previsto per fine 2022).
 Nell'universo narrativo di Martin, inoltre, esiste almeno un altro oggetto arcano capace di alterare la realtà quando essa prende una piega sgradita: si tratta dell'Ebdecaedro, un solido a diciassette facce protagonista de I sentieri del destino (Martin Mystère n. 185). Curiosamente, i luoghi storici e archeologici della presenza dell'Ebdecaedro sono l'Assiria del Nord (confinante con la Turchia) e il lago di Van (appartenente alla Turchia), e quindi relativamente vicinissimi a Göbekli Tepe.
 Notiamo inoltre la ricomparsa, difficilmente casuale, di elementi affini a quelli che caratterizzano il precedente L'ombra di Michelangelo (Martin Mystère n. 385): la natura artificiale della divinità, il ritorno all'Anatolia in quanto nucleo da cui è scaturita la struttura sociale dell'uomo moderno, nonché altre tematiche che non anticipiamo, perché di esse si occuperanno articoli e fumetti del già citato Corriere del Mystero n. 5.
 Dopo un decennio abbondante di lavoro della redazione per rimuovere ogni riferimento alla data di nascita ufficiale di Martin Mystère (di cui però gli appassionati non si sono accorti, perché alcuni continuano a ribadire che il personaggio è ormai vecchio e a chiedere spiegazioni), Alfredo Castelli tira nuovamente in ballo le date del 1981 e 1982, facendo affermare a Martin che sono passati quarant'anni dagli eventi di quell'epoca, e dandogli nuovamente un'età ragguardevole. Siccome non bastavano le pillole di Zio Paul (valide per il solo Martin), né l'appartenenza all'universo di Wold Newton (valida per qualunque personaggio della serie) a giustificare la longevità dei nostri eroi e criminali, ecco ora entrare in scena una spiegazione che più magica non si può: i brillantini della longevità (che chiaramente Martin elargisce a tutti, amici e nemici).
 Martin afferma di aver pubblicato il libro The Atlas of Mysteries (Atlante del Mistero) nel 1981, in qualità di quarto libro della sua carriera. Nel 1978 ha pubblicato il suo primo libro, Mystère's Mysteries of the Past - The Atlas of Mysteries (quindi il termine Atlas si ripete nel titolo del quarto libro). Il titolo italiano del quarto libro, però, dovrebbe essere Il dizionario dei misteri. Gli altri due titoli di quegli anni sono The Island Called Atlantis (Atlantide) e SOS Planet Earth (SOS Pianeta Terra). Sul Corriere del Mystero n. 1 c'è una esaustiva ricostruzione cronologica di tutta la produzione libraria di Martin, basata sulle informazioni estratte dalla serie a fumetti. Chi ha seguito Il mistero del falco sa che esisterebbe anche un'opera prima ripudiata del 1976, di cui nessuno fa mai menzione (perché in realtà nasce da un errore di continuità).
Sulle tracce dell'invisibile (MM n. 186)
 Gli anni sono cruciali anche per la base segreta statunitense di Altrove: Fraser dichiara di aver agito per conto di Altrove nel 1982, quando si infiltrò tra i terroristi dei Lupi Grigi. Ma Altrove, fino al 1987, fu in mano agli Uomini In Nero del dottor Hopkins, e dal 1972 essa risultava ufficialmente smantellata. Martin, che conosce queste date da molti anni, dovrebbe quindi immediatamente capire che Fraser è un personaggio losco? Forse no, perché, come raccontato ne Il triangolo del diavolo, la deriva della base segreta non era stata nascosta solo al governo degli Stati Uniti, ma anche a parte del suo personale; inoltre, Fraser è attualmente un agente di Altrove e agisce su mandato di Chris Tower (che, una volta divenuto comandante della base, ne studiò l'operato clandestino degli anni precedenti), e ciò per Martin deve implicare che anche nel 1982 Fraser fosse uno dei "buoni", nonostante la militanza nell'Altrove degli Uomini In Nero.
 Anche la vicenda della guerra di Troia si presta al discorso dell'inconoscibilità della Storia: Paride e il suo giudizio del pomo d'oro sono ora associati all'uso del potere della divinità di Göbekli Tepe, ma in precedenza la vicenda della mela d'oro era stata interpretata diversamente in New York Stories (sebbene si torni comunque a un Dono dei Tuatha), e la guerra di Troia è addirittura una vicenda di matrice atlantideo/muviana, secondo Gli eroi di Troia.
 Il dotto Antun Yusuf Hanna Diyab dovrebbe essere morto nel 1763, all'età di 75 anni (ma non vi è certezza sulla data della morte). Non sappiamo quando sia nata Amanda Janosz, ma quando esordisce in Colui che dimora nelle tenebre (Storie da Altrove n. 1) è il 1776 e Amanda non dimostra più di trent'anni. Supponendo che sia nata nel 1746, una sua corrispondenza epistolare con Diyab deve aver avuto luogo molto brevemente, con una Amanda assai giovane, nonostante la relativa vignetta la mostri già adulta. E' noto che, nella sua giovinezza, Amanda visse in Europa, vicino a Budapest, dove frequentò una società esoterica, la Confraternita di Arcadia: forse fu questo il fattore che la mise in contatto con l'anziano studioso Diyab. Si può romanzare mysterianamente la vicenda e ipotizzare che il dotto Diyab non sia veramente morto a 75 anni, ma abbia avuto un "magico" incontro con qualche personaggio di una delle novelle di Mille e una notte, che gli ha donato una nuova giovinezza, oppure più anni di vita, o ancora lo ha trasportato in un reame incantato dove il tempo non scorre: chi meglio della "predisposta" Amanda avrebbe potuto quindi rintracciarlo e stabilire un contatto con lui? Capovolgendo la prospettiva, Amanda potrebbe essere più vecchia di quanto appaia nel 1776: in Colui che dimora nelle tenebre, ella afferma infatti di non sapere quanti anni siano passati da quando la Confraternita fu annientata e lei fuggì dall'Europa, quasi come se ci fosse un vuoto temporale innaturalmente lungo nel suo passato, che lei non sa colmare coi ricordi.
 Torna in scena il Terzo Occhio di Martin Mystère, che come annota lo stesso Castelli, mancava dalle scene da parecchio tempo. Lo avevamo sentito nominare, senza vederlo, in Longitudine zero (Martin Mystère n. 317): sembra coerente che esso serva per aprire il varco per raggiungere la divinità primordiale dell'umanità, a sua volta raffigurata come un occhio, prototipo dell'Occhio delle Provvidenza (già nella Bibbia si parla dell'occhio di dio per indicarne l'onnipotenza), o dell'Occhio di Ra e di Horus (che curiosamente fu diviso in sei parti, secondo il mito).
 Spektor, che compare solo nella parata di personaggi della vignetta finale, è lo stesso personaggio di due albi celebrativi di una diversa categoria: il n. 100 (dove è un mago da fiera) e il n. 300 (dove è un viaggiatore temporale).
 Il quotidiano Millijet, nella ristampa di Operazione Arca (Tutto Martin Mystère n. 3), titola che Martin risolse il mistero del fantasma del Topkapi "alcuni anni fa", e quindi prima del 1982 (anno in cui si svolge l'avventura). Adesso, invece, si sostiene che tale mistero fu risolto proprio nel 1982. Probabilmente il titolo del quotidiano è tradotto male, e in turco si parla di "mesi" e non di "anni". Ma ricordiamoci anche che TuttoMystère descrive un universo mysteriano riveduto e corretto in tanti particolari, quasi fosse una realtà parallela; ne I sentieri del destino (Martin Mystère n. 184), abbiamo scoperto che esiste un oggetto che si occupa di rettificare la realtà, quando questa prende una piega sbagliata: da lì nasce la linea temporale di TuttoMystère, e quindi ogni rettifica minore (come quella dell'anno del mistero del fantasma del Topkapi) è opera occulta dell'oggetto in questione, e non una rettifica a posteriori della continuità.
 Martin e l'attualità Il ritorno allo stile di quaranta anni fa coinvolge anche l'aspetto etnografico del Martin Mystère di allora, sempre generoso di nozioni di ogni genere sui luoghi visitati: ecco quindi che Castelli coglie l'occasione per narrarci Istanbul com'era quattro decadi fa e com'è adesso, prendendo discretamente ma continuamente le distanze dall'attuale regime; fa quest'ultima cosa necessariamente con la discrezione tipica di Martin, evitando le affermazioni drastiche ed effettistiche, tipo chiamare il suo presidente un dittatore, in favore di una serie di puntuali precisazioni che lasciano a noi il compito di trarre le opportune conclusioni (la citazione deliberata del genocidio degli Armeni è un valido esempio).
 I tre desideri  Lo Djinn evita accuratamente di chiarire che è possibile esprimere solo tre desideri, e infatti sembra esaudirne di più. In apparenza, i desideri realizzati di Martin sono: 1. ritrovare il genio; 2. avere diana e Java con sé; 3. non essere Martin Mystère; 4. mettere a dormire per sempre lo Djinn; 5. salvare la vita degli agenti di Altrove.
Il desiderio n. 3, però, è solamente un incubo di Martin, quindi lo Djinn ha ignorato quella frase. Il n. 5 invece, almeno secondo Diana, è un atto di libera volontà compiuto dallo Djinn stesso (nella tradizione, riportare in vita i morti è una delle tre cose che i geni non potrebbero fare).
   La sublime porta Lo Djinn non lo dice, ma il varco che dal palazzo del Topkapi conduce fino al suo santuario segreto è una trasposizione fumettistica letterale del concetto della Sublime Porta (citato in Operazione Arca): questa definizione, che identifica sia Istanbul sia l'Impero Ottomano nel suo insieme, era un tempo ristretta al solo palazzo del sovrano, cioè il Topkapi. Ufficialmente, il nome deriva da un elemento architettonico del palazzo, la cosiddetta Porta Ottomana. Ora noi sappiamo invece che è dovuto alla presenza nel palazzo, sebbene occulta, di ben altro tipo di porta, letteralmente sublime, dato che conduce alla dimora di dio.
 Sempre a proposito di questo varco, a pagina 60 finalmente Martin lo vede col suo vero aspetto: le figure di animali che fluttuano nell'oscurità intorno all'ingresso non sono una presenza casuale in quanto si rifanno agli altorilievi di animali selvatici di cui sono ricchi i pilastri del sito archeologico di Göbekli Tepe.
  Non disturbare il religioso 2 Ne avevamo appena parlato ne L'ombra di Michelangelo, ed ecco che Castelli riconferma che il presunto tabù è almeno in parte stato abbattuto. Anche in questo albo, infatti, si riflette sull'origine storica o preistorica della religione e quindi del concetto di divinità: il santuario di Göbekli Tepe (non è corretto definirlo una "città"), riprendendo una pittoresca definizione del saggio di Andrew Collins, è presentato come il luogo di nascita di dio, o più in generale della religione, in quanto primo luogo di culto mai edificato dagli esseri umani (ancora prima dei primi proto-centri urbani), almeno per quanto ne sappiamo oggi. In altre parole, è l'umanità che ha creato la divinità, e non viceversa.  
 Ma allora era tutto un sogno? In apertura, abbiamo parlato della famosa complessità della scrittura autoriale di Alfredo Castelli, e non a caso: questo non è un fumetto riempitivo dalla rassicurante struttura lineare scritto da un autore esterno; è un fumetto del creatore della serie, lo stesso che ha sviluppato la labirintica narrazione de Il segreto di San Nicola o di Roncisvalle!, per cui deve essere letto con attenzione e poi riletto, prima di essere compreso. La risposta alla domanda, quindi è: no. Non era un sogno. E' tutto accaduto davvero. L'unica sequenza onirica è quella delle pagine 18-20 (Martin non esiste), che si risolve a pagina 81. Le pagine 28-32 mostrano invece ricordi fittizi che la mente di Martin ha creato per razionalizzare l'incontro con lo Djinn del 1981 e i prodigi relativi: Diana spiega chiaramente, a pagina 81, che la riscrittura dei ricordi è un effetto dei poteri dello Djinn.
 Non c'è mai fine Ci sono voluti solo quarant'anni, ma abbiamo finalmente appreso la vicenda ufficiale del (non) fantasma del Topkapi (parliamo in seguito del vero spettro che infestava il palazzo). Tuttavia, la faccenda non si conclude qui: cosa ne è stato, infatti, della fotografia che Martin ha potuto scattare alla mappa di Piri Reis? Siccome in albi successivi Martin citò detta mappa di sfuggita, senza alludere a particolari scoperte fatte in merito, anche questa è una sottotrama che attende di essere risolta/svelata.
  Errori e spigolature Non sarebbe un albo di Martin Mystère, senza una quota di sviste varie.
 A pagina 15, un dialogo definisce "un tesoro, un edificio", come se mancasse una parte della frase.
 A pagina 23, il verbo "ammetere" è privo di una lettera.
 A pagina 33, il Martin del presente afferma di aver già detto che durante l'avventura a Istanbul nel 1981 era confuso, ma in realtà non lo ha detto: lo ha solo pensato a pagina 9, durante la sequenza di flashback.
 La dea Atena viene chiamata col suo nome greco, mentre la sua collega Afrodite viene chiamata col nome latino di Venere.
 A pagina 6, Fraser dichiara che Martin deve sapere cose interessanti, ma in realtà di lui sa solo che è comparso nella Cisterna Basilica, dove i Lupi Grigi si trovavano per... per fare cosa, esattamente? E' logico supporre che stessero cercando il famoso varco verso il santuario dello Djinn, ma nel fumetto ciò non viene mai esplicitato.
 Non che sia un errore, ma ci piacerebbe sapere tramite quale tecnologia avveniristica è possibile che Max Brody, ad Altrove, riceva in diretta i dati del drone semi-invisibile che sta spiando Martin in Turchia. 
 Il fumetto Operazione Arca di Doc Robinson, felicemente presentato con una copertina interna rigida come quella esterna, viene presentato quasi completamente nella versione statunitense, con i volti di Martin corretti più volte  da Franco Bignotti, diversamente da quanto spiega l'introduzione, che parla di un Doc Robinson britannico e artisticamente intonso (di britannico resta una didascalia che colloca l'appartamento di Robinson a Londra). Quest'ultima versione, ancora più "antica", è quella dell'elegante volume Doc Robinson: Operazione Arca pubblicato da AMys.
 Il Dottor Spektor (comparso precedentemente solo in due occasioni) è ritratto fra i personaggi principali della serie nel saluto finale. Il nome attribuito a Diana nelle tre pagine oniriche, Beatrice, riprende quello di Beatrice Carver, la compagna di Allan Quatermain
 L'arte E' sempre gradito il ritorno di Giancarlo Alessandrini, che qui si impegna a ricatturare lo stile grafico più grezzo delle origini di Martin Mystère, sebbene l'operazione gli riesca solo in parte, e il suo stile moderno finisca per imporsi. Forse a causa delle scadenze per la pubblicazione, Alfredo Orlandi contribuisce con la sequenza dell'inconscio collettivo in cui Martin viaggia da Istanbul al santuario dello Djinn, transitando dallo spazio normale a quello dell'immaginario, a lui così familiare (non sembra infatti il Mondo dei Sogni, quanto una realtà di confine come Ibez oppure Oz). Rodolfo Torti illustra invece la sequenza dell'agitata sparatoria finale in cui i Lupi Grigi cercano di ammazzare tutti, ma sono ostacolati dal potere dello Djinn (come già nel 1981). L'apporto di questi ultimi due artisti contribuisce alle celebrazioni della serie, dato che rappresentano a loro volta due epoche della serie (e Torti è probabilmente anche associato agli Speciali, visto quanti ne ha illustrati). Molto riuscito, anche questa volta, il risguardo, in cui Carlo Velardi cita una quantità di copertine delle origini: il cobra del n.1, la stele egizia del Belize, l'Arca, il soldato spagnolo e l'indiano della fonte della giovinezza, le Medusa della stirpe etrusca, il Neanderthal del delitto nella preistoria, la casa di Providence. La copertina effettiva è molto suggestiva per l'uso delle ombre sui personaggi, in contrasto con i colori dei fuochi d'artificio che circondano il titolo della testata: stona un po' il logo dei quarant'anni, che insieme al triangolino di Doc Robinson contribuisce a rendere troppo affollata la visione d'insieme. Curiosamente, il titolo effettivo dell'albo, I suoi primi 40 anni, riporta il numero 40 in cifre, ma le anteprime annunciavano invece il titolo I suoi primi quarant'anni.

 E Get a Life! resiste Il numero 5 del nostro fumetto, Il ritorno del Fantasma del Topkapi, rischiava di entrare in un conflitto di continuità insanabile con I suoi primi quarant'anni, ma Alfredo Castelli ha evitato il problema trasformando la faccenda ufficiale del fantasma in una trovata esageratamente fantasiosa e sensazionalistica di un quotidiano, avvenuta mentre Martin era in Turchia per ben altro motivo. Nel nostro fumetto, Martin è stato in Turchia anche per un breve ciclo di conferenze, ed è incappato nel "nostro" fantasma del Topkapi (un vero spettro, questa volta), il quale però è sparito così in fretta che probabilmente Martin ha archiviato l'episodio come un'allucinazione, e se ne è dimenticato. Sono stati infatti Antonietta Fernandez e Ian Rogers, molti anni dopo, a esorcizzare veramente questo petulante fantasma. Una sottile rettifica pregressa di questo albo è particolarmente utile per far combaciare le due storie: dal titolo del quotidiano Millijet è stato tolto un riferimento temporale che ci permette di ricollocare le due storie come fa comodo (chi possiede Operazione Arca può comodamente fare il confronto).
 Abbiamo ipotizzato poco fa che il Djinn/divinità possa essersi originato da un Esagono (o Dono dei Tuatha): in Un Martin per tutte le stagioni (Get a Life nn. 41-44), abbiamo effettivamente raccontato di un Esagono "speciale" da cui avrebbe avuto origine Zeus (ma non gli altri dei del suo o di altri pantheon). Un altro oggetto intimamente legato agli Esagoni si sarebbe a sua volta reincarnato in una divinità moderna, che potrebbe essere Jaspar: lo abbiamo ipotizzato in Come Prisma, più di Prisma (Get a Life! n 52).
 L'Ebdecaedro della serie ufficiale di Martin Mystère è un oggetto relativamente passivo, anche se senziente. Negli episodi appena citati di Get a Life! abbiamo presentato un altro Ebdecaedro, dalla volontà molto più accentuata, tanto da agire direttamente per garantire la stabilità dell'universo. Se il Djinn/divinità è davvero un Ebdecaedro, allora si avvicina più al nostro che a quello ufficiale.
 Come Castelli sottolinea, il santuario di Göbekli Tepe potrebbe essere la matrice del concetto di "paradiso" dove dimora la divinità: nel già citato Corriere del Mystero n. 5 ci occuperemo proprio di questo argomento, ancora una volta senza rischiare alcun conflitto di continuità, nonostante il nostro fumetto sia stato sceneggiato alcuni mesi fa, senza sapere di cosa avrebbe parlato I suoi primi quarant'anni.
 
 E Get a Life! rilancia Il potere dello Djinn e l'incubo di Martin non si fermano alle pagine di questo albo. Nello Speciale n. 3: I primi 40 anni di Smith, presentato sulle pagine del Bollettino del Mystero, scoprirete che una conseguenza del non-desiderio di Martin è quella di aver dato forma e sostanza al suo alter ego malvagio, Smith, il quale spiegherà nei dettagli di esistere sin dal 1942!

 Fantasmagoria si divide per questa occasione in due rubriche: Cose turche approfondisce in maniera gustosa gli spunti del fumetto, insegnandoci fra l'altro la corretta dizione di Topkapi (quarant'anni di ignoranza!), mentre La fiera delle vanità è giustamente e graditamente dedicato all'opera di Alfredo Castelli e alle numerose innovazioni che il suo lavoro ha discretamente introdotto in casa Bonelli. Come nel fumetto, anche qui ritroviamo l'inimitabile stile letterario di Castelli, quella miscela di modestia, signorilità e cultura che rende unica la serie di Martin Mystère. La striscia di Bonelli Kids è a sua volta dedicata a Castelli e a un demenziale gioco di parole degno dell'Omino Bufo, il quale compare in Zio Boris insieme agli Aristocratici, per commemorare i loro tre rispettivi compleanni di cinquanta, cinquantuno e quarantanove anni.

  Il mistero del falco (12), romanzo a puntate di Andrea Carlo Cappi, si conclude in questo albo, con una dodicesima parte che è una chiusura del cerchio, come già i fumetti e gli articoli citati: la trama tira le fila del mystero iniziale (la visione di Martin che punta un'arma per uccidere qualcuno) e sigla il destino delle quattro statuette egizie, con una soluzione che sorprendentemente rispecchia proprio quella de I suoi primi quarant'anni: la malvagia di turno, che sa troppe cose estremamente pericolose, viene imprigionata dagli Uomini in Nero, così come Fraser viene imprigionato da Altrove, mentre le quattro divinità che albergano nelle statuette vengono archiviate perché non si attivino mai più, proprio come accade allo Djinn. Resta fuori dai giochi l'organizzazione dei Cercatori dell'Eden/Paradiso (un tema che si affianca comunque a quello di Göbekli Tepe), come anche il suo capo, il reverendo Westmoreland. Cappi chiude argutamente il cerchio anche in un modo più sottile: il mistero del Falcone Maltese, infatti, fu risolto "alternativamente" anche nel fumetto celebrativo di Anni trenta (Martin Mystère n. 320).
Andrea Carlo Cappi presenta il prossimo romanzo, Zona Y, sul suo blog (I nuovi segreti del professor Mystère) e gentilmente svela l'esatto anno in cui è ambientata la vicenda principale di ognuno dei dodici capitoli. Confrontando la sua lista con le nostre ipotesi, scopriamo di aver azzeccato l'anno dei capitoli 1, 3, 4, 6, 7, 8, 9, 10, 11. Sul capitolo 12 confessiamo di non esserci posti la domanda! Il capitolo 5 narra quello che sembra un romanzo nel romanzo e la scena relativa è ambientata nel 1921 (ma non ce lo eravamo chiesto, nuovamente). Il capitolo 2 per Cappi si svolge nel 1962; noi abbiamo invece optato per il 1961, a causa della doppia carriera di Mark Mystère negli Uomini In Nero (che a Cappi deve essere sfuggita).      

lunedì 29 marzo 2021

Un salto nel mystero - 2020 - "Il segreto di Jane Michener"

Terzo classificato con menzione d'onore per il lavoro di ricerca al concorso narrativo del 2020 di AMys, vi riproponiamo "Il segreto di Jane Michener" in un nuovo post, in quanto il corposo dossier che lo accompagnava era da noi stato riprodotto in immagini di risoluzione inadeguata. Come già avevamo scritto, si tratta di un lavoro di ricerca estremamente accurato, che si articola in due sezioni fondamentali: la prima consiste in un elenco di tutte le apparizioni di Jane Michener nelle pagine delle testate di Martin Mystère, mentre la seconda è una rubrica della tradizione più mysteriana, che analizza e documenta ciò che c'è di vero e di inventato nel racconto che segue, spaziando da James A. Michener al pallone sonda, dai raggi cosmici a Roswell. In formato PDF, è scaricabile qui: Jane Michener: il dossier completo.


 IL SEGRETO DI JANE MICHENER

GIOVANNI GADDONI

giugno 2020

"Non siamo mai preparati a ciò che ci aspettiamo"
James A. Michener

Giornata fredda e uggiosa a New York quel giovedì 16 ottobre 1997. Martin Mystère, il famoso Detective dell'Impossibile, l'aveva trascorsa rimettendo in ordine per l'ennesima volta la strabordante biblioteca del suo appartamento di Washington Mews, ed ora si trovava solo, in attesa di vedere alla TV il notiziario della sera. La moglie Diana era uscita per la riunione settimanale dell'Assistenza Sociale, mentre il fedele assistente neanderthaliano  Java si era recato con una nuova amica all'inaugurazione di un ristorantino alla moda a TriBeCa. Stava sfogliando il New York Times del giorno, che per la prima volta aveva una foto a colori in prima pagina, - "La foto di un incontro di baseball ... Avrei trovato più adeguata un'immagine della sonda Cassini-Huygens lanciata ieri da Cape Canaveral verso Saturno ...!" pensò - quando il campanello, inaspettato, squillò ripetutamente.

Una signora di quasi cinquant'anni ben portati, i capelli biondi spettinati, il viso bello e regolare senza trucco, gli occhi azzurri arrossati, un tailleur ed un leggero soprabito di buon taglio, ma sgualciti e spiegazzati, era alla porta: "Jane... Jane Michener !!!" esclamò Martin facendola entrate.
Martin conosceva Jane da più di trent'anni, quando, seppure in diversi corsi, frequentavano, insieme all'amico Chris Tower, l'Università Harvard nel Massachusetts; lei si laureò in Medicina e Chirurgia, specializzandosi successivamente in Neurochirurgia, Psicoanalisi e Biocibernetica; quindi sposò Chris, che già lavorava per imprecisate strutture governative; quando nel 1987 Chris assunse il comando della base segreta di Altrove, lo seguì, andando a dirigerne la sezione medica.
Ora, nonostante l'amicizia di vecchia data, e nonostante i frequenti rapporti di lavoro con il marito Chris, Martin si rese conto che non vedeva Jane da anni, solo qualche telefonata e niente più; addirittura Jane non conosceva di persona ne' Diana, e neppure Java; perciò fu molto sorpreso quando Jane, sconvolta, gli gettò, quasi piangendo, le braccia al collo.
"Martin, è tutto il pomeriggio che viaggio; ho preso l'aereo ad Austin, nel Texas, per raggiungerti qui a New York il prima possibile; Chris è assente per un incarico ultrasegreto e tu sei l'unica persona a cui ora posso confidare quanto è accaduto. Stamattina come saprai è morto a novant'anni di età il mio prozio James..."
In realtà Martin non era a conoscenza del luttuoso evento, ma sapeva vagamente della parentela di Jane col famoso scrittore James Albert Michener, autore di numerosi romanzi e saggi.
"Bene - continuò Jane - mettiti comodo ed ascolta attentamente, perché quello che sto per raccontarti è davvero incredibile !"
Jane si tolse il soprabito, si rassettò alla meglio, sprofondò nella comoda poltrona con la fodera a grosse righe, ed iniziò la sua strabiliante narrazione.

"Nel cuore di ieri notte mi hanno chiamata dall'ospedale di Austin, avvisandomi che lo zio James, ricoverato da qualche giorno, intendeva parlarmi di persona con estrema urgenza; lo zio, o meglio, il prozio, James era il fratello minore del mio nonno paterno Robert; nacque nel 1907, e fu cresciuto da una madre adottiva, Mabel Haddock, da qualche anno vedova di Edwin Michener, e già madre del piccolo Robert. Pur vivendo in  condizioni di povertà, riuscì a conseguire una laurea in Storia Inglese, divenendone infine insegnante presso l'Università Harvard. Viaggiò molto, ed allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale si arruolò nella Marina Militare, svolgendo ruoli organizzativi e di intelligence nel Sud Pacifico. Al ritorno dalla guerra scrisse il suo primo romanzo, dando inizio ad una lunga carriera che gli procurò fama, successo e pubblici riconoscimenti. Questo, come tutti, è ciò che più o meno, fino a ieri, sapevo di lui."
"Finora niente di sconvolgente ..." annuì Martin.
" A metà mattina gli ero davanti, dopo che un medico mi aveva informato che lo zio, costretto da anni ad una emodialisi quotidiana per una grave insufficienza renale, stanco di quella vita di sofferenze e sacrifici, aveva deciso pochi giorni prima di rinunciare a quell'unica pratica terapeutica che consentiva di tenerlo in vita, e di affrontare così, con serena e consapevole volontà, l'inevitabile trapasso. Senza preamboli, con un filo di voce iniziò il suo discorso: mi narrò che nei primi giorni del luglio 1947 un suo ex-collega dell'intelligence della Marina Militare gli aveva chiesto un favore che non poteva rifiutare: di prendersi cura di una bambina, una trovatella di pochi giorni di vita , che non avrebbe potuto avere un'altra sistemazione ufficiale; lo zio inizialmente rifiutò, dato che il matrimonio con la moglie Patti era ormai agli sgoccioli, ma poi trovò l'accomodamento di farla accogliere e crescere dalla famiglia del nipote Bob, figlio del fratello maggiore Robert Michener, con l'intesa di non rivelare mai a nessuno la sua origine. E così fu: quella neonata ero io, fui battezzata Jane Annabel e crebbi felice nella famiglia Michener, ignara fino ad oggi di quanto in realtà mi era accaduto."
"Sono fatti che possono talvolta succedere: non ci vedo ancora alcunché di terribile." replicò Martin per consolarla.

"Quindi lo zio, con le ultime forze rimaste, mi ripeté due volte: "... l'altro bambino ... l'altro bambino...", e poi: "... cercalo ... trovalo ..."; vedi Martin, sicuramente voleva fornirmi delle informazioni, degli indizi ... ma  alla fine quello che disse divenne incomprensibile; capivo che lo zio James cercava di comunicarmi qualcosa di importante, anzi di indispensabile, a conclusione del suo inaspettato discorso e della sua lunga vita terrena; ma nulla ho potuto intendere da quelle parole smozzicate, confuse, prive di senso logico. Evocò parenti sconosciuti di nobile ascendenza, vaneggiò  di una piccola e ridicola umanità privata della luce, in lotta con una buffa società di centinaia di minuscoli scheletri, citò l'orrore del colonnello Kurtz, e infine, spossato, invocò un medico, poi il silenzio .... Quindi, su quel letto di morte all'ospedale di Austin, nonostante l'avesse voluto e previsto,  giunse impreparato a concludere la narrazione dei misteriosi eventi che solo in parte riuscì a rivelarmi."
Ciò detto,liberatasi dall'enorme peso che l'opprimeva, Jane si alzò e senza alcun convenevole si fece chiamare un taxi ed uscì.

Martin rimase interdetto da quell'insolito comportamento, ma, sebbene scosso e sorpreso, cadde in un sonno profondo fino al mattino, quando ancora una volta il campanello squillò: era l'amico Chris Tower, che esordì brusco: "Stanotte sono tornato e Jane mi ha raccontato tutto; subito ho contattato Altrove e ho fatto eseguire approfondite ricerche, di cui questo è il risultato: il 2 luglio a Roswell precipitò davvero un pallone sonda, ma di un tipo assai particolare. Al suo interno furono infatti recuperati due neonati, un maschio ed una femmina, protetti da una complessa tuta e da un casco che lasciava esposte solo alcune zone del cranio. Abbiamo appurato che il lancio avvenne dalla neofondata Area 51 del traditore Ben Maxwell, già capo di Altrove; la stessa Altrove, sotto la debole guida di "Milady", e forse già parzialmente infiltrata dagli Uomini in Nero, non riuscì neppure ad aver sentore del progetto. Lo scopo era, in vista di futuri sviluppi sulla manipolazione della personalità e sulla creazione di una sorta di superuomini, di testare l'effetto dei raggi cosmici nella stratosfera, in condizioni di ipotermia ed iperossigenazione, su particolari aree del cervello neonatale, più sensibile e plasmabile di quello di un adulto. In particolare i raggi avrebbe dovuto stimolare nella femminuccia l'area parietale  sinistra dell'encefalo, deputata alla matematica, al calcolo e alle scienze, e l'area temporale destra del maschietto, sede delle capacità creative e narrative, del mistero, dell'immaginazione. Qualcosa però andò storto e il pallone si schiantò al suolo in fase di rientro; uomini di Maxwell accorsero sul luogo e prelevarono i due neonati, fortunosamente ancora in vita, non prima però che qualche persona di passaggio avesse osservato il tutto; e forse furono le particolari tute ed i voluminosi caschi indossati dai due neonati ad ispirare l'immagine degli alieni che circolò in seguito. Comunque Maxwell, dopo averli fatti sommariamente esaminare, in un soprassalto di umanità preferì non sopprimerli ma farli scomparire in altro modo, affidando Jane, che poi, forse proprio grazie ai raggi cosmici, svilupperà effettivamente le qualità previste, a James Michener, ignaro collaboratore di Altrove durante la Seconda Guerra Mondiale. Del maschietto invece si è persa qualsiasi traccia: avrà sviluppato anche lui delle specifiche qualità diventando, ad esempio, un famoso narratore del fantastico o dell'horror ? Avevamo perciò pensato a Stephen King, il famoso scrittore, ma una serie di documenti e di testimonianze inoppugnabili ci hanno fatto scartare questa ipotesi.

Allora ad Altrove abbiamo esaminato con grande attenzione il video e l'audio della telecamera installata nella stanza dell'ospedale di Austin dove  al momento del trapasso era ricoverato James Michener; speravamo di risalire all'identità del misterioso secondo neonato, ma quanto ne è risultato è sorprendente, ma inutile: parole e nomi davvero buttati lì senza senso e logica. Questa ne è l'esatta trascrizione: zio boris, aristocratici, omino bufo, l'ombra, comics club 104, scheletrino, horror, otto kruntz; infine un nome che appare sensato, Doc Robinson, ma abbiamo appurato che nessun medico con quel nome ha mai lavorato ad Austin."
Quindi caro Chris - concluse Martin - i tuoi sforzi sono stati vani e la rivelazione finale di James Michener è rimasta incompleta; l'identità del secondo neonato rimarrà purtroppo per sempre sconosciuta. Questo enigma è troppo anche per me. Non credo proprio che esista una sola persona al mondo in grado di risolverlo!"

FINE ?

martedì 26 maggio 2020

Get a Life! n. 58 "Il triangolo del Diavolo" - in PDF

Get a Life! presenta l'edizione in PDF, scaricabile gratuitamente, del racconto principale pubblicato sul Corriere del Mystèro n. 1 (2018) in edizione cartacea.

(alias Martin Mystère n. 9 bis).


Durante gli anni della sua formazione, il giovane Martin Mystère si imbarcò in un giro del mondo "iniziatico", insieme al suo amico Sergej Orloff. Ancora scettico sul mystero, Martin cambiò idea durante l'esperienza di Mohenjo Daro, che già vi raccontammo in Mistero a Mohenjo Daro (parte 1) e (parte 2).
Ma, come rivelato nella serie ufficiale dal'onnisciente Strokoff, Martin e Sergej vissero una precedente esperienza "impossibile" nel tratto di mare noto come Triangolo delle Bermude: cosa accadde, e perchè Martin non ne fu influenzato più di tanto?
La risposta a questa domanda arriva ora in 12 pagine di fumetto che mettono in scena anche la Base di Altrove, a quei tempi infiltrata e controllata dagli Uomini in Nero, nonchè Kut Humi e l'Akaschi.
E siccome stiamo parlando dello stesso tratto di mare che dà accesso al Crocevia di Ley, non può mancare un aggancio alla saga della Terra Cava e ai segreti di Sulka Nanazca!
Dulcis in fundo: è davvero possibile che il sentiero mysterioso di Martin Mystère incroci quello di Topolino negli anni 1970? La risposta è sì, se si pensa a una certa storia realizzata da Alfredo Castelli e Massimo De Vita!

Arte di Gianluca Doretto
Copertina di Massimo Basili
Storia di Luca Salvadei
Revisione & lettering di Franco Villa


In queste storie si parla di: Tunguska! (Martin Mystere nn. 22-23-24); Il Triangolo delle Bermude + Il segreto del Lusitania (Martin Mystère nn. 9-10); Al centro della Terra (Martin Mystère n. 115bis); Topolino e il triangolo delle Bermude (Topolino nn. 1128-1129); Gli Uomini In Nero (Martin Mystère Gigante n. 3); Xanadu (Martin Mystère Gigante n. 2);10 secondi per morire (Zona X. n. 10); Al centro della Terra (Martin Mystère n. 115 bis)

venerdì 12 ottobre 2018

Martin Mystère Gigante n. 2 bis: l'impossibile copertina di Sergej Orloff


Martin Mystère Gigante n. 2 bis
La copertina dell'immaginario Martin Mystère Gigante n. 2 bis ci riporta al 1996, anno di uscita di Xanadu (Martin Mystère Gigante n. 2).
In questa epica vicenda, che narra la cruciale transizione di Sergej Orloff da spietato cattivaccio in stile Gambadilegno ad enigmatica e adulta controparte amorale di Martin Mystère, manca un dettaglio: cosa ne è stato della maschera di Orloff, dopo che questi ha scoperto di aver recuperato un volto normale e l'ha quindi abbandonata?

La risposta arriva ovviamente da un episodio speciale di Get a Life!Il volto di Orloff, in cui il chirurgo giapponese Blackjack (colui che ricostruì le fattezze originali di Orloff) deve fare i conti con una micidiale arma senziente Muviana intenzionata proprio a impadronirsi di quella maschera.

E dato che la pista dell'oggetto di culto perduto conduce ad Altrove, i soliti Ian Rogers, Antonietta Fernandez e Chris Tower si troveranno a dover affrontare la terribile minaccia de... l'Accumulatore!

Nella ricostruzione della fasulla copertina Mysteriana, abbiamo creato un ibrido della grafica originale di "Martin Mystère" in versione Gigante, alla quale abbiamo aggiunto il triangolino giallo "BIS!". Il prezzo non compare più, e "Sergio Bonelli Editore" diventa "S.O. Editore", con riferimento all'azienda multinazionale S.O. Enterprises che appartiene a Orloff.

Anche la costina laterale presenta la grafica tipica dei Giganti, con l'eccezione del ricciolo delle due "R" di Martin Mystère (che nell'originale è stato semplificato).

domenica 7 ottobre 2018

Martin Mystère n. 185 bis: l'impossibile copertina dell'Ebdecaedro

Martin Mystère n. 185 bis
La copertina ipotetico Martin Mystère n. 185 bis riguarda un albo che, se fosse esistito, sarebbe uscito nel 1997.

L'Ebdecaedro de "I sentieri del destino" è un oggetto metafisico capace di reindirizzare il percorso della realtà, a seguito di una divergenza indesiderata della stessa (come la morte di Diana Lombard e Java). 

Con questa idea, e senza saperlo, la serie di Martin Mystère anticipava di lustri il tema su cui poi avrebbero fatto la loro fortuna Dampyr e il riavvio di Nathan Never, ma, ahimè, anche questa volta la direzione artistica se l'è fatto rubare da sotto il naso.

A prescindere dalle questioni filosofiche ed etiche sul comportamento di questo oggetto, l'Ebdecaedro è il fulcro della prima maxisaga di Get a Life!, e fa il suo ritorno in grande stile nel doppio episodio finale della crisi multiversale che riporta in scena i vari orrori affrontati da Martin e dalla Magic Patrol nelle avventure precedentu (gli Androidi Morgan, lo Scheletro di Cristallo, il Fantasma del Topkapi, l'Accumulatore Muviano, i Giganti di Mont'e Prama). Il fumetto si suddivide rispettivamente ne Le diciassette facce dell'oscurità (parte 1)Le diciassette facce dell'oscurità (parte 2), disponibili insieme in formato PDF.

Nella ricostruzione della fasulla copertina Mysteriana, oltre al logo originale de "I grandi enigmi di Martin Mystère, detective dell'impossibile", al triangolino giallo "BIS!" e al rettangolo bianco del titolo, proponiamo anche la costina laterale con grafica e cromia dell'epoca.

giovedì 4 ottobre 2018

Martin Mystère n. 12 ter: l'impossibile copertina di un impossibile albo

Martin Mystère n. 12 ter
Dato che non bastava la copertina di Martin Mystère n. 12bis, s'è sentito il bisogno di strafare: chi ha mai sentito parlare di un albo Ter per Martin Mystère?

Eppure, eccola qui: la copertina dell'impossibile Martin Mystère n. 12 ter, altrimenti noto come la doppia storia  La vendetta del Lampadario e La progenie del Lampadario.

E altrettanto impossibile sono gli eventi che narra: i coniugi Jones, odiosi vicini di casa di Martin Mystère, nonchè terribili impiccioni di professione, sono tornati. E sono il bersaglio di due androidi atlantidei che cercano...nientemeno che l'orrendo lampadario acquistato da Martin Mystère durante Il teschio del destino (Martin Mystere nn. 11-12).

Ma... un momento! I coniugi Jones? Non si chiamano Morgan? Certo che sì, ma adesso: nella loro prima apparizione, portavano il cognome dell'odioso vicino di casa di Paperino. E quindi, quale grande enigma si cela dietro questa impossibile discordanza anagrafica?

Nella ricostruzione della copertina Mysteriana, oltre al logo originale de "I grandi enigmi di Martin Mystère, detective dell'impossibile", al triangolino giallo "TER!" e al rettangolo bianco del titolo, proponiamo anche la costina laterale con grafica e cromia dell'epoca.

mercoledì 15 ottobre 2014

[Recensione] "Coloro che vivono di morte", Storie di Altrove n. 17

 STORIE DI ALTROVE n. 17
Settembre 2014
“Coloro che vivono di morte”
Storia di Carlo Recagno
Arte di Antonio Sforza, con la collaborazione di Giovanni Romanini

 DOTTOR CHI? VOYAGER DOVE? OSCAR COSA?

 “Coloro che vivono di morte” non vivono davvero di morte, perché è solo una diceria messa in giro da qualcuno. La trama da loro ordita contro il governo degli Stati Uniti non è una trama ma un rituale di espiazione, e non è rivolta contro il governo degli Stati Uniti, né contro nessun altro obiettivo significativo: si tratta “solo” di vendicare il peccato involontario del presidente James Garfield, che durante la guerra fece sterminare quell’antico popolo sotterraneo dall’aspetto spaventoso. Oscar Wilde, che non è un agente di Altrove ma solo un simpatizzante, non risolve davvero la faccenda, ma si limita a un assist che consente agli agenti di Altrove di limitare i danni tramite constatazione amichevole (come dice Riccardo Nicole’ sulla mailing list del BVZM).
Dopo esserci rinfrescati la memoria riguardo allo scopo della pubblicità (vendere) e a come essa sia congegnata per ingannare senza mentire apertamente, possiamo rileggere questo albo accantonando le false aspettative che la suddetta pubblicità aveva subdolamente ingenerato in noi. E ci accorgiamo così che “Coloro che vivono di morte” è equiparabile a certi episodi “umanistici” di serie tv di fantascienza che rifiutano quel modo di intendere l’avventura come sensazionalismo spaccone, pseudo-militarista e violento. Al giorno d’oggi, tutti menzionano subito Doctor Who, come pietra di paragone, ma anni fa si sarebbero invece nominati Star Trek: Voyager o Star Trek: Deep Space Nine, e ancora prima invece sarebbe stato citato Spazio: 1999 (la prima stagione, intendiamo).
Sebbene in modo meccanico e privo di guizzi, anche questo albo offre tutti gli elementi obbligatori per Storie di Altrove, dalla “vera” ispirazione per le opere future del personaggio storico di turno all’evento storico che nasconde un retroscena mysterioso, passando per le (ridotte) donne nude e le comparsate citazioniste nella base di Altrove.

Carlo Recagno tocca il tema dell’omosessualità di Oscar Wilde con sobrietà e accortezza, riuscendo a bilanciare le contrapposizioni della vita e delle scelte obbligate di Wilde, che per tutto l’albo non nasconde nulla ma nello stesso tempo non vuole neanche gridare ai quattro venti ciò che lo renderebbe vittima di un linciaggio. Non che ciò lo ponga al riparo dall’ira vendicativa della folla, la cui ignoranza superstiziosa individua (come sempre) le cause del proprio disagio nella minoranza diversa, sacrificabile in quanto incapace di difendersi. Insieme alla conversazione finale tra Olimpia e Wilde, e alla caratterizzazione del celebre scrittore, si tratta probabilmente del momento meglio riuscito dell’intero albo. Per inciso, il timore xenofobo verso una minoranza di diversi è curiosamente un tema cruciale di “L’ombra di Za-Te-Nay” (Martin Mystère n. 335), albo che esce pochissimo tempo dopo il presente SdA.

Ma se la gestione di un personaggio così difficile si conclude positivamente, altrettanto non si può dire dell’altro elemento cruciale della storia, che Recagno non riesce a realizzare in modo convincente e coerente, producendo una sequenza finale che indebolisce ulteriormente una trama già esile e traballante.
I “cattivi” di turno (gli esseri chiamati Ja-Gen-Ho) si atteggiano a perfetta incarnazione dello stereotipo dell’entità maligna, con risate sataniche e sinistre minacce e vanterie malvagie di ogni genere, ma nel finale si rivelano essere invece anime in pena che perseguono (spietatamente) il loro obiettivo ma senza voler fare male a nessuno se non è necessario; rileggendo l’albo alla luce di questa rivelazione, il modo in cui gli Ja-Gen-Ho sono sceneggiati risulta ancora più illogico, non solo per i loro dialoghi, ma anche per le azioni. 
Due esempi su tutti: per tenere alla larga Olimpia dalla cittadina dove si nascondono, le forniscono le coordinate della stessa; per spiegare a Oscar Wilde che hanno bisogno di lui, gli annunciano che è caduto in trappola.
Pretestuoso risulta anche lo scopo degli Ja-Gen-Ho, e cioè svolgere un rituale che scade (guarda caso) proprio quando Oscar Wilde fa il suo tour negli USA, e che richiede di distruggere fisicamente una cittadina che non ha nulla a che fare con l’evento che essi vogliono espiare, e che ha la sola disgrazia di essere vicina a un bosco dove soldati statunitensi (provenienti da tutta la nazione, quindi) hanno sterminato gli stessi Ja-Gen-Ho.
Implausibile è anche che gli Ja-Gen-Ho conoscano questo rituale così preciso per dare requie alle loro anime in pena: se ne intendono perché hanno già subìto altri genocidi in precedenza?, ci si chiede.
Gli Ja-Gen-Ho parlano di una “vergogna” da cancellare, ma, almeno nella nostra ottica umana, risulta difficile capire di quale vergogna si tratti. Questo popolo è stato sterminato: non dovrebbe provare sensi di colpa. 
Indigesta è la velocità con cui l’intera faccenda viene attribuita alle azioni di anime in pena che non riescono ad andare oltre: solitamente, un’affermazione così paranormale e indimostrabile viene quanto meno presa dagli sceneggiatori con le molle del più sarcastico scetticismo; questa volta invece è un assunto trattato come se fosse una situazione quotidiana.
Per finire, il potere che gli Ja-Gen-Ho sfoggiano da morti è impressionante e apparentemente senza limiti: difficile credere che appartenga alla stessa specie che i soldati di Garfield hanno sterminato a colpi di fucile. 

Sicuramente è possibile spiegare e circostanziare tutte queste situazioni, che allo stato attuale appaiono come facili scorciatoie narrative, ma la giustificazione della mancanza di spazio non può essere addotta in tutti i casi citati. E’ infatti vero che l’albo esce con 20 pagine in meno (a prezzo invariato), ma è anche vero che esso si apre sprecando spazio in abbondanza, con una lunga sequenza, quella ambientata in Louisiana, che risulta poi completamente riempitiva (salvo minimi agganci puramente formali con la vicenda del non-complotto).  


MITOLOGIA NATIVO-AMERICANA

Come spiegato nella rubrica di coda dello SdA, “Coloro che vivono di morte” fanno parte della variegata mitologia nativo-americana, i cui numerosi elementi di base sono declinati in infinite varianti a seconda della tribù che li ha fatti propri e rielaborati.
La particolare struttura narrativa del popolo indigeno antecedente all’umanità, che emerge dalle viscere della Terra per giudicare e sterminare un sonnolento borgo moderno di umani “bianchi”, è stata usata anche da John Byrne in un episodio decisamente unico del suo memorabile ciclo su Fantastic Four. Stiamo parlando di “Wendy’s Friends”, cioè il n. 239 del volume 1 di Fantastic Four, un albo del 1982 che mostra sorprendenti affinità con questo SdA del 2014.

Nelle 22 pagine di ”Wendy’s Friends”, Byrne invia i F4 nello sperduto e isolato borgo di Benson, in Arizona, dove entità arcane simili a versioni in miniatura degli N’Garai stanno causando eventi che terrorizzano a morte la popolazione. Lo stile della vicenda richiama da vicino la narrazione del telefilm culto Ai confini della realtà. La narrazione è paradossalmente ricca di dialoghi, ma asciutta e mirata a causa del formato del comic book statunitense; l’arte è quella curatissima del periodo migliore di Byrne; insieme, questi due aspetti conferiscono una potente efficacia visiva e una notevole coerenza narrativa all’intera vicenda. 
Come nelle leggende nativo-americane, in cui il “piccolo popolo” preferisce rivelarsi a bambini e anziani, anche i non-N’Garai di Byrne stabiliscono un rapporto privilegiato con una piccola bambina mezzo-sangue (e quindi rappresentante degli indiani d'America, un popolo non corrotto come i “bianchi” europei).
 Il loro scopo, apparentemente in reazione agli abusi genitoriali subìti dalla piccola, si rivela essere il “giudizio ciclico” degli abitanti di Benson, declinato in modalità arcane e “cosmiche”: infatti, come viene ipotizzato dalla celebre e mysteriana archeologa Ruth Efford, in seguito a scavi archeologici letteralmente degni di questo nome, la regione di Benson era già stata giudicata e drammaticamente “purgata” ben diecimila anni fa da questi non-N'Garai (che sterminarono i nativi di quell’epoca, chiunque e qualunque cosa essi fossero); ora l’evento si ripete, ma il giudizio, che è non-ostile, ha un esito diverso, offrendo infatti la possibilità di redimersi agli abitanti di Benson che sopravvivono alla prova.
La vicenda si conclude su questa nota, accompagnata da un esodo quasi completo della popolazione, salvo pochi “eroici” cittadini che non vogliono fuggire. Comunque sia, tutti loro sono stati “toccati” dal giudizio, e ciò offre la speranza di un cambiamento in meglio delle loro vite.

Se i F4 incarnano la squadra steampunk di Altrove, la studiosa europea Ruth Benson gioca invece il ruolo del letterato Oscar Wilde, mentre gli n’Garai sono ovviamente una versione più arcana degli Ja-Gen-Ho, i cui scopi e modi risultano davvero imperscrutabili e inconoscibili in quanto alieni al nostro modo di pensare.




ALTRE CITAZIONI

 Recagno ha già illustrato le citazioni “effettive” nell’intervista sul sito Bonelli, per cui noi ci limitiamo a un po’ di annotazioni marginali.

Episodio di Fantastic Four a parte, Oscar Wilde ironizza sulla scarsa originalità dell’idea della “società bene” che in realtà è un covo di mostri: quasi un richiamo a Society: The Horror di Brian Yuzna.

Olimpia parafrasa invece Bruce Banner (di The Incredible Hulk), col suo famoso “non fatemi arrabbiare: non vi piacerei quando sono arrabbiato”.

La squadra steampunk di Altrove, forse l’unico elemento di novità di questo albo, utilizza un rilevatore di presenze ectoplasmiche che richiama l’improbabile e artigianale detector usato dai fratelli Winchester del telefilm Supernatural.

La mostruosità indiana delle paludi che intrappola Olimpia (e chi è che riesce a “stordire” Olimpia, colpendola banalmente sulla nuca?) è presentata da Recagno come un elemento Lovecraftiano, ma la sensazione del lettore ignorante è che potrebbe essere qualcosa di più, come un’astuta citazione di una qualche oscura vicenda horror Bonelliana tratta da pubblicazioni western dei vecchi tempi, oppure anche un accenno a una qualche idea tenuta in serbo da Recagno: purtroppo la mancanza di connessioni significative tra questa lunga sequenza e la trama portante impedisce di azzardare altre ipotesi sulla sua presenza nell’albo.

L’emersione di arcani piloni dal terreno (in questa variante ricoperti di pittogrammi tipicamente nativo-americani) è un luogo comune veramente abusato della narrativa fantastica, ed è difficile trovare una specifica fonte di ispirazione. Sorprende un po’ che si parli del loro scopo di conduttori di energie geomantiche: si tratta di un elemento fondante della mytologia mysteriana, solitamente condannato al limbo dal restyling della serie regolare.

A pagina 76 compaiono: uno scienziato celebre il cui nome non ci sovviene; il protagonista del Garage Ermetico di Moebius (vignetta 2), Van Helsing (versione Castelli), Lon Chaney e un altro che a sua volta non sappiamo identificare (Lupin?). 

Nelle scene ad Altrove, non abbiamo individuato il Murchadna indicato da Recagno nell’intervista, ma sicuramente sono visibili il ritratto del Comandante Mark e la Time Machine del primo film basato sul romanzo di Orwell, oltre che un enigmatico Cubo che potrebbe giungere da Hellraiser.

Purtroppo Recagno si è fatto sfuggire l’occasione di dare un senso mysteriano alla faccenda del “limite dei venti anni” che vincola l’immaginario rituale degli Ja-Gen-Ho: non sarebbe stato nulla di plausibile al di fuori delle pagine di MM, ma sarebbe valsa la pena di associare questo intervallo di tempo ai venti anni de “La maledizione di Annabel Lee” e al ciclo ventennale che segna il ritorno dei Kundingas sulla Terra (come notato nella 'Mailing List' del BVZM dall’utente Cristian Di Biase).

Sulla mailing list del BVZM, infine, Recagno ha anche raccontato che il titolo di lavorazione di questa storia, apprezzato da Castelli, era “Wilde, Wilde West”.

L’ARTE

 L’arte di Antonio Sforza si dimostra molto gradevole e fluida, quando e dove l’autore riesce a completare matite e chine, creando atmosfere tenebrosamente suggestive e raffigurando intriganti e dettagliate fisionomie di personaggi nuovi e vecchi.
La collaborazione di Romanini citata nei credits consiste in chine complete di una ventina di pagine più chine degli sfondi di molte altre pagine, con un netto contrasto tra queste e i primi piani curati da Sforza nelle stesse pagine (da notare la goffaggine di vignetta 3 di pagina 59). Certe sequenze, però, sembrano anche disegnate, oltre che inchiostrate, da Romanini, nonostante quanto detto da Recagno nell’intervista già citata.
E’ possibile che Romanini abbia quindi contribuito a rifinire le bozze a matita di Sforza, completando quindi le matite e imprimendovi il suo marchio: il risultato è meno stridente di quando Romanini imita lo stile di Alessandrini sulla serie regolare, ma non è tra i più felici.
O forse l’effetto è meno marcato perché Sforza è un disegnatore nuovo per l’universo Mysteriano e le sue caratteristiche grafiche non sono ancora divenute abbastanza familiari all’occhio da saper riconoscere all’istante un suo emulo.
Restano comunque le differenze tecniche, che saltano all’occhio nelle tipiche limitazioni di Romanini, e soprattutto nella sua difficoltà a gestire in maniera fluida la grafica di ciò che esula dalla quotidianità, che si tratti illustrare in modo credibile le tecnologie avveniristiche di Altrove (o di Marte) o una creatura non umana (dagli Ja-Gen-Ho ai Satiri). Il suo apporto al volume non è indifferente, e visto il numero ridotto di pagine e il prezzo elevato dell’albo, influisce sulla qualità complessiva dell’acquisto in modo significativo.


 IN CONCLUSIONE

 Sebbene i singoli elementi di questo albo siano tutti interessanti e ricchi di potenziale, dall’idea di base all’arte, ognuno di essi è viziato da una qualche lacuna di fondo, che insieme alle altre concorre a dare un’idea generale di incompletezza da “vorrei-ma-non-posso”, impedendo quindi il raggiungimento di una sufficienza dell’esecuzione. E, ci spiace essere venali, ma l’aver pagato un prezzo pieno per un lavoro con queste lacune contribuisce non poco a questo giudizio negativo.