mercoledì 13 aprile 2022

[Recensione] Martin Mystère n. 386 - "I suoi primi 40 anni"

 Martin Mystère n. 386 (mensile)
"I suoi primi 40 anni"

Storia: Alfredo Castelli
Arte: Giancarlo Alessandrini, Rodolfo Torti, Alfredo Orlandi
Aprile 2022
 
 Una celebrazione diversa da ogni altra Sebbene sia inutile precisarlo, dobbiamo ribadire che con, questo albo, Alfredo Castelli festeggia i quarant'anni di vita editoriale del suo personaggio, e lo fa con la solita, felice arguzia di proseguire nel solco della tradizione, pur proponendo una storia celebrativa completamente diversa da quelle che l'hanno preceduta. La tradizione esige l'immancabile riunione dello scrittore e dell'artista che hanno dato il via alla serie, impegnati a raccontare una vicenda che ha dichiaratamente un sapore di altri tempi, ma narrata con quella tradizionale (appunto) e apparentemente inimitabile tecnica a intreccio Castelliana che la rende sempre attuale, con la sua complessità di costruzione su diversi piani temporali, arricchita dagli impagabili "racconti nel racconto" (dove azione, dialogo e documentazione storica si fondono in un mirabile continuum narrativo), propulsa dalla connessione di indizi e chiavi di lettura che ogni personaggio fornisce quasi inconsapevolmente, e infine graziata da quel raffinato e incomparabile talento affabulatorio di cui Castelli è umile maestro: anche ciò appartiene a una solida tradizione, ormai così gravemente rarefattasi da spingere certi lettori a criticare/stroncare semplicemente per non aver capito la struttura della trama; è la tradizione mysteriana della lettura che richiede impegno e partecipazione, perchè bisogna "usare il cervello", cogliere i collegamenti e trarre le conclusioni da soli, senza che tutto ci venga servito già pronto. Altrettanto tradizionale, sebbene qui declinata in modo inedito (nello stile del famoso "parliamo di noi") è la celebrazione di diversi anniversari in una sola occasione, con la cruciale differenza che, almeno per questa volta, Castelli festeggia giustamente se stesso e gli anniversari delle proprie opere (L'Omino Bufo, Zio Boris, gli Aristocratici) invece che dare spazio ad altri genetliaci della letteratura, della scienza, eccetera eccetera. L'operazione non si ferma qui, perché gli omaggi sono variegati quanto diffusi nella trama della storia, e vanno dalla lode agli appassionati della serie alla storica vicissitudine dell'intramontabile edizione turca della stessa. Ma abbiamo parlato anche di originalità del modo di celebrare l'occorrenza, e infatti la storia è concettualmente diversa da quella di 10 anni dopo (Martin Mystère n. 121), di cui pur riprende l'indagine su un mystero con radici storiche, da quella di Vent'anni di mysteri (Martin Mystère n. 241), di cui pur riprende l'appartamento di Washington Mews abitato da estranei, da Anni trenta (Martin Mystère n. 320), di cui pur riprende l'idea di riproporre un albo storico in versione inedita: per la prima volta, infatti, Castelli sfrutta un albo celebrativo per svelare l'enigma di un'indagine mysteriosa a cui era stato fatto cenno agli inizi della serie, ma di cui non era mai stato narrato alcunché, sebbene fosse stata ri-citata a scopo commemorativo nel suddetto 10 anni dopo. E' la vicenda del fantasma del Topkapi, la cui esistenza è nota sin da Operazione Arca (Martin Mystère n. 3), storia in 64 tavole di cui questo albo n. 386 propone, in appendice, una versione di lavorazione inedita. La risoluzione del caso dà vita a un intreccio inevitabilmente celebrativo sotto tutti i livelli, graziato da una notevole ricchezza di annotazioni e spunti su cui riflettere, sia per cogliere i già citati omaggi, sia perché invita a considerazioni di vario tipo sulla persona e la psicologia dei protagonisti. 
 "Martin sono io" Alla costruzione della vicenda contribuiscono tematiche storiche opportunamente mysteriose (come il santuario neolitico di Göbekli Tepe), fascinazioni letterarie come la genesi della versione occidentale delle novelle de Le mille e una notte, le varianti e i capovolgimenti di miti/favole come il giudizio di Paride o la stessa vicenda di Alì Babà e i quaranta ladroni, la trasformazione di eventi reali (benché inesplicabili) in mitologie religiose, le curiosità storiche come gli Automi del Rinascimento Islamico, e altro ancora: se in certi casi si tratta di novità per il panorama fumettistico mysteriano, in altri casi si tratta invece del ritorno di elementi noti in una nuova declinazione. E' ormai impossibile capire quando l'argomento venga meramente "usato" da Castelli per costruire la storia, e quando invece esso rappresenti una sua genuina passione, tanto curata e accattivante è l'eloquenza con cui i testi li illustrano, in ogni caso. Oltre all'impianto dell'intreccio mysterioso-culturale e all'immancabile dose di azione, con inseguimenti e sparatorie in cui per una volta ha senso che il protagonista ne esca obbligatoriamente illeso, c'è l'immancabile spazio per l'altro versante di questo fumetto che ha contribuito a far sopravvivere Martin Mystère fino a oggi, e cioè la peculiare caratterizzazione del personaggio, con le sue idiosincrasie, le sue passioni, i suoi affetti, il suo pensiero laterale, il suo modo signorile e auto-ironico di affrontare anche le situazioni più avverse (e di certo, in una vicenda che commemora i traguardi della serie, una certa ironia sui suoi difetti ricorrenti non può mancare): da qui si arriva in modo naturale (oltre che a ricordarci ancora una volta quanto di se stesso Castelli abbia riversato nella serie di Martin Mystère per decenni) al coinvolgimento dei comprimari della testata, sebbene meno corale che negli eventi celebrativi precedenti, da Diana Lombard a Java, passando per Chris Tower, Max Brody e (insolitamente) il mago Aldous Morrigan. Diana, inoltre, funge da cardine per esaltare altre due tematiche della vicenda, entrambe molto care a Castelli.
 Scettico o non scettico? La prima tematica è il conflitto tra scetticismo e creduloneria di Martin Mystère, il quale vive la contraddizione di condurre un programma sui mysteri del mondo che ripropone all'ennesima potenza lo scetticismo di organizzazioni come il CICAP, mentre la sua vita privata lo ha condotto ad avventure in cui ha sperimentato ogni genere di realtà impossibile, dal paranormale degli spettri al misticismo orrorifico dei Grandi Antichi, dalla "vera" storia del mondo con Atlantide e Mu alla censura attuata dalla cospirazione mondiale occulta degli Uomini In Nero, dalle ripetute visite di esseri alieni sulla Terra alla realtà fisica degli oggetti sacri più favoleggiati. Quale dei due è il vero Martin? Come si risolve questa contraddizione? Scopriamo ora che Martin desidera vivere avventure impossibili, e recuperare prove con cui convincere quella scettica razionale di sua moglie, ma nello stesso tempo è la sua stessa mente a riscrivere i propri ricordi, per razionalizzare e accettare gli eventi impossibili di cui fa esperienza; e infatti Diana, che per lui è l'ancora razionale che mantiene entrambi coi piedi a terra, lo "accusa" qui di affrontare l'enigma di turno in modo totalmente razionale, affermando implicitamente che Martin immagina di essere molto più credulone di ciò che è veramente. Molto realisticamente, quindi, la personalità di Martin non è monodimensionale come quella di un personaggio dei fumetti: non esistono il bianco e il nero, ma solo un'infinità di sfumature di grigio che sono il risultato della sua costante lotta interiore tra il desiderio di abbandonarsi alla fantasia senza freni e il bisogno di trovare sempre una spiegazione per ogni cosa, definendo una struttura univoca e immutabile per la realtà che lo circonda. Ed è per questo che Martin può usare il Murchadna e il Terzo Occhio ricevuti in Tibet da Kut Humi, ma poi nei suoi programmi televisivi sbeffeggia i complottisti decerebrati del "5G nei vaccini" e idiozie simili.
 Tutto ciò che sapete è sbagliato La seconda tematica, per certi versi imparentata con la prima, è l'inconoscibilità della Storia, intesa come sequenza univoca di eventi irrefutabili: il sito di Göbekli Tepe, con la sua datazione di dodicimila anni fa, che precede ogni altra costruzione umana e persino l'inizio della stanzialità dell'uomo primitivo cacciatore-raccoglitore, richiede un ripensamento di ciò che avevamo dato per assodato sulla preistoria e sullo sviluppo delle strutture sociali umane (banalmente, la religione nasce prima degli insediamenti urbani stanziali, e non viceversa). Come raccontato (il verbo non è scelto a caso) in numerose occasioni nella serie di Martin Mystère, ciò che noi conosciamo è una serie di resoconti di parte, a volte sfumati nel mito, a volte travisati, a volte scambiati con narrazioni simili ma di altre epoche, spesso lacunosi; ne è un esempio proprio la modalità di accesso al "dio" di Göbekli Tepe, che secondo la narrazione dell'erudito settecentesco Antun Diyab è una indicazione geografica tramandata da un popolo a un altro, e da una città a un'altra, ma che poi diventa anche un varco dimensionale (realizzato non si sa come) che dal palazzo del Topkapi conduce a Göbekli Tepe; analoghi esempi sono anche il capovolgimento dei ruoli della storia di Alì Babà (che per noi è l'eroe) e il riadeguamento dei ricordi di Diana e Java, che si adattano artificiosamente ad alcuni fatti impossibili che lo stesso Djinn ha causato per compiacere Martin. E questa riscrittura arbitraria della storia non è forse una prerogativa degli Uomini In Nero, e quindi l'ossatura stessa di un elemento fondante della saga di Martin Mystère?
 I mysteri della continuità Ma che cos'è esattamente questo Djinn, che appare con gli aspetti più diversi e che, in quanto dio, è nato dopo che l'umanità ebbe imparato a collaborare e a operare in modo stanziale?
 La sua presunta genesi fa immediatamente pensare a quella dei quattro oggetti archetipi (Spada, Lancia, Pietra e Coppa) raccontata principalmente ne Il segreto di San Nicola (Martin Mystère Gigante n. 1): uno dei Doni degli dei Tuatha reagisce al desiderio del primo essere umano che incontra, e si rimodella in ciò di cui l'umano ha bisogno (insomma, ne esaudisce un desiderio). Ma lo Djinn va oltre: il suo potere giunge a correggere la realtà, e coincide con quello di un altro degli oggetti archetipi, l'Anello, descritto ne L'isola di ghiaccio e di fuoco (Martin Mystère Gigante n. 6). Il dio di Göbekli Tepe potrebbe quindi essere uno degli Esagoni portati dagli alieni Tuatha, se non fosse che li sappiamo già tutti "impegnati" altrimenti; è quindi forse solo uno dei sette frammenti di detti Esagoni, magari della Pietra, che potrebbe essere stata divisa in epoca Atlantidea, come accadde per la Spada e la Coppa, ed essere poi giunto nel coevo santuario di Göbekli Tepe (a questo proposito, come potevano coesistere le due realtà? Lo spiegheremo mysterianamente nel Corriere del Mystero n. 5 previsto per fine 2022).
 Nell'universo narrativo di Martin, inoltre, esiste almeno un altro oggetto arcano capace di alterare la realtà quando essa prende una piega sgradita: si tratta dell'Ebdecaedro, un solido a diciassette facce protagonista de I sentieri del destino (Martin Mystère n. 185). Curiosamente, i luoghi storici e archeologici della presenza dell'Ebdecaedro sono l'Assiria del Nord (confinante con la Turchia) e il lago di Van (appartenente alla Turchia), e quindi relativamente vicinissimi a Göbekli Tepe.
 Notiamo inoltre la ricomparsa, difficilmente casuale, di elementi affini a quelli che caratterizzano il precedente L'ombra di Michelangelo (Martin Mystère n. 385): la natura artificiale della divinità, il ritorno all'Anatolia in quanto nucleo da cui è scaturita la struttura sociale dell'uomo moderno, nonché altre tematiche che non anticipiamo, perché di esse si occuperanno articoli e fumetti del già citato Corriere del Mystero n. 5.
 Dopo un decennio abbondante di lavoro della redazione per rimuovere ogni riferimento alla data di nascita ufficiale di Martin Mystère (di cui però gli appassionati non si sono accorti, perché alcuni continuano a ribadire che il personaggio è ormai vecchio e a chiedere spiegazioni), Alfredo Castelli tira nuovamente in ballo le date del 1981 e 1982, facendo affermare a Martin che sono passati quarant'anni dagli eventi di quell'epoca, e dandogli nuovamente un'età ragguardevole. Siccome non bastavano le pillole di Zio Paul (valide per il solo Martin), né l'appartenenza all'universo di Wold Newton (valida per qualunque personaggio della serie) a giustificare la longevità dei nostri eroi e criminali, ecco ora entrare in scena una spiegazione che più magica non si può: i brillantini della longevità (che chiaramente Martin elargisce a tutti, amici e nemici).
 Martin afferma di aver pubblicato il libro The Atlas of Mysteries (Atlante del Mistero) nel 1981, in qualità di quarto libro della sua carriera. Nel 1978 ha pubblicato il suo primo libro, Mystère's Mysteries of the Past - The Atlas of Mysteries (quindi il termine Atlas si ripete nel titolo del quarto libro). Il titolo italiano del quarto libro, però, dovrebbe essere Il dizionario dei misteri. Gli altri due titoli di quegli anni sono The Island Called Atlantis (Atlantide) e SOS Planet Earth (SOS Pianeta Terra). Sul Corriere del Mystero n. 1 c'è una esaustiva ricostruzione cronologica di tutta la produzione libraria di Martin, basata sulle informazioni estratte dalla serie a fumetti. Chi ha seguito Il mistero del falco sa che esisterebbe anche un'opera prima ripudiata del 1976, di cui nessuno fa mai menzione (perché in realtà nasce da un errore di continuità).
Sulle tracce dell'invisibile (MM n. 186)
 Gli anni sono cruciali anche per la base segreta statunitense di Altrove: Fraser dichiara di aver agito per conto di Altrove nel 1982, quando si infiltrò tra i terroristi dei Lupi Grigi. Ma Altrove, fino al 1987, fu in mano agli Uomini In Nero del dottor Hopkins, e dal 1972 essa risultava ufficialmente smantellata. Martin, che conosce queste date da molti anni, dovrebbe quindi immediatamente capire che Fraser è un personaggio losco? Forse no, perché, come raccontato ne Il triangolo del diavolo, la deriva della base segreta non era stata nascosta solo al governo degli Stati Uniti, ma anche a parte del suo personale; inoltre, Fraser è attualmente un agente di Altrove e agisce su mandato di Chris Tower (che, una volta divenuto comandante della base, ne studiò l'operato clandestino degli anni precedenti), e ciò per Martin deve implicare che anche nel 1982 Fraser fosse uno dei "buoni", nonostante la militanza nell'Altrove degli Uomini In Nero.
 Anche la vicenda della guerra di Troia si presta al discorso dell'inconoscibilità della Storia: Paride e il suo giudizio del pomo d'oro sono ora associati all'uso del potere della divinità di Göbekli Tepe, ma in precedenza la vicenda della mela d'oro era stata interpretata diversamente in New York Stories (sebbene si torni comunque a un Dono dei Tuatha), e la guerra di Troia è addirittura una vicenda di matrice atlantideo/muviana, secondo Gli eroi di Troia.
 Il dotto Antun Yusuf Hanna Diyab dovrebbe essere morto nel 1763, all'età di 75 anni (ma non vi è certezza sulla data della morte). Non sappiamo quando sia nata Amanda Janosz, ma quando esordisce in Colui che dimora nelle tenebre (Storie da Altrove n. 1) è il 1776 e Amanda non dimostra più di trent'anni. Supponendo che sia nata nel 1746, una sua corrispondenza epistolare con Diyab deve aver avuto luogo molto brevemente, con una Amanda assai giovane, nonostante la relativa vignetta la mostri già adulta. E' noto che, nella sua giovinezza, Amanda visse in Europa, vicino a Budapest, dove frequentò una società esoterica, la Confraternita di Arcadia: forse fu questo il fattore che la mise in contatto con l'anziano studioso Diyab. Si può romanzare mysterianamente la vicenda e ipotizzare che il dotto Diyab non sia veramente morto a 75 anni, ma abbia avuto un "magico" incontro con qualche personaggio di una delle novelle di Mille e una notte, che gli ha donato una nuova giovinezza, oppure più anni di vita, o ancora lo ha trasportato in un reame incantato dove il tempo non scorre: chi meglio della "predisposta" Amanda avrebbe potuto quindi rintracciarlo e stabilire un contatto con lui? Capovolgendo la prospettiva, Amanda potrebbe essere più vecchia di quanto appaia nel 1776: in Colui che dimora nelle tenebre, ella afferma infatti di non sapere quanti anni siano passati da quando la Confraternita fu annientata e lei fuggì dall'Europa, quasi come se ci fosse un vuoto temporale innaturalmente lungo nel suo passato, che lei non sa colmare coi ricordi.
 Torna in scena il Terzo Occhio di Martin Mystère, che come annota lo stesso Castelli, mancava dalle scene da parecchio tempo. Lo avevamo sentito nominare, senza vederlo, in Longitudine zero (Martin Mystère n. 317): sembra coerente che esso serva per aprire il varco per raggiungere la divinità primordiale dell'umanità, a sua volta raffigurata come un occhio, prototipo dell'Occhio delle Provvidenza (già nella Bibbia si parla dell'occhio di dio per indicarne l'onnipotenza), o dell'Occhio di Ra e di Horus (che curiosamente fu diviso in sei parti, secondo il mito).
 Spektor, che compare solo nella parata di personaggi della vignetta finale, è lo stesso personaggio di due albi celebrativi di una diversa categoria: il n. 100 (dove è un mago da fiera) e il n. 300 (dove è un viaggiatore temporale).
 Il quotidiano Millijet, nella ristampa di Operazione Arca (Tutto Martin Mystère n. 3), titola che Martin risolse il mistero del fantasma del Topkapi "alcuni anni fa", e quindi prima del 1982 (anno in cui si svolge l'avventura). Adesso, invece, si sostiene che tale mistero fu risolto proprio nel 1982. Probabilmente il titolo del quotidiano è tradotto male, e in turco si parla di "mesi" e non di "anni". Ma ricordiamoci anche che TuttoMystère descrive un universo mysteriano riveduto e corretto in tanti particolari, quasi fosse una realtà parallela; ne I sentieri del destino (Martin Mystère n. 184), abbiamo scoperto che esiste un oggetto che si occupa di rettificare la realtà, quando questa prende una piega sbagliata: da lì nasce la linea temporale di TuttoMystère, e quindi ogni rettifica minore (come quella dell'anno del mistero del fantasma del Topkapi) è opera occulta dell'oggetto in questione, e non una rettifica a posteriori della continuità.
 Martin e l'attualità Il ritorno allo stile di quaranta anni fa coinvolge anche l'aspetto etnografico del Martin Mystère di allora, sempre generoso di nozioni di ogni genere sui luoghi visitati: ecco quindi che Castelli coglie l'occasione per narrarci Istanbul com'era quattro decadi fa e com'è adesso, prendendo discretamente ma continuamente le distanze dall'attuale regime; fa quest'ultima cosa necessariamente con la discrezione tipica di Martin, evitando le affermazioni drastiche ed effettistiche, tipo chiamare il suo presidente un dittatore, in favore di una serie di puntuali precisazioni che lasciano a noi il compito di trarre le opportune conclusioni (la citazione deliberata del genocidio degli Armeni è un valido esempio).
 I tre desideri  Lo Djinn evita accuratamente di chiarire che è possibile esprimere solo tre desideri, e infatti sembra esaudirne di più. In apparenza, i desideri realizzati di Martin sono: 1. ritrovare il genio; 2. avere diana e Java con sé; 3. non essere Martin Mystère; 4. mettere a dormire per sempre lo Djinn; 5. salvare la vita degli agenti di Altrove.
Il desiderio n. 3, però, è solamente un incubo di Martin, quindi lo Djinn ha ignorato quella frase. Il n. 5 invece, almeno secondo Diana, è un atto di libera volontà compiuto dallo Djinn stesso (nella tradizione, riportare in vita i morti è una delle tre cose che i geni non potrebbero fare).
   La sublime porta Lo Djinn non lo dice, ma il varco che dal palazzo del Topkapi conduce fino al suo santuario segreto è una trasposizione fumettistica letterale del concetto della Sublime Porta (citato in Operazione Arca): questa definizione, che identifica sia Istanbul sia l'Impero Ottomano nel suo insieme, era un tempo ristretta al solo palazzo del sovrano, cioè il Topkapi. Ufficialmente, il nome deriva da un elemento architettonico del palazzo, la cosiddetta Porta Ottomana. Ora noi sappiamo invece che è dovuto alla presenza nel palazzo, sebbene occulta, di ben altro tipo di porta, letteralmente sublime, dato che conduce alla dimora di dio.
 Sempre a proposito di questo varco, a pagina 60 finalmente Martin lo vede col suo vero aspetto: le figure di animali che fluttuano nell'oscurit intorno all'ingresso non sono una presenza casuale in quanto si rifanno agli altorilievi di animali selvatici di cui sono ricchi i pilastri del sito archeologico di Göbekli Tepe.
  Non disturbare il religioso 2 Ne avevamo appena parlato ne L'ombra di Michelangelo, ed ecco che Castelli riconferma che il presunto tabù è almeno in parte stato abbattuto. Anche in questo albo, infatti, si riflette sull'origine storica o preistorica della religione e quindi del concetto di divinità: il santuario di Göbekli Tepe (non è corretto definirlo una "città"), riprendendo una pittoresca definizione del saggio di Andrew Collins, è presentato come il luogo di nascita di dio, o più in generale della religione, in quanto primo luogo di culto mai edificato dagli esseri umani (ancora prima dei primi proto-centri urbani), almeno per quanto ne sappiamo oggi. In altre parole, è l'umanità che ha creato la divinità, e non viceversa.  
 Ma allora era tutto un sogno? In apertura, abbiamo parlato della famosa complessità della scrittura autoriale di Alfredo Castelli, e non a caso: questo non è un fumetto riempitivo dalla rassicurante struttura lineare scritto da un autore esterno; è un fumetto del creatore della serie, lo stesso che ha sviluppato la labirintica narrazione de Il segreto di San Nicola o di Roncisvalle!, per cui deve essere letto con attenzione e poi riletto, prima di essere compreso. La risposta alla domanda, quindi è: no. Non era un sogno. E' tutto accaduto davvero. L'unica sequenza onirica è quella delle pagine 18-20 (Martin non esiste), che si risolve a pagina 81. Le pagine 28-32 mostrano invece ricordi fittizi che la mente di Martin ha creato per razionalizzare l'incontro con lo Djinn del 1981 e i prodigi relativi: Diana spiega chiaramente, a pagina 81, che la riscrittura dei ricordi è un effetto dei poteri dello Djinn.
 Non c'è mai fine Ci sono voluti solo quarant'anni, ma abbiamo finalmente appreso la vicenda ufficiale del (non) fantasma del Topkapi (parliamo in seguito del vero spettro che infestava il palazzo). Tuttavia, la faccenda non si conclude qui: cosa ne è stato, infatti, della fotografia che Martin ha potuto scattare alla mappa di Piri Reis? Siccome in albi successivi Martin citò detta mappa di sfuggita, senza alludere a particolari scoperte fatte in merito, anche questa è una sottotrama che attende di essere risolta/svelata.
  Errori e spigolature Non sarebbe un albo di Martin Mystère, senza una quota di sviste varie.
 A pagina 15, un dialogo definisce "un tesoro, un edificio", come se mancasse una parte della frase.
 A pagina 23, il verbo "ammetere" è privo di una lettera.
 A pagina 33, il Martin del presente afferma di aver già detto che durante l'avventura a Istanbul nel 1981 era confuso, ma in realtà non lo ha detto: lo ha solo pensato a pagina 9, durante la sequenza di flashback.
 La dea Atena viene chiamata col suo nome greco, mentre la sua collega Afrodite viene chiamata col nome latino di Venere.
 A pagina 6, Fraser dichiara che Martin deve sapere cose interessanti, ma in realtà di lui sa solo che è comparso nella Cisterna Basilica, dove i Lupi Grigi si trovavano per... per fare cosa, esattamente? E' logico supporre che stessero cercando il famoso varco verso il santuario dello Djinn, ma nel fumetto ciò non viene mai esplicitato.
 Non che sia un errore, ma ci piacerebbe sapere tramite quale tecnologia avveniristica è possibile che Max Brody, ad Altrove, riceva in diretta i dati del drone semi-invisibile che sta spiando Martin in Turchia. 
 Il fumetto Operazione Arca di Doc Robinson, felicemente presentato con una copertina interna rigida come quella esterna, viene presentato quasi completamente nella versione statunitense, con i volti di Martin corretti più volte  da Franco Bignotti, diversamente da quanto spiega l'introduzione, che parla di un Doc Robinson britannico e artisticamente intonso (di britannico resta una didascalia che colloca l'appartamento di Robinson a Londra). Quest'ultima versione, ancora più "antica", è quella dell'elegante volume Doc Robinson: Operazione Arca pubblicato da AMys.
 Il Dottor Spektor (comparso precedentemente solo in due occasioni) è ritratto fra i personaggi principali della serie nel saluto finale. Il nome attribuito a Diana nelle tre pagine oniriche, Beatrice, riprende quello di Beatrice Carver, la compagna di Allan Quatermain
 L'arte E' sempre gradito il ritorno di Giancarlo Alessandrini, che qui si impegna a ricatturare lo stile grafico più grezzo delle origini di Martin Mystère, sebbene l'operazione gli riesca solo in parte, e il suo stile moderno finisca per imporsi. Forse a causa delle scadenze per la pubblicazione, Alfredo Orlandi contribuisce con la sequenza dell'inconscio collettivo in cui Martin viaggia da Istanbul al santuario dello Djinn, transitando dallo spazio normale a quello dell'immaginario, a lui così familiare (non sembra infatti il Mondo dei Sogni, quanto una realtà di confine come Ibez oppure Oz). Rodolfo Torti illustra invece la sequenza dell'agitata sparatoria finale in cui i Lupi Grigi cercano di ammazzare tutti, ma sono ostacolati dal potere dello Djinn (come già nel 1981). L'apporto di questi ultimi due artisti contribuisce alle celebrazioni della serie, dato che rappresentano a loro volta due epoche della serie (e Torti è probabilmente anche associato agli Speciali, visto quanti ne ha illustrati). Molto riuscito, anche questa volta, il risguardo, in cui Carlo Velardi cita una quantità di copertine delle origini: il cobra del n.1, la stele egizia del Belize, l'Arca, il soldato spagnolo e l'indiano della fonte della giovinezza, le Medusa della stirpe etrusca, il Neanderthal del delitto nella preistoria, la casa di Providence. La copertina effettiva è molto suggestiva per l'uso delle ombre sui personaggi, in contrasto con i colori dei fuochi d'artificio che circondano il titolo della testata: stona un po' il logo dei quarant'anni, che insieme al triangolino di Doc Robinson contribuisce a rendere troppo affollata la visione d'insieme. Curiosamente, il titolo effettivo dell'albo, I suoi primi 40 anni, riporta il numero 40 in cifre, ma le anteprime annunciavano invece il titolo I suoi primi quarant'anni.

 E Get a Life! resiste Il numero 5 del nostro fumetto, Il ritorno del Fantasma del Topkapi, rischiava di entrare in un conflitto di continuità insanabile con I suoi primi quarant'anni, ma Alfredo Castelli ha evitato il problema trasformando la faccenda ufficiale del fantasma in una trovata esageratamente fantasiosa e sensazionalistica di un quotidiano, avvenuta mentre Martin era in Turchia per ben altro motivo. Nel nostro fumetto, Martin è stato in Turchia anche per un breve ciclo di conferenze, ed è incappato nel "nostro" fantasma del Topkapi (un vero spettro, questa volta), il quale però è sparito così in fretta che probabilmente Martin ha archiviato l'episodio come un'allucinazione, e se ne è dimenticato. Sono stati infatti Antonietta Fernandez e Ian Rogers, molti anni dopo, a esorcizzare veramente questo petulante fantasma.
 Abbiamo ipotizzato poco fa che il Djinn/divinità possa essersi originato da un Esagono (o Dono dei Tuatha): in Un Martin per tutte le stagioni (Get a Life nn. 41-44), abbiamo effettivamente raccontato di un Esagono "speciale" da cui avrebbe avuto origine Zeus (ma non gli altri dei del suo o di altri pantheon). Un altro oggetto intimamente legato agli Esagoni si sarebbe a sua volta reincarnato in una divinità moderna, che potrebbe essere Jaspar: lo abbiamo ipotizzato in Come Prisma, più di Prisma (Get a Life! n 52).
 L'Ebdecaedro della serie ufficiale di Martin Mystère è un oggetto relativamente passivo, anche se senziente. Negli episodi appena citati di Get a Life! abbiamo presentato un altro Ebdecaedro, dalla volontà molto più accentuata, tanto da agire direttamente per garantire la stabilità dell'universo. Se il Djinn/divinità è davvero un Ebdecaedro, allora si avvicina più al nostro che a quello ufficiale.
 Come Castelli sottolinea, il santuario di Göbekli Tepe potrebbe essere la matrice del concetto di "paradiso" dove dimora la divinità: nel già citato Corriere del Mystero n. 5 ci occuperemo proprio di questo argomento, ancora una volta senza rischiare alcun conflitto di continuità, nonostante il nostro fumetto sia stato sceneggiato alcuni mesi fa, senza sapere di cosa avrebbe parlato I suoi primi quarant'anni.

 Fantasmagoria si divide per questa occasione in due rubriche: Cose turche approfondisce in maniera gustosa gli spunti del fumetto, insegnandoci fra l'altro la corretta dizione di Topkapi (quarant'anni di ignoranza!), mentre La fiera delle vanità è giustamente e graditamente dedicato all'opera di Alfredo Castelli e alle numerose innovazioni che il suo lavoro ha discretamente introdotto in casa Bonelli. Come nel fumetto, anche qui ritroviamo l'inimitabile stile letterario di Castelli, quella miscela di modestia, signorilità e cultura che rende unica la serie di Martin Mystère. La striscia di Bonelli Kids è a sua volta dedicata a Castelli e a un demenziale gioco di parole degno dell'Omino Bufo, il quale compare in Zio Boris insieme agli Aristocratici, per commemorare i loro tre rispettivi compleanni di cinquanta, cinquantuno e quarantanove anni.
  Il mistero del falco (12), romanzo a puntate di Andrea Carlo Cappi, si conclude in questo albo, con una dodicesima parte che è una chiusura del cerchio, come già i fumetti e gli articoli citati: la trama tira le fila del mystero iniziale (la visione di Martin che punta un'arma per uccidere qualcuno) e sigla il destino delle quattro statuette egizie, con una soluzione che sorprendentemente rispecchia proprio quella de I suoi primi quarant'anni: la malvagia di turno, che sa troppe cose estremamente pericolose, viene imprigionata dagli Uomini in Nero, così come Fraser viene imprigionato da Altrove, mentre le quattro divinità che albergano nelle statuette vengono archiviate perché non si attivino mai più, proprio come accade allo Djinn. Resta fuori dai giochi l'organizzazione dei Cercatori dell'Eden/Paradiso (un tema che si affianca comunque a quello di Göbekli Tepe), come anche il suo capo, il reverendo Westmoreland. Cappi chiude argutamente il cerchio anche in un modo più sottile: il mistero del Falcone Maltese, infatti, fu risolto "alternativamente" anche nel fumetto celebrativo di Anni trenta (Martin Mystère n. 320).
Andrea Carlo Cappi presenta il prossimo romanzo, Zona Y, sul suo blog (I nuovi segreti del professor Mystère) e gentilmente svela l'esatto anno in cui è ambientata la vicenda principale di ognuno dei dodici capitoli. Confrontando la sua lista con le nostre ipotesi, scopriamo di aver azzeccato l'anno dei capitoli 1, 3, 4, 6, 7, 8, 9, 10, 11. Sul capitolo 12 confessiamo di non esserci posti la domanda! Il capitolo 5 narra quello che sembra un romanzo nel romanzo e la scena relativa è ambientata nel 1921 (ma non ce lo eravamo chiesto, nuovamente). Il capitolo 2 per Cappi si svolge nel 1962; noi abbiamo invece optato per il 1961, a causa della doppia carriera di Mark Mystère negli Uomini In Nero (che a Cappi deve essere sfuggita).      

1 commento:

  1. Bellissima ed accuratissima recensione con la quale concordo in pieno. Effettivamente la relazione epistolare fra Amanda e Diyab sembra un po' forzata: la spiegherei piuttosto spostando in avanti la morte di Diyab, visto che una civettuola Amanda nel 1803 sembra intrattenere un legame amoroso con il giovanissimo McKenzie, cosa che a cinquantasette anni di età appare un po' improbabile. Segnalo due spigolature: Il Dottor Spektor (comparso precedentemente solo due volte) ritratto fra i personaggi principali della serie nel saluto finale; il nome attribuito a Diana nelle pagine oniriche, Beatrice, come Beatrice Carver, la compagna di Allan Quatermain e progenitrice fumettistica di Diana.

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