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venerdì 4 agosto 2023

[Recensione] Martin Mystère n. 400 - "I colori impossibili"

 Martin Mystère n. 400 (mensile)

"I colori impossibili"
 Storia: Carlo Recagno
Disegni: Giancarlo Alessandrini, Rodolfo Torti, Alfredo Orlandi, Fabio Grimaldi
 
"Zona Y"
di Andrea Carlo Cappi
 
Giugno 2023
 

LA MACCHINA PER SMACCHINARE

 Come ben noto, la versione online di Get a Life! sta per chiudere i battenti: a fine 2023, un’ultima storia incentrata su Gobekli Tepe (e comparsa in precedenza sul Corriere del Mystero) segnerà la fine della pubblicazione semi-regolare del fancomic gratuito su internet. Lo stesso evento metterà una pietra sopra gli articoli di approfondimento, le rubriche, le recensioni, la biografia di Martin Mystère e tutto quello comparso finora su questo blog.

 Quali sono i motivi che portano a a una decisione tanto drastica? Visto che finora non ne avevamo mai parlato su queste pagine, né avevamo mai dato l’annuncio in maniera ufficiale, cogliamo l’occasione della recensione del celebrativo albo di Martin Mystère n. 400 per dare qualche spiegazione.

RECENSIONE

 Cosa si può dire su I colori impossibili che non sia già stato detto in rete, dove si sono sprecate le solite manifestazioni di odio viscerale per Martin Mystère, possibilmente condite da una sana dose di ignoranza atta a compiacere il basso ventre di un pubblico sempre più abbrutito?

 Magari si può fare un’analisi oggettiva di ciò che l’albo contiene e di quali sono le intenzioni con cui è stato costruito, invece che spacciare per una recensione quelli che invece sono piagnistei e capricci su ciò che arbitrariamente si esige dalla serie .

 Ma, soprattutto, si può analizzare il sottile messaggio nascosto in quella enorme metafora globale che è questo albo e che, apparentemente, nessun altro prima di noi ha saputo cogliere (ma siete calorosamente invitati a smentirci), forse perché il punto focale delle suddette “recensioni” era sfogare il solito livore rancoroso e stizzoso contro la casa editrice o l’autore in oggetto, quasi come se i relativi recensori fossero il ministro della giustizia di un governo di estrema destra che, per riuscire a vendicarsi a tutti i costi degli ex colleghi magistrati che combattono la mafia, si dedica con protervia velenosa a cancellare o svuotare i reati di associazione con la mafia e/o corruzione riguardanti i potenti.

 Procediamo con ordine, partendo dai contenuti più espliciti e oggettivi.

 Essendo un numero a doppio zero, Martin Mystère n. 400 è un albo celebrativo, e siccome l’autore è Carlo Recagno, i rimandi celebrativi sono pesantemente stratificati. La struttura narrativa è quella nota e ricorrente per questo filone: una cornice narrativa “vera” racchiude tre racconti di fantasia o realmente accaduti (in Martin Mystère n. 300, i racconti erano collocati nella realtà), e il tema delle storie è quello della percezione umana dei colori, perché i numeri doppiozero di MM sono non solo a colori, ma sui colori.

 E’ un albo celebrativo, abbiamo ripetutamente ripetuto, e quindi ognuno dei racconti celebra a sua volta diversi momenti della storia editoriale di Martin Mystère.

 Il primo racconto, con la sua invenzione impossibile e il finale umoristico, è un omaggio ai racconti ipotetici di Zona X e delle antologie scritte dallo stesso Martin Mystère, che spesso si divertiva a esserne protagonista. Come la cornice, questo racconto è anche un omaggio alla serie Magic Patrol di Zona X, che vedeva la base di Altrove, Chris Tower e Aldous Morrigan tra i protagonisti. La comparsata del negozio di Safarà è un omaggio a Dylan Dog, il quale appariva anche in Martin Mystère n. 200. Analogamente, la botta in testa che permette a Martin Mystère di usare il viewmaster per vedere ciò che gli altri non vedono richiama a sua volta un espediente narrativo del racconto finale di Martin Mystère n. 200.

 Il secondo racconto, ambientato nel 1859, mette in scena il raduno segreto di alcuni potenti personaggi storici legati alla battaglia di Magenta, collegando la loro vicenda alla genesi del colore magenta: si tratta palesemente di un omaggio a Storie da Altrove, che si intreccia con un omaggio allAlmanacco del Mistero, in quanto nella storia entrano in scena Docteur Mystère (il “non” antenato di Martin Mystère) e il suo figlioccio Cigale, per scontrarsi con gli Uomini In Nero dell’epoca, dietro richiesta di “Papà”, la direttrice di Altrove di quegli anni. Oltre agli omaggi, quindi, questo racconto propone una novità, e cioè un impensato e sorprendente contatto tra il Docteur e la base segreta di Altrove (per quanto si tratti di un’idea logica, però, ci viene detto che questo evento è accaduto in un’altra realtà; noi comunque, non ce la sentiamo di escludere che non sia avvenuto qualcosa di simile anche nella “nostra” realtà). Il colore magenta viene dallo spazio, il che ci rimanda al quasi omonimo racconto di H. P. Lovecraft, ma anche a un precedente colore cosmico mysteriano, e cioè l’indaco di Martin Mystère n. 300.

 Il terzo racconto, partendo come un’avventura di Angie con gli imbroglioni Dee e Kelly, intenti a viaggiare tra le realtà parallele grazie a un mandala basato sui colori avversari che il nostro occhio non può percepire, è un omaggio allo Speciale annuale; nella conclusione. compaiono inoltre il Martin Mystère e il Max de Le nuove avventure a colori (come si poteva omettere una citazione di una miniserie che il colore lo annunciava anche nel nome?). Carlo Recagno racconta inoltre di aver inserito un riferimento all’albo speciale Generazioni del 2003: “La scena con Angie che cade giù dal cielo è in effetti una autocitazione da Generazioni. Ed entrambe si rifanno a L'Incal di Jodorowsky e Moebius, alla scena che apre e che chiude la storia”. Il mandala che apre le porte della mente e delle dimensioni spaziotemporali, a sua volta, richiama un analogo varco dimensionale visto ne Il mondo di Escher (Speciale Martin Mystère n. 15) e basato sulla xilografia “Serpenti” di Maurits Cornelis Escher.

 Nella cornice narrativa, Martin Mystère è un “grande assente”, e proprio questa sua assenza funge da motore della vicenda, e quindi da scusa per radunare ad Altrove una gran parte dei suoi comprimari abituali. Al posto di Martin Mystère, come fil rouge narrativo, agisce il misterioso Spektor, un enigmatico creatore di storie impossibili che ogni volta sembra avere un’identità diversa, sempre atta a catalizzare eventi e rivelazioni: in Martin Mystère n. 100, si esibisce in un luna park di provincia per giocare sui pensieri segreti degli spettatori, come un telepate; in Martin Mystère n. 300 è in circolazione ai tempi di Cleopatra e di Isaac Newton, come crononauta; adesso, risulta essere un presunto quadricentenario (almeno così pensa Aldous, che lo conosce di fama, proprio come Tower) e studioso di rinomata competenza e abilità.

 Visto l’argomento dell’albo (non i colori, ma la nostra percezione degli stessi), non può mancare un collegamento a un albo di Carlo Recagno che trattava proprio questo argomento: Con la coda dell’occhio (Martin Mystère n. 315). La minaccia, infatti, sembra provenire dal Superspettro, di cui fanno una breve apparizione gli abitanti. L'autore, però, è Recagno 2.1, che non ha troppa voglia di sbattersi e che deve obbedire ai dettami di una dirigenza che non vuole saperne di continuità (preferisce che sia Nathan Never a cannibalizzarla e beneficiarne, lasciando che Martin Mystère diventi un grottesco guscio vuoto e rinsecchito): ecco quindi che Spektor insinua che i Superspettrali siano solo un’illusione, e quindi non c'è nessun obbligo di sforzo mentale da parte dei lettori, i quali mysteriosamente sono appassionati di questa serie, ma detestano trovare riferimenti agli albi precedenti della serie di cui sono appassionati.

 Riguardo alla risoluzione della storia, Carlo Recagno scrive: “Quando ho scritto il paradosso della predestinazione, non ho proprio pensato a Generazioni. Avevo in mente Doctor Who (e anche un episodio specifico). Dite la verità: quando Martin entra in scena dicendo: Mi fate passare, che devo salvare il mondo? non sembra il Dottore?”

 Il punto dolente, per noi, si trova proprio qui. Dopo 80 pagine di fumetto interessante, ben costruito, simpatico, documentato e celebrativo, il citato paradosso finale delude il lettore, perché spiegato male e seguito da uno strascico di domande che resteranno per sempre senza risposta. Non ci soddisfa certo che l’ispirazione sia stata il telefilm Doctor Who, sia perché l’improvviso utilizzo risolutorio di un usuratissimo paradosso temporale è forzato e stonato in una storia che non tratta di viaggi nel tempo, sia perché il detto telefilm ha decisamente stancato: a chi piace più, ormai, tranne Recagno?

 Ma i finali precipitosi non sono certo una novità, nella produzione di Alfredo Castelli per Martin Mystère, né lo sono le questioni in sospeso. Qual è, quindi, il fattore che ci spinge a chiude il blog e che è rappresentato da questo albo n. 400?

 La risposta potrebbe trovarsi in un altro paradosso: una storia così, che riprende il passato della serie e lo amplia, che fa discutere e criticare, che spinge a porre domande, è una storia che a essere fortunati compare una volta in un anno, ed è sempre più esitante a “esporsi” e approfondire, nel timore della reazione lamentosa e rimbecillente della nuova generazione di “lettori speciali”, quella che è stata accuratamente selezionata con la politica delle storie “emozionali” scopiazzate dai film e telefilm. E a scriverla è sempre e solo Recagno, perché gli altri autori interessanti si sono eclissati o sono stati rimossi (basti guardare le complesse, articolate e ambiziose sceneggiature di Alessandro Russo, relegate su un albo Maxi come se fossero scarti e assegnate al segno inadatto e datato di G. Romanini), probabilmente per volontà di una “direzione artistica” che punta da decenni a compiacere e inseguire solo il lettore occasionale, regalando ai lettori storici e affezionati il contentino saltuario, sebbene siano questi ultimi quelli che comprano tutte le uscite, e non i lettori di passaggio. Negli ultimi anni, la tendenza è peggiorata esponenzialmente: le promesse di “rinascimento mysteriano”, annunciate più volte, sono sempre state disattese; i nuovi sceneggiatori, infelicemente indirizzati, hanno puntato tutto su una comicità imbarazzante e su una narrazione formulaica, meccanica e impersonale dove gli elementi tipici mysteriani vengono gettati nel calderone quasi a caso e combinati in maniera superficiale, tanto da dare l'impressione che i soggetti siano stati elaborati da una intelligenza artificiale del livello della famosa ChatGPT, generando una sequenza interminabile di albi riempitivi, senza alcuna rilevanza, che uccidono l’interesse e spingono a ignorare le uscite successive. Vale la pena di seguire questa testata per leggere uno o due albi all'anno, e sempre incrociando le dita per potenziali sorprese nefaste volute dalla redazione?

 Tutto qui? No. c'è anche un significato più nascosto, in questo fumetto, nella sua struttura, nei suoi contenuti, nelle soluzioni e scelte narrative. In una parola, nell’enorme metafora che esso incarna, e che vogliamo ora sviscerare.

 Partiamo dalla già osservata debolezza della soluzione finale del paradosso della predestinazione. Martin Mystère sembra parlare con l'anomalia spazio-temporale come se stesse parlando a se stesso: l'anomalia sarebbe quindi senziente?

Prendendo per buona la definizione del Superspettro come "luogo della mente", data da un esperto creatore di mondi e storie come Spektor (definizione che, peraltro, non la differenzia granché dai vari Mondi dei Sogni visti nella serie), se ne deduce che sì, Martin Mystère sta parlando col proprio inconscio. Ma, visto che questa entità è colpevole della sua scomparsa dall'esistenza e dalla memoria, ci si chiede: che motivi avrebbe potuto avere Martin Mystère per desiderare di essere cancellato dalla realtà e dimenticato da tutti?

 Da qui, si giunge all’unica conclusione possibile. Tutta la storia, dalla cornice ai singoli racconti, è una proiezione dell’inconscio di Martin Mystère, ed è stata generata dal suo inconfessabile desiderio di fuga da questo suo universo narrativo ormai degenerato, dalla stanchezza dell’ottantenne usurato e inflazionato che vuole staccare la spina, e dall'impossibilità di farlo in modo permanente.

 Sparendo nel Superspettro, con modalità diverse da quelle che invece riguardarono Angie Dark durante una simile esperienza, Martin Mystère acquisisce i colori impossibili del Superspettro, e quindi passa da essere “detective dell’impossibile” a essere letteralmente un “personaggio impossibile”, e così facendo assurge al livello di dio. Qual è infatti la capacità di un dio, come ci ricordano tante mitologie, e che proprio lui manifesta  con la sua sparizione? E’ la capacità di generare infinite storie, che possono essere o false o vere oppure entrambe (esattamente come fa Loki, il trickster, altro personaggio cardine della mytologia di Recagno). Innescando questa pletora di interpretazioni divergenti, Martin Mystère cessa di esistere come una persona normale che invecchia in un universo che invecchia, si astrae e trascende fino a divenire un concetto archetipo come Topolino, un personaggio eterno e immutabile, la cui saga perde linearità e si polverizza nell'eterno presente di un poliverso che imita quello dei personaggi di Walt Disney, e cioè un universo auto-azzerante a piacere, divergente, contraddittorio, consecutivo solo quando serve. Un universo in cui può essere raccontato tutto e il contrario di tutto, senza tema di contraddizioni, perché basta ignorarle.

 Ecco perché, ritornato infine nel suo mondo, Martin Mystère è ormai un ologramma, più che una persona, un’icona a cui non può più accadere alcunché di rilevante o rivoluzionario. A dimostrarlo, c’è proprio la trama della cornice narrativa: la scomparsa letterale di Martin Mystère, cancellato dall’esistenza e dimenticato da amici e nemici, non ha effetti rilevanti sulla realtà, né lascia alcuna traccia dopo la precipitosa risoluzione.

 A corroborare questa interpretazione, arriva anche il concetto, ribadito più volte nel fumetto, dell'inesistenza dei colori, in quanto frutto della trasformazione di certe lunghezze d'onda da parte dell'organismo umano; poiché la genetica ci rende tutti diversi, questi colori divengono totalmente soggettivi, come spiega anche uno dei racconti presenti in Martin Mystère n. 100. Tra le righe, ci viene detto che quindi, allo stesso modo, anche la figura di Martin Mystère è diventata soggettiva, e cioè ognuno di noi lo "vede" in maniera diversa, e tutte le sue infinite versioni sono "vere". 

 Ed eccola qui, la suddetta colossale metafora. Questa che abbiamo descritto non è semplicemente una trovata narrativa usa-e-getta per un albo celebrativo: è invece la dichiarazione programmatica dell’evoluzione (involuzione?) della serie di Martin Mystère e del suo personaggio cardine. Una trasformazione comprensibilmente auspicata da Alfredo Castelli già quando Martin Mystère ebbe successo nell’universo Anni ’30: comprensibile, diciamo, perché chi non vorrebbe veder assurgere una propria creatura di fantasia allo stato di personaggio immortale dell'Olimpo della fantasia, in quanto stratificato nell’immaginario collettivo fino a sfiorare la definizione di archetipo?

 In aggiunta, questa storia non presenta né date né elementi che la collochino in un momento specifico della serie (divenuta ormai a-temporale in ogni caso), e può quindi essere avvenuta anche dieci o più anni fa: il mutamento (declino?) di Martin Mystère ha infatti origini ormai antiche, e anche se per molti anni ci si è affannati a ignorarlo o a smentirlo, I colori impossibili è stata configurata proprio per confermarlo definitivamente. Se vi serve un precedente di storie di Martin Mystère collocate ben prima della data di uscita, vi basti Martin Mystère n. 100, capostipite di questo filone: uscito nel 1990, è ambientato dichiaratamente un anno prima.

 Svelata la metafora e il significato più profondo, da pietra miliare (tombale?) retroattiva, torniamo quindi alla motivazione della decisione annunciata all’inizio: siccome ormai la consistenza interna della serie (trattasi della famigerata continuità; tutti gli altri usi di questo termine, anche e soprattutto in inglese da parte di chi ha dimenticato l'italiano, sono errati) è diventata relativa e quindi irrilevante, dato che può essere disneyanamente rimaneggiata, cancellata, riscritta, travisata, calpestata e ignorata a piacere. Ne consegue che non ha più senso portare avanti il discorso di questo blog, delle sue recensioni contestualizzate nella coerenza della mytologia globale della serie, dell’attenzione alla filosofia e poetica e culltura letteraria Castelliana (alla fine, hanno avuto successo i tentativi di snaturarle e negarle da parte di “critici” e autori  infiltrati), e dei fumetti di Get a Life!, che ricucendo gli strappi presunti, li trasformano nelle basi per capitoli narrativi inediti che riconducano tutto a una narrativa globale, organica e coerente (che non esiste più per scelta esplicita).

 Si può pensare di continuare a seguire solamente gli autori che finora si sono impegnati a portare avanti un discorso di coerenza e continuità della serie di Martin Mystère, ma così facendo, a causa degli interventi redazionali, che a volte sembrano voler portare avanti un arco narrativo "nascosto" che unisca albi di diversi autori "mercenari", si rischia di restare invischiati in una rete narrativa di qualità opinabile, che comprometterebbe anche il godimento dell'opera selezionata dei suddetti autori validi. Si è vista una potenziale avvisaglia del genere in Fantasmagoria, che sembra proprio il manifesto di questa infelice gestione d'insieme. C'è infatti un'idea di trama che sembra pensata per compromettere il discorso generale dell'universo mysteriano, e cioè l'insensatezza del meccanismo "elettromagico" di turno, che non si limita all'arbitrarietà di agire sulla psiche o di far viaggiare nel tempo a seconda della convenienza narrativa, ma calpesta anche le regole del viaggio nel tempo stabilite da Alfredo Castelli, che ha sempre usato questo elemento con estrema parsimonia e accortezza, e che Vincenzo Beretta e Carlo Recagno avevano leggermente ampliato, ma utilizzando elementi cruciali che il suddetto albo ha bellamente ignorato (non si sa se per impreparazione o per scelta). Da questa base, caritatevolmente definibile come traballante, si arriva al "colpo di scena" del finale, dove un giovane somigliantissimo a Martin Mystère (ma non imparentato) decide di punto in bianco e immotivatamente di andarsene dal nostro presente per vivere nella Francia del 1700, lasciandoci il sospetto che gli si voglia affibbiare il ruolo crono-paradossale di antenato di Remì D'Aix e quindi di Cigale; ma la sequenza è gestita così male che non si riesce a comprendere se si tratta di un istrionismo narrativo o di un effettivo e deliberato frammento di progetto più ampio, foriero di futuri colpi di scena sulla genealogia di Martin Mystère. Inevitabilmente, il seguito di una vicenda del genere, per quanto ben scritto da autori validi, finirebbe per essere minato alle fondamenta proprio dall'implausibilità delle premesse.

L'arte

 Immancabilmente, il reparto artistico coinvolge i disegnatori “storici”, da Alessandrini a Torti, più gli arrivi recenti di Grimaldi e Orlandi. I primi due sono veterani, e se hanno il tempo necessario, sfornano tavole solide e affidabili, sebbene non più ispirate ed evocative come un tempo. Torti, in particolare, dopo anni di Speciali sempre più graficamente caotici, ha recuperato parecchi punti, e la colorazione funziona molto bene   sulle sue tavole, arricchendole e complementandole in modo sorprendente. Grimaldi beneficia del colore, che riempie i suoi sfondi vuoti. Orlandi, fotorealistico e modernizzante, fa un po’ a pugni con una sequenza storica che avrebbe richiesto uno stile depoca più adatto alle vicende del Docteur Mystere (nota a margine: il tizio dipinto di magenta, nella prima vignetta in cui appare, sembri quasi un pupazzetto).

Il romanzo

 Nello stesso albo si conclude Zona Y di Andrea Carlo Cappi, autore da sempre molto interessato alle radici del personaggio di Martin Mystère e alla costruzione di intrecci elaborati che si radicano nel suo glorioso passato. Nel romanzo precedente, Il potere del falco, Cappi aveva spaziato nella carriera di Martin Mystère, da prima del 1984 a oggi, lasciandoci infine con domande senza risposta sull’origine e lo scopo delle statuette egizie, in classico stile mysteriano (e quindi, come detto in precedenza, fornendo le basi per stimolanti speculazioni). Questa volta, invece, il capitolo finale del suo romanzo tira tutte le fila della narrazione, rivelando con cura maniacale i retroscena che hanno portato un’intelligenza artificiale muviana, fuggita da un laboratorio che stava analizzando tecnologie perdute, a divenire un magnate dell’informatica e della tecnologia (Cappi ci sta dicendo qualcosa su Gates, Jobs e amici?). C’è persino spazio per affrontare una svista del precedente romanzo, e cioè l’esistenza di un libro scritto da Martin Mystère e pubblicato prima del suo primo libro secondo la cronologia ufficiale (è un'incongruenza che avevamo segnalato proprio noi, insieme a una possibile soluzione che Cappi ha rielaborato e inserito nella storia).

 Ma, come si evince dai desolanti commenti della comunità online, è quasi inutile produrre storia di questo livello. Infatti, il lettore medio di Martin Mystère odia la letteratura e i romanzi. Vuole le vignette disegnate, e manco legge le rubriche e i dato del colophon, altrimenti ha schifo e si sdegna. Esatto, è così: stiamo parlando di lettori che si dichiarano appassionati della serie creata da Alfredo Castelli, cioè un autore con profonde radici letterarie, ci ha da sempre attinto nella saga di Martin Mystère, per realizzare alcuni dei suoi momenti più affascinanti. Castelli, colui che propose un suo finale de Il mistero di Edwin Drood di Charles Dickens ne Il ritorno di Jaspar (Martin Mystère nn. 77-79). Castelli, colui che da Il pendolo di Foucault di Umberto Eco trasse l’ispirazione per il titanico impianto narrativo che ebbe inizio ne La setta dell’assassino (Martin Mystère nn. 88-90) e che si dipana ancora oggi. Castelli, che lesse e digerì la Teosofia di Helena Blavatsky per costruire il mito mysteriano di Agarthi e Kut Humi. Castelli, che insieme a Roberto Roda diede vita a Roncisvalle!, tutta incentrata sulla letteratura de paladini di Carlo Magno e sugli studi (scritti) dello stesso Rodi. Castelli, che scoprì la narrativa popolare ottocentesca di Paul d’Ivoi e di Paul Féval, per dare origine ai personaggi di Docteur Mystère e di Cigale, radicando la genealogia di Martin Mystére nel mystero e nell’universo di Wold Newton. Ai lettori di Castelli, la forma del romanzo a puntate (il fulcro dell’ispirazione castelliana) e quindi della rivista antologica con diverse forme di narrazione (altro vanto della carriera di Castelli), fa schifo: costantemente zitti su tutti i contenuti degli albi più mediocri, diventano improvvisamente chiassosi quando devono esprimere il loro sdegno e stracciarsi le vesti per la presenza del romanzo in appendice all’albo mensile di una testata che esiste proprio perché sono esistiti i romanzi popolari. Come si è giunti, per un personaggio come Martin Mystère, a creare una comunità che ne detesta le caratteristiche fondanti, e neanche ne è consapevole? Come già dicevamo, forse è il caso di porsi qualche domanda sulla scarsa lungimiranza della direzione editoriale dell’ultimo decennio? E che senso ha un blog come il nostro, per una comunità largamente popolata da interessi diametralmente opposti all'approfondimento e alla riflessione?

Bonelli Kids

Alfredo Castelli è nuovamente protagonista e causa delle umoristiche sventure di Martin Mystère bambino. Non è proprio una striscia celebrativa, ma è un simpatico tributo alla carriera e al talento del maestro.

Zio Boris

Coerentemente con il tema dell’albo, anche Zio Boris è a colori e parla di colori, introducendo la spaventosa figura dell’armocromista nel fumetto dell’orrore.

mercoledì 13 aprile 2022

[Recensione] Martin Mystère n. 386 - "I suoi primi 40 anni"

 Martin Mystère n. 386 (mensile)
"I suoi primi 40 anni"

Storia: Alfredo Castelli
Arte: Giancarlo Alessandrini, Rodolfo Torti, Alfredo Orlandi
Aprile 2022
 
 Una celebrazione diversa da ogni altra Sebbene sia inutile precisarlo, dobbiamo ribadire che con, questo albo, Alfredo Castelli festeggia i quarant'anni di vita editoriale del suo personaggio, e lo fa con la solita, felice arguzia di proseguire nel solco della tradizione, pur proponendo una storia celebrativa completamente diversa da quelle che l'hanno preceduta. La tradizione esige l'immancabile riunione dello scrittore e dell'artista che hanno dato il via alla serie, impegnati a raccontare una vicenda che ha dichiaratamente un sapore di altri tempi, ma narrata con quella tradizionale (appunto) e apparentemente inimitabile tecnica a intreccio Castelliana che la rende sempre attuale, con la sua complessità di costruzione su diversi piani temporali, arricchita dagli impagabili "racconti nel racconto" (dove azione, dialogo e documentazione storica si fondono in un mirabile continuum narrativo), propulsa dalla connessione di indizi e chiavi di lettura che ogni personaggio fornisce quasi inconsapevolmente, e infine graziata da quel raffinato e incomparabile talento affabulatorio di cui Castelli è umile maestro: anche ciò appartiene a una solida tradizione, ormai così gravemente rarefattasi da spingere certi lettori a criticare/stroncare semplicemente per non aver capito la struttura della trama; è la tradizione mysteriana della lettura che richiede impegno e partecipazione, perchè bisogna "usare il cervello", cogliere i collegamenti e trarre le conclusioni da soli, senza che tutto ci venga servito già pronto. Altrettanto tradizionale, sebbene qui declinata in modo inedito (nello stile del famoso "parliamo di noi") è la celebrazione di diversi anniversari in una sola occasione, con la cruciale differenza che, almeno per questa volta, Castelli festeggia giustamente se stesso e gli anniversari delle proprie opere (L'Omino Bufo, Zio Boris, gli Aristocratici) invece che dare spazio ad altri genetliaci della letteratura, della scienza, eccetera eccetera. L'operazione non si ferma qui, perché gli omaggi sono variegati quanto diffusi nella trama della storia, e vanno dalla lode agli appassionati della serie alla storica vicissitudine dell'intramontabile edizione turca della stessa. Ma abbiamo parlato anche di originalità del modo di celebrare l'occorrenza, e infatti la storia è concettualmente diversa da quella di 10 anni dopo (Martin Mystère n. 121), di cui pur riprende l'indagine su un mystero con radici storiche, da quella di Vent'anni di mysteri (Martin Mystère n. 241), di cui pur riprende l'appartamento di Washington Mews abitato da estranei, da Anni trenta (Martin Mystère n. 320), di cui pur riprende l'idea di riproporre un albo storico in versione inedita: per la prima volta, infatti, Castelli sfrutta un albo celebrativo per svelare l'enigma di un'indagine mysteriosa a cui era stato fatto cenno agli inizi della serie, ma di cui non era mai stato narrato alcunché, sebbene fosse stata ri-citata a scopo commemorativo nel suddetto 10 anni dopo. E' la vicenda del fantasma del Topkapi, la cui esistenza è nota sin da Operazione Arca (Martin Mystère n. 3), storia in 64 tavole di cui questo albo n. 386 propone, in appendice, una versione di lavorazione inedita. La risoluzione del caso dà vita a un intreccio inevitabilmente celebrativo sotto tutti i livelli, graziato da una notevole ricchezza di annotazioni e spunti su cui riflettere, sia per cogliere i già citati omaggi, sia perché invita a considerazioni di vario tipo sulla persona e la psicologia dei protagonisti. 
 "Martin sono io" Alla costruzione della vicenda contribuiscono tematiche storiche opportunamente mysteriose (come il santuario neolitico di Göbekli Tepe), fascinazioni letterarie come la genesi della versione occidentale delle novelle de Le mille e una notte, le varianti e i capovolgimenti di miti/favole come il giudizio di Paride o la stessa vicenda di Alì Babà e i quaranta ladroni, la trasformazione di eventi reali (benché inesplicabili) in mitologie religiose, le curiosità storiche come gli Automi del Rinascimento Islamico, e altro ancora: se in certi casi si tratta di novità per il panorama fumettistico mysteriano, in altri casi si tratta invece del ritorno di elementi noti in una nuova declinazione. E' ormai impossibile capire quando l'argomento venga meramente "usato" da Castelli per costruire la storia, e quando invece esso rappresenti una sua genuina passione, tanto curata e accattivante è l'eloquenza con cui i testi li illustrano, in ogni caso. Oltre all'impianto dell'intreccio mysterioso-culturale e all'immancabile dose di azione, con inseguimenti e sparatorie in cui per una volta ha senso che il protagonista ne esca obbligatoriamente illeso, c'è l'immancabile spazio per l'altro versante di questo fumetto che ha contribuito a far sopravvivere Martin Mystère fino a oggi, e cioè la peculiare caratterizzazione del personaggio, con le sue idiosincrasie, le sue passioni, i suoi affetti, il suo pensiero laterale, il suo modo signorile e auto-ironico di affrontare anche le situazioni più avverse (e di certo, in una vicenda che commemora i traguardi della serie, una certa ironia sui suoi difetti ricorrenti non può mancare): da qui si arriva in modo naturale (oltre che a ricordarci ancora una volta quanto di se stesso Castelli abbia riversato nella serie di Martin Mystère per decenni) al coinvolgimento dei comprimari della testata, sebbene meno corale che negli eventi celebrativi precedenti, da Diana Lombard a Java, passando per Chris Tower, Max Brody e (insolitamente) il mago Aldous Morrigan. Diana, inoltre, funge da cardine per esaltare altre due tematiche della vicenda, entrambe molto care a Castelli.
 Scettico o non scettico? La prima tematica è il conflitto tra scetticismo e creduloneria di Martin Mystère, il quale vive la contraddizione di condurre un programma sui mysteri del mondo che ripropone all'ennesima potenza lo scetticismo di organizzazioni come il CICAP, mentre la sua vita privata lo ha condotto ad avventure in cui ha sperimentato ogni genere di realtà impossibile, dal paranormale degli spettri al misticismo orrorifico dei Grandi Antichi, dalla "vera" storia del mondo con Atlantide e Mu alla censura attuata dalla cospirazione mondiale occulta degli Uomini In Nero, dalle ripetute visite di esseri alieni sulla Terra alla realtà fisica degli oggetti sacri più favoleggiati. Quale dei due è il vero Martin? Come si risolve questa contraddizione? Scopriamo ora che Martin desidera vivere avventure impossibili, e recuperare prove con cui convincere quella scettica razionale di sua moglie, ma nello stesso tempo è la sua stessa mente a riscrivere i propri ricordi, per razionalizzare e accettare gli eventi impossibili di cui fa esperienza; e infatti Diana, che per lui è l'ancora razionale che mantiene entrambi coi piedi a terra, lo "accusa" qui di affrontare l'enigma di turno in modo totalmente razionale, affermando implicitamente che Martin immagina di essere molto più credulone di ciò che è veramente. Molto realisticamente, quindi, la personalità di Martin non è monodimensionale come quella di un personaggio dei fumetti: non esistono il bianco e il nero, ma solo un'infinità di sfumature di grigio che sono il risultato della sua costante lotta interiore tra il desiderio di abbandonarsi alla fantasia senza freni e il bisogno di trovare sempre una spiegazione per ogni cosa, definendo una struttura univoca e immutabile per la realtà che lo circonda. Ed è per questo che Martin può usare il Murchadna e il Terzo Occhio ricevuti in Tibet da Kut Humi, ma poi nei suoi programmi televisivi sbeffeggia i complottisti decerebrati del "5G nei vaccini" e idiozie simili.
 Vale la pena di citare anche le amnesie indotte dall'arma a raggi, il Murchadna, di cui soffre anche Sergej Orloff, come effetto collaterale della simbiosi mentale (e forse del fatto di utilizzarne uno solo della coppia di Murchadna in dotazione standard ai soldati di Mu): L'ultima legione di Atlantide di C. A. Cappi mette in chiaro che queste amnesie non riguardano solo l'arma e i fatti a essa correlati, ma colpiscono in generale tutto ciò che al detentore dell'arma risulta sgradito. E cosa c'è di più sgradito, per il razionale Martin Mystère, delle esperienze impossibili che lo perseguitano? 
 Tutto ciò che sapete è sbagliato La seconda tematica, per certi versi imparentata con la prima, è l'inconoscibilità della Storia, intesa come sequenza univoca di eventi irrefutabili: il sito di Göbekli Tepe, con la sua datazione di dodicimila anni fa, che precede ogni altra costruzione umana e persino l'inizio della stanzialità dell'uomo primitivo cacciatore-raccoglitore, richiede un ripensamento di ciò che avevamo dato per assodato sulla preistoria e sullo sviluppo delle strutture sociali umane (banalmente, la religione nasce prima degli insediamenti urbani stanziali, e non viceversa). Come raccontato (il verbo non è scelto a caso) in numerose occasioni nella serie di Martin Mystère, ciò che noi conosciamo è una serie di resoconti di parte, a volte sfumati nel mito, a volte travisati, a volte scambiati con narrazioni simili ma di altre epoche, spesso lacunosi; ne è un esempio proprio la modalità di accesso al "dio" di Göbekli Tepe, che secondo la narrazione dell'erudito settecentesco Antun Diyab è una indicazione geografica tramandata da un popolo a un altro, e da una città a un'altra, ma che poi diventa anche un varco dimensionale (realizzato non si sa come) che dal palazzo del Topkapi conduce a Göbekli Tepe; analoghi esempi sono anche il capovolgimento dei ruoli della storia di Alì Babà (che per noi è l'eroe) e il riadeguamento dei ricordi di Diana e Java, che si adattano artificiosamente ad alcuni fatti impossibili che lo stesso Djinn ha causato per compiacere Martin. E questa riscrittura arbitraria della storia non è forse una prerogativa degli Uomini In Nero, e quindi l'ossatura stessa di un elemento fondante della saga di Martin Mystère?
 I mysteri della continuità Ma che cos'è esattamente questo Djinn, che appare con gli aspetti più diversi e che, in quanto dio, è nato dopo che l'umanità ebbe imparato a collaborare e a operare in modo stanziale?
 La sua presunta genesi fa immediatamente pensare a quella dei quattro oggetti archetipi (Spada, Lancia, Pietra e Coppa) raccontata principalmente ne Il segreto di San Nicola (Martin Mystère Gigante n. 1): uno dei Doni degli dei Tuatha reagisce al desiderio del primo essere umano che incontra, e si rimodella in ciò di cui l'umano ha bisogno (insomma, ne esaudisce un desiderio). Ma lo Djinn va oltre: il suo potere giunge a correggere la realtà, e coincide con quello di un altro degli oggetti archetipi, l'Anello, descritto ne L'isola di ghiaccio e di fuoco (Martin Mystère Gigante n. 6). Il dio di Göbekli Tepe potrebbe quindi essere uno degli Esagoni portati dagli alieni Tuatha, se non fosse che li sappiamo già tutti "impegnati" altrimenti; è quindi forse solo uno dei sette frammenti di detti Esagoni, magari della Pietra, che potrebbe essere stata divisa in epoca Atlantidea, come accadde per la Spada e la Coppa, ed essere poi giunto nel coevo santuario di Göbekli Tepe (a questo proposito, come potevano coesistere le due realtà? Lo spiegheremo mysterianamente nel Corriere del Mystero n. 5 previsto per fine 2022).
 Nell'universo narrativo di Martin, inoltre, esiste almeno un altro oggetto arcano capace di alterare la realtà quando essa prende una piega sgradita: si tratta dell'Ebdecaedro, un solido a diciassette facce protagonista de I sentieri del destino (Martin Mystère n. 185). Curiosamente, i luoghi storici e archeologici della presenza dell'Ebdecaedro sono l'Assiria del Nord (confinante con la Turchia) e il lago di Van (appartenente alla Turchia), e quindi relativamente vicinissimi a Göbekli Tepe.
 Notiamo inoltre la ricomparsa, difficilmente casuale, di elementi affini a quelli che caratterizzano il precedente L'ombra di Michelangelo (Martin Mystère n. 385): la natura artificiale della divinità, il ritorno all'Anatolia in quanto nucleo da cui è scaturita la struttura sociale dell'uomo moderno, nonché altre tematiche che non anticipiamo, perché di esse si occuperanno articoli e fumetti del già citato Corriere del Mystero n. 5.
 Dopo un decennio abbondante di lavoro della redazione per rimuovere ogni riferimento alla data di nascita ufficiale di Martin Mystère (di cui però gli appassionati non si sono accorti, perché alcuni continuano a ribadire che il personaggio è ormai vecchio e a chiedere spiegazioni), Alfredo Castelli tira nuovamente in ballo le date del 1981 e 1982, facendo affermare a Martin che sono passati quarant'anni dagli eventi di quell'epoca, e dandogli nuovamente un'età ragguardevole. Siccome non bastavano le pillole di Zio Paul (valide per il solo Martin), né l'appartenenza all'universo di Wold Newton (valida per qualunque personaggio della serie) a giustificare la longevità dei nostri eroi e criminali, ecco ora entrare in scena una spiegazione che più magica non si può: i brillantini della longevità (che chiaramente Martin elargisce a tutti, amici e nemici).
 Martin afferma di aver pubblicato il libro The Atlas of Mysteries (Atlante del Mistero) nel 1981, in qualità di quarto libro della sua carriera. Nel 1978 ha pubblicato il suo primo libro, Mystère's Mysteries of the Past - The Atlas of Mysteries (quindi il termine Atlas si ripete nel titolo del quarto libro). Il titolo italiano del quarto libro, però, dovrebbe essere Il dizionario dei misteri. Gli altri due titoli di quegli anni sono The Island Called Atlantis (Atlantide) e SOS Planet Earth (SOS Pianeta Terra). Sul Corriere del Mystero n. 1 c'è una esaustiva ricostruzione cronologica di tutta la produzione libraria di Martin, basata sulle informazioni estratte dalla serie a fumetti. Chi ha seguito Il mistero del falco sa che esisterebbe anche un'opera prima ripudiata del 1976, di cui nessuno fa mai menzione (perché in realtà nasce da un errore di continuità).
Sulle tracce dell'invisibile (MM n. 186)
 Gli anni sono cruciali anche per la base segreta statunitense di Altrove: Fraser dichiara di aver agito per conto di Altrove nel 1982, quando si infiltrò tra i terroristi dei Lupi Grigi. Ma Altrove, fino al 1987, fu in mano agli Uomini In Nero del dottor Hopkins, e dal 1972 essa risultava ufficialmente smantellata. Martin, che conosce queste date da molti anni, dovrebbe quindi immediatamente capire che Fraser è un personaggio losco? Forse no, perché, come raccontato ne Il triangolo del diavolo, la deriva della base segreta non era stata nascosta solo al governo degli Stati Uniti, ma anche a parte del suo personale; inoltre, Fraser è attualmente un agente di Altrove e agisce su mandato di Chris Tower (che, una volta divenuto comandante della base, ne studiò l'operato clandestino degli anni precedenti), e ciò per Martin deve implicare che anche nel 1982 Fraser fosse uno dei "buoni", nonostante la militanza nell'Altrove degli Uomini In Nero.
 Anche la vicenda della guerra di Troia si presta al discorso dell'inconoscibilità della Storia: Paride e il suo giudizio del pomo d'oro sono ora associati all'uso del potere della divinità di Göbekli Tepe, ma in precedenza la vicenda della mela d'oro era stata interpretata diversamente in New York Stories (sebbene si torni comunque a un Dono dei Tuatha), e la guerra di Troia è addirittura una vicenda di matrice atlantideo/muviana, secondo Gli eroi di Troia.
 Il dotto Antun Yusuf Hanna Diyab dovrebbe essere morto nel 1763, all'età di 75 anni (ma non vi è certezza sulla data della morte). Non sappiamo quando sia nata Amanda Janosz, ma quando esordisce in Colui che dimora nelle tenebre (Storie da Altrove n. 1) è il 1776 e Amanda non dimostra più di trent'anni. Supponendo che sia nata nel 1746, una sua corrispondenza epistolare con Diyab deve aver avuto luogo molto brevemente, con una Amanda assai giovane, nonostante la relativa vignetta la mostri già adulta. E' noto che, nella sua giovinezza, Amanda visse in Europa, vicino a Budapest, dove frequentò una società esoterica, la Confraternita di Arcadia: forse fu questo il fattore che la mise in contatto con l'anziano studioso Diyab. Si può romanzare mysterianamente la vicenda e ipotizzare che il dotto Diyab non sia veramente morto a 75 anni, ma abbia avuto un "magico" incontro con qualche personaggio di una delle novelle di Mille e una notte, che gli ha donato una nuova giovinezza, oppure più anni di vita, o ancora lo ha trasportato in un reame incantato dove il tempo non scorre: chi meglio della "predisposta" Amanda avrebbe potuto quindi rintracciarlo e stabilire un contatto con lui? Capovolgendo la prospettiva, Amanda potrebbe essere più vecchia di quanto appaia nel 1776: in Colui che dimora nelle tenebre, ella afferma infatti di non sapere quanti anni siano passati da quando la Confraternita fu annientata e lei fuggì dall'Europa, quasi come se ci fosse un vuoto temporale innaturalmente lungo nel suo passato, che lei non sa colmare coi ricordi.
 Torna in scena il Terzo Occhio di Martin Mystère, che come annota lo stesso Castelli, mancava dalle scene da parecchio tempo. Lo avevamo sentito nominare, senza vederlo, in Longitudine zero (Martin Mystère n. 317): sembra coerente che esso serva per aprire il varco per raggiungere la divinità primordiale dell'umanità, a sua volta raffigurata come un occhio, prototipo dell'Occhio delle Provvidenza (già nella Bibbia si parla dell'occhio di dio per indicarne l'onnipotenza), o dell'Occhio di Ra e di Horus (che curiosamente fu diviso in sei parti, secondo il mito).
 Spektor, che compare solo nella parata di personaggi della vignetta finale, è lo stesso personaggio di due albi celebrativi di una diversa categoria: il n. 100 (dove è un mago da fiera) e il n. 300 (dove è un viaggiatore temporale).
 Il quotidiano Millijet, nella ristampa di Operazione Arca (Tutto Martin Mystère n. 3), titola che Martin risolse il mistero del fantasma del Topkapi "alcuni anni fa", e quindi prima del 1982 (anno in cui si svolge l'avventura). Adesso, invece, si sostiene che tale mistero fu risolto proprio nel 1982. Probabilmente il titolo del quotidiano è tradotto male, e in turco si parla di "mesi" e non di "anni". Ma ricordiamoci anche che TuttoMystère descrive un universo mysteriano riveduto e corretto in tanti particolari, quasi fosse una realtà parallela; ne I sentieri del destino (Martin Mystère n. 184), abbiamo scoperto che esiste un oggetto che si occupa di rettificare la realtà, quando questa prende una piega sbagliata: da lì nasce la linea temporale di TuttoMystère, e quindi ogni rettifica minore (come quella dell'anno del mistero del fantasma del Topkapi) è opera occulta dell'oggetto in questione, e non una rettifica a posteriori della continuità.
 Martin e l'attualità Il ritorno allo stile di quaranta anni fa coinvolge anche l'aspetto etnografico del Martin Mystère di allora, sempre generoso di nozioni di ogni genere sui luoghi visitati: ecco quindi che Castelli coglie l'occasione per narrarci Istanbul com'era quattro decadi fa e com'è adesso, prendendo discretamente ma continuamente le distanze dall'attuale regime; fa quest'ultima cosa necessariamente con la discrezione tipica di Martin, evitando le affermazioni drastiche ed effettistiche, tipo chiamare il suo presidente un dittatore, in favore di una serie di puntuali precisazioni che lasciano a noi il compito di trarre le opportune conclusioni (la citazione deliberata del genocidio degli Armeni è un valido esempio).
 I tre desideri  Lo Djinn evita accuratamente di chiarire che è possibile esprimere solo tre desideri, e infatti sembra esaudirne di più. In apparenza, i desideri realizzati di Martin sono: 1. ritrovare il genio; 2. avere diana e Java con sé; 3. non essere Martin Mystère; 4. mettere a dormire per sempre lo Djinn; 5. salvare la vita degli agenti di Altrove.
Il desiderio n. 3, però, è solamente un incubo di Martin, quindi lo Djinn ha ignorato quella frase. Il n. 5 invece, almeno secondo Diana, è un atto di libera volontà compiuto dallo Djinn stesso (nella tradizione, riportare in vita i morti è una delle tre cose che i geni non potrebbero fare).
   La sublime porta Lo Djinn non lo dice, ma il varco che dal palazzo del Topkapi conduce fino al suo santuario segreto è una trasposizione fumettistica letterale del concetto della Sublime Porta (citato in Operazione Arca): questa definizione, che identifica sia Istanbul sia l'Impero Ottomano nel suo insieme, era un tempo ristretta al solo palazzo del sovrano, cioè il Topkapi. Ufficialmente, il nome deriva da un elemento architettonico del palazzo, la cosiddetta Porta Ottomana. Ora noi sappiamo invece che è dovuto alla presenza nel palazzo, sebbene occulta, di ben altro tipo di porta, letteralmente sublime, dato che conduce alla dimora di dio.
 Sempre a proposito di questo varco, a pagina 60 finalmente Martin lo vede col suo vero aspetto: le figure di animali che fluttuano nell'oscurità intorno all'ingresso non sono una presenza casuale in quanto si rifanno agli altorilievi di animali selvatici di cui sono ricchi i pilastri del sito archeologico di Göbekli Tepe.
  Non disturbare il religioso 2 Ne avevamo appena parlato ne L'ombra di Michelangelo, ed ecco che Castelli riconferma che il presunto tabù è almeno in parte stato abbattuto. Anche in questo albo, infatti, si riflette sull'origine storica o preistorica della religione e quindi del concetto di divinità: il santuario di Göbekli Tepe (non è corretto definirlo una "città"), riprendendo una pittoresca definizione del saggio di Andrew Collins, è presentato come il luogo di nascita di dio, o più in generale della religione, in quanto primo luogo di culto mai edificato dagli esseri umani (ancora prima dei primi proto-centri urbani), almeno per quanto ne sappiamo oggi. In altre parole, è l'umanità che ha creato la divinità, e non viceversa.  
 Ma allora era tutto un sogno? In apertura, abbiamo parlato della famosa complessità della scrittura autoriale di Alfredo Castelli, e non a caso: questo non è un fumetto riempitivo dalla rassicurante struttura lineare scritto da un autore esterno; è un fumetto del creatore della serie, lo stesso che ha sviluppato la labirintica narrazione de Il segreto di San Nicola o di Roncisvalle!, per cui deve essere letto con attenzione e poi riletto, prima di essere compreso. La risposta alla domanda, quindi è: no. Non era un sogno. E' tutto accaduto davvero. L'unica sequenza onirica è quella delle pagine 18-20 (Martin non esiste), che si risolve a pagina 81. Le pagine 28-32 mostrano invece ricordi fittizi che la mente di Martin ha creato per razionalizzare l'incontro con lo Djinn del 1981 e i prodigi relativi: Diana spiega chiaramente, a pagina 81, che la riscrittura dei ricordi è un effetto dei poteri dello Djinn.
 Non c'è mai fine Ci sono voluti solo quarant'anni, ma abbiamo finalmente appreso la vicenda ufficiale del (non) fantasma del Topkapi (parliamo in seguito del vero spettro che infestava il palazzo). Tuttavia, la faccenda non si conclude qui: cosa ne è stato, infatti, della fotografia che Martin ha potuto scattare alla mappa di Piri Reis? Siccome in albi successivi Martin citò detta mappa di sfuggita, senza alludere a particolari scoperte fatte in merito, anche questa è una sottotrama che attende di essere risolta/svelata.
  Errori e spigolature Non sarebbe un albo di Martin Mystère, senza una quota di sviste varie.
 A pagina 15, un dialogo definisce "un tesoro, un edificio", come se mancasse una parte della frase.
 A pagina 23, il verbo "ammetere" è privo di una lettera.
 A pagina 33, il Martin del presente afferma di aver già detto che durante l'avventura a Istanbul nel 1981 era confuso, ma in realtà non lo ha detto: lo ha solo pensato a pagina 9, durante la sequenza di flashback.
 La dea Atena viene chiamata col suo nome greco, mentre la sua collega Afrodite viene chiamata col nome latino di Venere.
 A pagina 6, Fraser dichiara che Martin deve sapere cose interessanti, ma in realtà di lui sa solo che è comparso nella Cisterna Basilica, dove i Lupi Grigi si trovavano per... per fare cosa, esattamente? E' logico supporre che stessero cercando il famoso varco verso il santuario dello Djinn, ma nel fumetto ciò non viene mai esplicitato.
 Non che sia un errore, ma ci piacerebbe sapere tramite quale tecnologia avveniristica è possibile che Max Brody, ad Altrove, riceva in diretta i dati del drone semi-invisibile che sta spiando Martin in Turchia. 
 Il fumetto Operazione Arca di Doc Robinson, felicemente presentato con una copertina interna rigida come quella esterna, viene presentato quasi completamente nella versione statunitense, con i volti di Martin corretti più volte  da Franco Bignotti, diversamente da quanto spiega l'introduzione, che parla di un Doc Robinson britannico e artisticamente intonso (di britannico resta una didascalia che colloca l'appartamento di Robinson a Londra). Quest'ultima versione, ancora più "antica", è quella dell'elegante volume Doc Robinson: Operazione Arca pubblicato da AMys.
 Il Dottor Spektor (comparso precedentemente solo in due occasioni) è ritratto fra i personaggi principali della serie nel saluto finale. Il nome attribuito a Diana nelle tre pagine oniriche, Beatrice, riprende quello di Beatrice Carver, la compagna di Allan Quatermain
 L'arte E' sempre gradito il ritorno di Giancarlo Alessandrini, che qui si impegna a ricatturare lo stile grafico più grezzo delle origini di Martin Mystère, sebbene l'operazione gli riesca solo in parte, e il suo stile moderno finisca per imporsi. Forse a causa delle scadenze per la pubblicazione, Alfredo Orlandi contribuisce con la sequenza dell'inconscio collettivo in cui Martin viaggia da Istanbul al santuario dello Djinn, transitando dallo spazio normale a quello dell'immaginario, a lui così familiare (non sembra infatti il Mondo dei Sogni, quanto una realtà di confine come Ibez oppure Oz). Rodolfo Torti illustra invece la sequenza dell'agitata sparatoria finale in cui i Lupi Grigi cercano di ammazzare tutti, ma sono ostacolati dal potere dello Djinn (come già nel 1981). L'apporto di questi ultimi due artisti contribuisce alle celebrazioni della serie, dato che rappresentano a loro volta due epoche della serie (e Torti è probabilmente anche associato agli Speciali, visto quanti ne ha illustrati). Molto riuscito, anche questa volta, il risguardo, in cui Carlo Velardi cita una quantità di copertine delle origini: il cobra del n.1, la stele egizia del Belize, l'Arca, il soldato spagnolo e l'indiano della fonte della giovinezza, le Medusa della stirpe etrusca, il Neanderthal del delitto nella preistoria, la casa di Providence. La copertina effettiva è molto suggestiva per l'uso delle ombre sui personaggi, in contrasto con i colori dei fuochi d'artificio che circondano il titolo della testata: stona un po' il logo dei quarant'anni, che insieme al triangolino di Doc Robinson contribuisce a rendere troppo affollata la visione d'insieme. Curiosamente, il titolo effettivo dell'albo, I suoi primi 40 anni, riporta il numero 40 in cifre, ma le anteprime annunciavano invece il titolo I suoi primi quarant'anni.

 E Get a Life! resiste Il numero 5 del nostro fumetto, Il ritorno del Fantasma del Topkapi, rischiava di entrare in un conflitto di continuità insanabile con I suoi primi quarant'anni, ma Alfredo Castelli ha evitato il problema trasformando la faccenda ufficiale del fantasma in una trovata esageratamente fantasiosa e sensazionalistica di un quotidiano, avvenuta mentre Martin era in Turchia per ben altro motivo. Nel nostro fumetto, Martin è stato in Turchia anche per un breve ciclo di conferenze, ed è incappato nel "nostro" fantasma del Topkapi (un vero spettro, questa volta), il quale però è sparito così in fretta che probabilmente Martin ha archiviato l'episodio come un'allucinazione, e se ne è dimenticato. Sono stati infatti Antonietta Fernandez e Ian Rogers, molti anni dopo, a esorcizzare veramente questo petulante fantasma. Una sottile rettifica pregressa di questo albo è particolarmente utile per far combaciare le due storie: dal titolo del quotidiano Millijet è stato tolto un riferimento temporale che ci permette di ricollocare le due storie come fa comodo (chi possiede Operazione Arca può comodamente fare il confronto).
 Abbiamo ipotizzato poco fa che il Djinn/divinità possa essersi originato da un Esagono (o Dono dei Tuatha): in Un Martin per tutte le stagioni (Get a Life nn. 41-44), abbiamo effettivamente raccontato di un Esagono "speciale" da cui avrebbe avuto origine Zeus (ma non gli altri dei del suo o di altri pantheon). Un altro oggetto intimamente legato agli Esagoni si sarebbe a sua volta reincarnato in una divinità moderna, che potrebbe essere Jaspar: lo abbiamo ipotizzato in Come Prisma, più di Prisma (Get a Life! n 52).
 L'Ebdecaedro della serie ufficiale di Martin Mystère è un oggetto relativamente passivo, anche se senziente. Negli episodi appena citati di Get a Life! abbiamo presentato un altro Ebdecaedro, dalla volontà molto più accentuata, tanto da agire direttamente per garantire la stabilità dell'universo. Se il Djinn/divinità è davvero un Ebdecaedro, allora si avvicina più al nostro che a quello ufficiale.
 Come Castelli sottolinea, il santuario di Göbekli Tepe potrebbe essere la matrice del concetto di "paradiso" dove dimora la divinità: nel già citato Corriere del Mystero n. 5 ci occuperemo proprio di questo argomento, ancora una volta senza rischiare alcun conflitto di continuità, nonostante il nostro fumetto sia stato sceneggiato alcuni mesi fa, senza sapere di cosa avrebbe parlato I suoi primi quarant'anni.
 
 E Get a Life! rilancia Il potere dello Djinn e l'incubo di Martin non si fermano alle pagine di questo albo. Nello Speciale n. 3: I primi 40 anni di Smith, presentato sulle pagine del Bollettino del Mystero, scoprirete che una conseguenza del non-desiderio di Martin è quella di aver dato forma e sostanza al suo alter ego malvagio, Smith, il quale spiegherà nei dettagli di esistere sin dal 1942!

 Fantasmagoria si divide per questa occasione in due rubriche: Cose turche approfondisce in maniera gustosa gli spunti del fumetto, insegnandoci fra l'altro la corretta dizione di Topkapi (quarant'anni di ignoranza!), mentre La fiera delle vanità è giustamente e graditamente dedicato all'opera di Alfredo Castelli e alle numerose innovazioni che il suo lavoro ha discretamente introdotto in casa Bonelli. Come nel fumetto, anche qui ritroviamo l'inimitabile stile letterario di Castelli, quella miscela di modestia, signorilità e cultura che rende unica la serie di Martin Mystère. La striscia di Bonelli Kids è a sua volta dedicata a Castelli e a un demenziale gioco di parole degno dell'Omino Bufo, il quale compare in Zio Boris insieme agli Aristocratici, per commemorare i loro tre rispettivi compleanni di cinquanta, cinquantuno e quarantanove anni.

  Il mistero del falco (12), romanzo a puntate di Andrea Carlo Cappi, si conclude in questo albo, con una dodicesima parte che è una chiusura del cerchio, come già i fumetti e gli articoli citati: la trama tira le fila del mystero iniziale (la visione di Martin che punta un'arma per uccidere qualcuno) e sigla il destino delle quattro statuette egizie, con una soluzione che sorprendentemente rispecchia proprio quella de I suoi primi quarant'anni: la malvagia di turno, che sa troppe cose estremamente pericolose, viene imprigionata dagli Uomini in Nero, così come Fraser viene imprigionato da Altrove, mentre le quattro divinità che albergano nelle statuette vengono archiviate perché non si attivino mai più, proprio come accade allo Djinn. Resta fuori dai giochi l'organizzazione dei Cercatori dell'Eden/Paradiso (un tema che si affianca comunque a quello di Göbekli Tepe), come anche il suo capo, il reverendo Westmoreland. Cappi chiude argutamente il cerchio anche in un modo più sottile: il mistero del Falcone Maltese, infatti, fu risolto "alternativamente" anche nel fumetto celebrativo di Anni trenta (Martin Mystère n. 320).
Andrea Carlo Cappi presenta il prossimo romanzo, Zona Y, sul suo blog (I nuovi segreti del professor Mystère) e gentilmente svela l'esatto anno in cui è ambientata la vicenda principale di ognuno dei dodici capitoli. Confrontando la sua lista con le nostre ipotesi, scopriamo di aver azzeccato l'anno dei capitoli 1, 3, 4, 6, 7, 8, 9, 10, 11. Sul capitolo 12 confessiamo di non esserci posti la domanda! Il capitolo 5 narra quello che sembra un romanzo nel romanzo e la scena relativa è ambientata nel 1921 (ma non ce lo eravamo chiesto, nuovamente). Il capitolo 2 per Cappi si svolge nel 1962; noi abbiamo invece optato per il 1961, a causa della doppia carriera di Mark Mystère negli Uomini In Nero (che a Cappi deve essere sfuggita).