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mercoledì 17 agosto 2022

[Recensione] Martin Mystère n. 390 - "Cronache marziane"

Martin Mystère n. 390 (mensile)
"Cronache marziane"

Storia: Carlo Recagno
Disegni: Fabio Grimaldi
Agosto 2022

Dopo mesi e mesi di attesa, sulla testata dell'Impossibile si torna a trattare la Storia Mysteriana del Mondo in maniera competente, articolata e approfondita: invece di tirare fuori l'ennesimo "congegno atlantideo" impossibile, di cui non viene poi spiegato alcunché, si attinge finalmente alla vasta messe di eventi e concetti che Martin Mystère ha appreso nel corso degli anni, e si articola una nuova vicenda in cui non solo emergono varie novità, ma si creano anche connessioni inedite tra i detti eventi/concetti più memorabili e amati, rinnovando così sottotrame in sospeso da tempo, oppure svelando il vero volto di personaggi storici tanto familiari quanto in realtà sconosciuti.

Nel paradosso delle migliori produzioni mysteriane, questo è un racconto atipico, ma collocato nel solco della tradizione: il Detective dell'Impossibile è presente, ma spicca per la sua assenza, in un flusso di cinque (!) diverse narrazioni parallele, che si svolgono in luoghi o epoche lontanissimi senza mai toccarsi, ma tutte unite da un elemento comune, che le riunisce definitivamente solo nel finale. Non s'è infatti mai visto un Martin così poco protagonista, eppure è già accaduto che il lettore ne sapesse più di lui alla fine della vicenda: la struttura narrativa è infatti quella dei migliori albi della collana Martin Mystère Gigante, e cioè Il segreto di San Nicola, L'isola di ghiaccio e di fuoco, Il re Rosso; la differenza sta nel minore numero di pagine, che porta Recagno a omettere la classica indagine di Martin Mystère, che fa da collante e tira le fila degli elementi cruciali. A compensare questa carenza, Recagno lo rende quindi protagonista in un altro modo, tanto inatteso quanto coerente con la sua storia personale.

La ricchezza di tematiche e di spunti del fumetto rende quasi impossibile recensirlo a fondo senza anticipare sviluppi e rivelazioni, per cui non ci resta che invitarvi a leggere l'albo e tornare qui per approfondirne gli aspetti, interrogarvi sulle implicazioni, ipotizzare le evoluzioni future, contribuire alla mappa della continuità che segue.

La guida alla continuità

Amaterasu ha pianificato la spedizione su Marte per decenni, allo scopo di salvare il mondo dalla catastrofe. Se la catastrofe è quella causata dalle armi finali impazzite (e non un'altra fresca di invenzione narrativa), allora in apparenza Amaterasu gode di una qualche prescienza relativamente agli eventi de Il segreto delle Ombre Diafane (Martin Mystère Gigante n.8), a meno che il satellite compromesso dai Fratelli delle Pleiadi non abbia davvero atteso decenni per attivarsi.

Ne La città dei Cinque Anelli (Martin Mystère nn. 196-197), l'Atlantideo Adam vede in televisione un servizio sulla spedizione marziana di Atlantide, la prima di quella nazione. Ne  Gli Uomini In Nero (Martin Mystère Gigante n. 3), Adam sembra avere circa la stessa età, dopo l'armageddon atlantideo-muviano. Da questi dati apparenti, possiamo supporre che Atlantide sia molto più arretrata nel viaggio spaziale di Mu (e possiamo anche supporre che Mu abbia mantenuto segretissima la sua spedizione, per quanto sicuramente svolta in grande stile). Non sappiamo però quale sia la durata media della vita di Atlantidei e Muviani: magari Adam ha mantenuto lo stesso aspetto per decenni (lo stesso ragionamento può essere applicato ad Amaterasu, per la questione della sua presunta prescienza).

Da La città dei Cinque Anelli (Martin Mystère nn. 196-197) sappiamo che in Atlantide l'esistenza del Graal era di pubblico dominio, e che la sua spedizione su Marte (chiamato però Ares) non fu coperta dal segreto. Non si sa se ci fosse in ballo una "corsa allo spazio" analoga a quella USA/URSS (di certo Mu la vinse con largo anticipo, ma in segreto, e forse Atlantide la emulò malamente solo decenni dopo, quando il fatto divenne noto).

Da Roncisvalle! (Martin Mystère nn. 94-95-96) apprendiamo, tramite Merlino, che la Spada di Nuada (ma non più tale, in seguito alla rettifica del nome dei Tuatha De Danaan) fu divisa in sette spade ai tempi di Atlantide; non si precisa però quale Atlantide (o meglio, in quale epoca della sua lunghissima esistenza). Non c'è alcun flashback atlantideo nella serie in cui persone dell'epoca si dimostrano consapevoli dell'esistenza delle Spade (almeno fino a oggi). 

Il Satiro Pan, visto nella notevole Il sabba delle streghe (Martin Mystère nn. 38-39-40), magistralmente illustrata da Claudio Villa, racconta di essere stato alla corte di Atlantide. Ma quale Atlantide? All'epoca dell'uscita di quell'albo, il concetto della "prima Atlantide" non era ancora stato introdotto, e quindi le sue parole sono interpretabili.

La cosiddetta "prima Atlantide" risale ad almeno 75.000 anni fa, epoca in cui le sue isole di Ruta e Daytia sprofondarono a causa dell'innalzamento del livello del mare. Se ne parla per la prima volta ne La piramide sommersa (Martin Mystere nn. 81-82-83) e si ritorna ampiamente sull'argomento ne Il Re Rosso (Martin Mystère Gigante n. 11).

Amaterasu è l'Imperatrice in carne e ossa, e non la versione cibernetica de La vera storia del capitano Nemo (Martin Mystère 69-70-71), in apparenza. Che legame avranno le due?

I misteriosi Tecnomanti della Prima Atlantide (cioè i Satiri Marziani) non sono gli stessi dell'Atlantide di 10.000 anni fa: questi ultimi sono comparsi ne I Tecnomanti (Martin Mystère n. 247), oltre che in Magic Patrol su Zona X, dove a rappresentarli c'è un tale Amon; nella serie di Nathan Never, compaiono certi Signori della Guerra Atlantidei (Warlords tradotto letteralmente?) capeggiati sempre da un tale Amon: supponendo che si tratti dello stesso Amon, si tende a considerare questi Condottieri come Tecnomanti (sebbene le loro azioni non aiutino a qualificarli). Non ci viene dato alcun elemento per capire se i due gruppi, separati da un colossale abisso temporale, siano collegati. Se un legame esiste, sembra improbabile che i secondi abbiano ereditato le conoscenze dei primi: altrimenti, Amaterasu avrebbe cercato di ricavare da loro il segreto per controllare le Spade, senza scomodarsi a spedire gente poco affidabile su Marte.

La genesi dei Doni dei Tuatha De Danaan è raccontata ne Il segreto di San Nicola (Martin Mystère Gigante n. 1). "Tuatha De Danaan" è il nome mitologico attribuito, nella nostra epoca, agli eterei e algidamente inconoscibili alieni che portarono gli Esagoni sulla Terra. Ai tempi di Atlantide e Mu, essi erano noti col nome di Kundingas, come già specificato ne Le ombre di Camelot (Martin Mystère Speciale). Per noi, però, i Kundingas sono gli alieni nanetti e panciuti, dall'aspetto tenerone e goffo, molto simile al personaggio alieno del film E.T. the Extra-Terrestrial (1982), che si fanno ingenuamente ammazzare a mitragliate dai bastardi Uomini In Nero australiani. 

Non è la prima volta che ci viene lasciato intendere quanto sia vasto il potere potenziale di un Esagono integro: qui si afferma che il mondo, se le Sette Spade venissero riunite, diverrebbe completamente un altro mondo; ne L'isola di Ghiaccio e di Fuoco (Martin Mystère Gigante n. 6), abbiamo già visto come l'Esagono divenuto Anello Dei Nibelunghi possa letteralmente riscrivere la realtà. 

Susanoo ha acquisito una spada, la Kusanagi, nascosta proprio da un Tecnomante all'interno di una bestia cibernetica, nel recente Come ai vecchi tempi (Martin Mystère n. 376); nello stesso albo, è tornano in scena Sergej Orloff.

La sequenza iniziale dello scontro tra Martin Mystère e Sergej Orloff è ripresa da Il matrimonio di Sergej Orloff (Martin Mystére n. 330); quello stesso albo dava spazio all'ipotesi che Orloff non fosse stato disintegrato, ma trasferito in un carcere per la detenzione dei Muviani scomodi. Tale ipotesi è ora confermata.

Il personale Muviano della stazione marziana ha torto nel credere che la stazione sia un carcere dove far sparire i personaggi scomodi, ma nello stesso tempo ha ragione nel supporre che ne esista uno: è quello in cui Orloff si ritrova prigioniero, insieme a Muviani che presumibilmente si trovano in quello stato da diecimila anni. Lo scetticismo del Professore è quindi prova di ingenuità?

Orloff afferma di sapere come andare su Marte senza il bisogno di astronavi. Chissà a quale ingegnosa soluzioni starà alludendo, considerando il notevole andirivieni, tradizionale o meno, che è avvenuto nel corso dei millenni per varie forme di vita tra Marte e la Terra? Ne abbiamo parlato ne L'ombra di Za-Te-Nay (Martin Mystère n. 335), mentre ne La musica delle Sfere (Get a Life! n. 14) abbiamo ricostruito la possibile genesi e differenziazione della vita su Marte, andando dai batraci ai satiri, passando per gli insetti nathanneveriani.

Morte al varietà (Martin Mystère n. 71)
Dulcis in fundo, Sergej Orloff chiama "William" il proprio autista, che però alla fine non ce la fa più e corregge il padrone, informandolo della verità: "Mi chiamo Wilbur, signore".
E Orloff risponde "Non è colpa mia".
Da dove giunge questo brevissimo e unico momento umoristico di una storia piuttosto cupa?
Giunge dai meandri della serie, giusto per ricordarci ancora una volta quanto Carlo Recagno la conosca bene: in Morte al varietà (Martin Mystère n. 71), infatti, Martin ci fa sapere il suo parere sul nome Wilbur.

Passando alla continuità stilistica, vale la pena di osservare come Recagno prosegua ormai da anni col suo approccio della vaghezza anonima nelle coordinate che identificano personaggi e luoghi: la base Muviana su Marte (priva di nome) è popolata da personaggi privi di nomi, e identificati dal loro ruolo (Tenente, Professore, Direttrice), proprio come sono senza nome le due zone di New York in cui Orloff incontra il suo fornitore e in cui si radunano gli Uomini In Grigio. Ad avere un nome è solo l'assistente di Amaterasu, Sardukar (in quanto già apparso nel Martin Mystère Gigante n. 8, con un nome che giunge dalla saga di Dune). E' enorme la differenza rispetto alle dozzine di storie newyorkesi in cui Castelli forniva indirizzo, storia del quartiere, aneddoti sui ristoranti e altri luoghi tipici, creando un'esperienza tridimensionale che imprimeva tanto la storia quanto i luoghi nella memoria del lettore. Con l'andazzo attuale, invece, tanto i personaggi quanto i luoghi sono avvolti in una foschia di vaghezza, indeterminazione e genericità; un grigio anonimato (non a caso?) che li condanna rapidamente all'indifferenza, e quindi all'oblio.

Rispetto a Come ai vecchi tempi (Martin Mystère n. 376), il comparto artistico presenta qualche miglioramento, specialmente nella gestione dei volti (la sproporzione tra i lineamenti e la dimensione della faccia, per esempio, è qui molto meno frequente, anche se non scomparsa); continuano a non convincere, invece, le figure umane impegnate nelle scene d'azione (nel flashback di apertura, il Martin Mystère che aggredisce Orloff sembra avere la spina dorsale spezzata), mentre quelle statiche sono dignitose. Convincono di più gli sfondi e le ambientazioni, forse per via della maggiore gestibilità digitale di questo comparto visuale. 

Il fumetto come lettura dell'attualità

Non era certo solo Alessandro Manzoni a raccontare l'occupazione spagnola nella Milano del 1600 per criticare quella austriaca della propria epoca.

Brevemente, il racconto ci spinge a credere che Orloff sia finito proprio su Marte, nella base Muviana, in quanto destinata a essere trasformata in un carcere. In seguito, la Direttrice e il Professore smantellano questa interpretazione, almeno a parole. Ma, siccome questo fumetto è fortemente incentrato sugli strati di menzogne e finzioni che il potere tesse dietro una facciata di rispettabilità, in tutte le epoche, e dato che noi non sappiamo davvero cosa ne fu della base Muviana su Marte dopo il fallimento della missione, non possiamo escludere che i suoi ampi spazi ora ospitino le innumerevoli celle del carcdre Muviano viste nel ricordo di Orloff (e anticipato ne Il matrimonio di Sergej Orloff). Non è chiaro se la Direttrice sapesse dello scopo della spedizione (cercare il segreto dei Satiri Marziani) o se anche a lei fosse stato tenuto nascosto da Amaterasu (che afferma che è un segreto noto solo alla sua famiglia): se Amaterasu ha mentito una volta alla Direttrice, può averlo fatto anche due volte (tenendole segreto che la base sarebbe stata riciclata come carcere); se la Direttrice non era una pedina, ma una complice della ricerca del segreto dei Tecnomanti, e quindi mentiva al personale (abbiamo visto oggettivamente come ha proibito l'accesso alla Città di E'd'n), può anche lei averlo fatto due volte (non rivelando che la base sarebbe divenuta un carcere). Tutte le ipotesi sono buone, perché questo fumetto ci insegna che il Potere giustifica il proprio operato a ogni costo, ricorrendo a qualunque mezzo e vantando nobili obiettivi dietro cui si nasconde invece l'interesse personale del'autoconservazione. Di conseguenza, i ribelli avevano ragione sia sulle menzogne dei loro capi, sia sulla faccenda del carcere (che infatti esiste): però, come analizzeremo in seguito, non hanno avuto la lucidità per giungere alle conclusioni corrette.

Gli Uomini In Grigio di Buenos Aires sono comparsi ne Il libro di sabbia (Martin Mystère nn. 154-155), ma qui non li vediamo mai in scena. Infatti, il gruppo che agisce a New York è quello dei Rosa+Croce (Rosenkreutz) di Contrappunto, scherzo e fuga (Martin Mystère Special n. 12): costoro si autodefiniscono adesso come Uomini In Grigio, mentre nello Speciale parlavano più genericamente del "non-colore" grigio che caratterizza il loro grandissimo potere, quello invisibile e inarrestabile degli anonimi funzionari delle strutture statali di tutto il mondo. I bibliotecari di Buenos Aires si presentano a Martin come un'organizzazione che ha il solo scopo di custodire l'Aleph (l'oggetto che mostra tutto l'universo, futuro compreso, a chi lo osserva): anche loro dichiarano di essere funzionari che agiscono dietro le quinte, usando la definizione "Uomini In Grigio" in riferimento al termine di eminenza grigia. I Rosa+Croce, oltre ad avere "sezioni" in tutto il mondo (tra cui quella di Buenos Aires, apprendiamo ora), hanno un diretto Superiore che è analfabeta e vive come un senzatetto, ma hanno anche un Controllore (la stessa persona?) che decide certe loro mosse (per esempio, l'interazione con Altrove è vietata senza esplicito permesso).

In un mondo devastato da una crescente crisi ambientale, economica, delle materie prime, bellica, idrica, alimentare e climatica, che sta ampliando senza sosta il numero di persone che vive sotto la soglia della povertà, i grigi burocrati dei Rosa+Croce si preoccupano opportunisticamente di castigare qualche nazione troppo aggressiva con i vicini o di tutelare i diritti civili. Nel primo caso, agiscono ignorando non solo le varie guerre in corso nel globo, o le persecuzioni di certe minoranze, ma soprattutto i costanti abusi degli Stati Uniti d'America (in cui costoro sembrano identificarsi, anche se di provenienza internazionale), i quali sapendo di essere protetti dalla geografia, organizzano da decenni sanguinosi colpi di stato in Sud America e innescano conflitti militari in Asia ed Europa, allo scopo di frantumare le alleanze commerciali a loro sgradite e rafforzare quindi la propria economia. Nel secondo caso, badano principalmente agli interessi dei ceti sociali abbienti, ignorando invece i diritti sociali dei ceti più poveri, che vengono progressivamente azzerati, dopo decenni di lotte per essere trattati dignitosamente nel mondo del lavoro e mantenere pubbliche risorse fondamentali come l'acqua e la sanità. L'agire dei Rosa+Croce è la descrizione più onesta del potere costituito, che non si basa sulla democrazia, ma sull'economia, ed è guidato solo dall'interesse ad autotutelarsi, mantenendo ordine e stabilità per il proprio ceto (o nazione) con ogni mezzo. Qual è la differenza, sembra chiederci il racconto, tra il dispotico impero di Amaterasu (che è una dittatrice: i suoi cittadini sanno e accettano che lei elimini gli oppositori senza curarsi dell'opinione pubblica; segretamente, ella fa costruire un intero carcere per neutralizzare per sempre i personaggi scomodi; infine, noi lettori sappiamo che essa darà il proprio volto al cardine cibernetico della Guerra Senza Tempo) e gli attuali governi pilotati neanche troppo discretamente dai poteri economici, nascosti dietro le facciate di una democrazia riservata solo ai ceti abbienti? Il discorso dei Rosa+Croce, che autodefinendosi "Uomini In Grigio" forse si illudono di differenziarsi da quelli In Nero perché orientati all'ordine e all'equilibrio, li accomuna invece a loro, dato che implicitamente richiama le conclusioni a cui giunge Martin nel classico Caccia all'uomo (Martin Mystere nn. 67-68-69), in un ritratto molto accurato della nostra epoca.

L'occhio sinistro di Rama sostiene implicitamente una vecchia teoria secondo cui Martin Mystère e Sergej Orloff sarebbero geneticamente eredi diretti di un singolo antenato Muviano.

La forma dell'oggetto Muviano recuperato da Altrove, nonché la modalità del suo arrivo e il "pericolo" che custodisce ricordano un oggetto simile che Morgana usò per invadere Altrove ne Il Cavaliere Verde (Martin Mystère Special n. 11): ci si aspetterebbe quindi una maggior cautela da parte del personale della base. Tra questi, vediamo il comandante Chris Tower, l'anziano mago Aldous Morrigan e l'assistente Brody (che ripete solo il suo tormentone, "ehm").

Amaterasu-O-Mikami afferma che il segreto dei Satiri si trova nella loro città su Marte. Sembra improbabile che i Satiri/Tecnomanti abbiano sviluppato la tecnica di controllo degli Esagoni sulla Terra, per poi riportarla sul morente Marte (da cui erano fuggiti per salvarsi la vita). Però ciò significherebbe che, prima di giungere sulla Terra, i Satiri già erano a conoscenza dell'esistenza e del funzionamento dei cosiddetto Doni dei Kundingas. Dobbiamo dedurne che su Marte esistevano oggetti simili, ma con una storia diversa (perché sappiamo che quelli Terrestri sono mutati in seguito a un'avaria che ha messo fuori gioco il loro strumento di controllo)?

La sottotrama della paranoia del personale della base Muviana su Marte è una metafora dell'ebete egoismo contemporaneo di anti-mascherinisti e antivaccinisti, realizzato sulla falsariga dei telefilm di moda in questi anni, e cioè in modo molto diretto e un po' superficiale, oltre che in economia di logica. Se la metafora regge infatti per la costruzione di una risibile fantasia paranoica complottista (a cui qui viene data una solida causa: lo stress psicologico di un isolamento che si protrae da mesi e non sembra mai avere fine), quando si passa agli obiettivi dei Ribelli, invece, deraglia sgangheratamente: infatti se, sulla Terra, ci fu la palese apoteosi dell'individualismo menefreghista senza confini di chi voleva continuare a farsi i propri porci comodi, infischiandosene delle conseguenze sugli altri, su Marte invece (pianeta notoriamente morto, come gli studiosi protagonisti della storia sanno da decenni) che comodi si possono fare, una volta all'aperto tra sassi e sabbia? L'obiettivo dei Ribelli, che vogliono riunirsi alle loro famiglie e per questo diventano tali, avrebbe dovuto essere quello di impossessarsi di una nave spaziale e tornare sulla Terra, non di scappare nel deserto senza acqua né viveri né bar né discoteche né palestre (eccetto le inutili rovine della Città dei Satiri, vecchie di sessantacinquemila anni circa). E ancora: chiaramente, questo personale era stato addestrato per vivere su Marte, e apparentemente ha edificato l'intera base in quelle condizioni ostili e la faceva funzionare quotidianamente, per cui si trattava di uomini preparati e competenti e consapevoli del contesto: com'è che nessuno sulla Terra ha mai pensato di sottoporli a un'opportuna valutazione psicologica per stimarne le capacità di tenuta mentale in un ambiente così alieno e isolato? O, in altre parole: come li hanno selezionati, col sorteggio? A voler essere possibilisti, l'intera sequenza è spiegabile con il contagio da parte di qualche forma di vita microscopica indigena, che ha esasperato l'ossessione dei ribelli fino a portarli a una follia priva di qualunque logica. Narrativamente, c'è un precedente: anche gli astronauti Atlantidei sono destinati a subire mutazioni velocissime, biologicamente inspiegabili se non si suppone un'interazione con le forme di vita locali o con altri agenti (come quello da noi ipotizzato ne La musica delle sfere).

Alti e bassi di Fantasmagoria

I Mysteri di Mystère si occupa con entusiasmo tipicamente Castelliano della letteratura d'anticipazione dedicata a Marte nel 1800 e nel 1900, e dedica uno spazio denso di informazioni alla particolare figura della spiritista Hélène Smith, che nel fumetto intreccia le proprie vicende con quelle di Sergej Orloff (e non ne abbiamo fatto parola finora, tanto per dimostrare quanto sia impossibile riassumere tutti i contenuti di questo albo). Smith viene già citata da Carlo Recagno, con il suo vero nome, ne L'impareggiabile Reeves (Speciale Martin Mystere n. 16)Catherine-Elise Müller (con il secondo nome storpiato in Elsie): questo Speciale e il libretto allegato sono infatti dedicati ai linguaggi mysteriosi. Ci chiediamo quindi da quanti anni Recagno avesse in mente questa storia.

Bonelli Kids e Zio Boris si dedicano rispettivamente ai megaliti di Stonehenge e alle maratone televisive di Enrico Mentana viste dalla spiaggia, con discreta efficacia.

Ci dispiace per Andrea Carlo Cappi, ma il capitolo di turno del romanzo Zona Y ci lascia indifferenti: purtroppo, il tema delle realtà virtuali (o vite parallele, o quale che sia il meccanismo che porta Martin a vivere un'avventura nei panni del Kit Carson storico nel Vecchio West, con i suoi amici e nemici come comprimari) non è tra i nostri preferiti.


venerdì 24 giugno 2022

[Recensione] Martin Mystère n. 388 - "Fantasmagoria"

Martin Mystère n. 388 (mensile)
"Fantasmagoria"

Testi: Davide Barzi
Arte: Alfredo Orlandi
Giugno 2022

 E' successo di nuovo: il nostro schiavo recensore unico si è rifiutato di comprare l'albo in questione, e anche solo di leggerlo, accampando scuse che vanno dal mal di pancia al dover impiegare il tempo libero per rileggere gli albi storici di Martin Mystère e rifarsi così la bocca dopo il mese scorso (la causa del mal di pancia?). Siamo quindi costretti a presentarvi una scheda critica di Fantasmagoria che è il frutto di un'elaborazione collettiva, con tanto di un contributo esterno al terzetto dei curatori del blog.

 Un riassunto Una ex fiamma di Martin Mystère ai tempi della Sorbona (anni 1968-1969), tale Melanie, si è sposata in seconde nozze con l'ispettore parigino Charlier. La donna convoca Martin a Parigi per ritrovare il figlio che lei ha avuto dalle prime nozze: il giovane, di nome Martin Jacques e di cognome sconosciuto, è sparito nelle catacombe insieme alla fidanzata Desirèe. Martin accorre insieme a Diana Lombard e, dopo alcune scenette di gelosia di Diana, Martin e Melanie partono alla ricerca del giovane. Nelle catacombe, vicino alla tomba di uno degli inventori della lanterna magica della Fantasmagoria, giace quasi in bella vista uno di tali proiettori. Questo non solo genera immagini di fantasmi, ma li rende anche "materiali", ed è collegato alla mente dello spettatore, perché materializza fantasmi del suo passato. Attivata da mano femminile, lo strumento inoltre funge anche da macchina del tempo e quindi Martin e Melanie subiscono la stessa sorte di Martin Jacques e della sua fidanzata e vengono catapultati nella Parigi rivoluzionaria del 1790. La vicenda si biforca, raccontando prima le esperienze dei due giovani, e poi le peripezie dei due adulti, nella Francia del Terrore dove tutti venivano ghigliottinati. Alla fine i quattro personaggi si radunano e incontrano l'inventore della macchina, che dà qualche spiegazione, ma pare più un pazzo schizofrenico che uno scienziato. Il giovane Martin Jacques decide di restare nel passato,  perché nel futuro il suo vero padre è morto e lui non si è mai ripreso dal trauma; gli altri invece tornano nel presente e, per evitare che altri possano finire nel passato Martin, distrugge la macchina. 

 Una prima analisi Seguendo le riconoscibili istruzioni per costruire il fumetto a tavolino, anche questo albo comprende una rivelazione su passato di Martin Mystère e una riscrittura palese ma poco rilevante della continuità storica, e cioè il ringiovanimento di Charlier, evento da soap opera che spinge a chiedersi quante siano le probabilità che proprio una vecchia fiamma di Martin sia andata a sposare l'unico poliziotto parigino che conosce Martin. 

 Il figlio della donna si chiama Martin Jacques, e il suo aspetto richiama molto quello del protagonista della serie animata Martin Mystery, solo con qualche anno di più. Per gli appassionati della genealogia mysteriana, ricordiamo che esiste già un Jacques Mystère francese.

 Melanie chiama in soccorso Martin perché lui nel 1969, quando la lasciò, le promise di esserci sempre casomai lei avesse avuto bisogno. Martin riceve la telefonata e parte subito per Parigi per onorare la promessa fatta 54 anni prima.

 Martin e Melanie scoprono nel giro di una vignetta cosa è successo a Martin Jacques; ci sfugge il motivo per cui la madre, che sa già tutto, non abbia investigato da sola.
 
 Il proiettore di fantasmagorie, facilissimo da trovare, giace in quasi bella vista vicino alla tomba del suo inventore, in una catacomba di facile accesso.

 Il proiettore di fantasmagorie è palesemente costruito secondo i criteri dell'elettromagia, anche se non detto esplicitamente: un'occasione, tristemente sprecata, di seguire i dettami della redazione di riprendere la continuità storica e di farlo in modo consistente, senza ingarbugliare o contraddire gli eventi noti (come per il ringiovanimento di Charlier, o la vita segreta del vampiro Strauss che creò un esercito di propri simili sebbene in origine avesse dichiarato il contrario).

 Attivata da mano femminile, il proiettore di fantasmagorie, che già attinge all'inconscio dello spettatore, funge anche da macchina del tempo. Perché? Cosa ci azzecca? Che legame c'è?
L'assurdità e la pretestuosità di questo trucco narrativo sono indigeribili, per una serie che ha sempre avuto un approccio adulto e meditato: sembra di essere caduti in una storia prodotta dallo Studio Disney statunitense per il mercato estero negli anni 1960. Il contrasto con la seriosità dell'analisi storica (per quanto condensata e spigolosa) di questo stesso albo rende le premesse del viaggio arbitrario nel tempo ancora più grottesche.
 Questa lanterna magica a volte fa vedere i fantasmi, altre volte porta nel passato, ma solo dal 2022 al 1792, a volte fa il caffè corretto e a volte l'aragosta al forno: quale era lo scopo nel costruirla così? Qual è la pseudo-scienza che motiva questo comportamento squinternato? Il creatore ambiva a realizzare una fantasmagoria, non a compiere viaggi nel tempo. Si poteva tutt'al più dire che i viaggi erano "mentali", e che quindi la macchina concretizzava i morti e i desideri di viaggiare, ma solo per lo spettatore.
 La logica della macchina non è solo inesistente per quanto riguarda la disomogeneità tra i fantasmi dell'inconscio e il viaggio nel tempo: il proiettore viene usato come macchina del tempo solo due volte, una in andata e una al ritorno? E comunque, se Desiree la usa al ritorno perché la sua volontà era tornare, allora all'andata la sua volontà era vedere la rivoluzione francese?

 L'inventore della macchina (personaggio secondario della storia, assistente del vero inventore delle Fantasmagorie ma da questo derubato delle sue idee) è caratterizzato come uno scienziato pazzo deciso a dimostrare al mondo intero il suo intelletto superiore mai riconosciuto. E come lo fa? Lo fa costruendo una "macchina del tempo" che, dopo 330 anni, attiri nel suo tempo gente del futuro. Tra l'altro, ciò accade a sua insaputa, visto che l'inventore sembra ignaro di questa caratteristica della sua macchina. In sintesi: una falla narrativa colossale, in una trama già involuta di suo. E per inciso: obiettivo fallito, caro scienziato incredibilmente geniale, ma dalle idee gravemente confuse. 
 
 E' stato ipotizzato che Martin Jacques sia figlio di Martin Mystère, ma le date non combaciano: Martin frequentava la Sorbona nel 1969, cioè più di cinquanta anni fa, e il giovane è decisamente troppo giovane per avere cinquant'anni. La questione degli anni esatti, però, può forse essere ignorata, perché ormai il personaggio di Martin ha un'età fissa e quindi tutto il suo universo si sposta in avanti nel tempo con lui (anche se, volendo fare i conti, Martin Jacques si ritroverebbe ad avere sui trentacinque anni, se vogliamo che Martin Mystère, che lo ha concepito 15 anni prima di Martin Mystère n. 1, ora abbia comunque un'età abbastanza rilevante da giustificare tutte le battute sulla sua età, appunto).
Non si può invece ignorare che il proiettore evoca i cari estinti e, nel caso di Martin Jacques, ha evocato il padre biologico. 
 Inoltre, è proprio in Francia, nel secolo successivo al Terrore, che nacque Remì D'arx (Remi D'Aix), nemico degli Habits Noir, in azione negli anni dopo il 1850 e fondatore della dinastia dei Mystère.  Questa storia sembra suggerire che Martin Jacques (il cui cognome resta ignoto) sia un antenato di Remì: vogliamo quindi spingerci al paradosso per cui il nonno di Remì sia anche il figlio di Martin, che di Remì è il pro-pro-pro-nipote?
 Per rinfrescare le idee su Remì, ecco la recensione dell'Almanacco del Mistero 2012, "L'ombra di Fantômas" (2011).

 Il commissario Charlier, che attualmente dimostra venti anni in meno di Martin, al suo esordio in Delitto nella preistoria (Martin Mystère nn. 6-7) ne dimostra venti in più. Spietato fino al fanatismo, sceglie di far sparare a sangue freddo contro Java in fuga. In seguito, lo ritroviamo pentito e ammorbidito ne La spada di re Artù (Martin Mystère nn. 15-16), dove diventa amicone di Martin Mystère e Java (dimenticandosi comodamente il suo cinismo omicida). Lo si ritrova in seguito ne Il numero della bestia (Martin Mystère Gigante n. 7), minacciando di diventare una presenza semi-ricorrente a ogni visita di Martin in Francia.
Il suo ringiovanimento in Fantasmagoria è spiegabile in almeno due modi. Il più surreale, in linea con lo stile dell'albo, sostiene che si tratta di Charlier Junior, figlio del commissario che ha intrapreso la stessa carriera del padre e vi si immedesima tanto da convincersi di aver vissuto i suoi casi in prima persona. Il più prosaico ha a che fare con i brillantini del Genio de I suoi primi 40 anni: come Alfredo Castelli ci mostra in quell'albo, i poteri del Genio hanno effetto retroattivo, e quindi Charlier si è ritrovato con anni e anni di giovinezza recuperata sin da quando ha ricevuto uno di questi brillantini per posta aerea (e lo stesso vale per tutti gli altri personaggi della serie).

 Dopo la precedente dimostrazione di ignoranza di Martin sulla destinazione degi spiriti di defunti, in questo albo ci troviamo non solo la stessa impreparazione sul tema, ma anche l'ignoranza delle regole sui viaggi nel tempo dell'universo mysteriano: certo, abbiamo visto che anche queste regole sono malleabili e dipendono dal livello tecnologico raggiunto, ma forse, davanti alla macchina che evoca i defunti e fa viaggiare nel tempo a piacere, la redazione dovrebbe intervenire per invitare gli sceneggiatori a non abusare di questi usurati elementi, per di più in maniera incoerente con la storia della serie, e a sforzare di più il cervello per imbastire una trama solida, originale e coerente, senza fare continuo ricorso a queste deludenti scorciatoie narrative.

 Martin agisce ancora una volta come un Uomo In Nero, elevandosi ad assoluto giudice del bene e del male e distruggendo un macchinario dalle capacità prodigiose. Senza neppure chiedersi quali potrebbero essere le conseguenze dell'azione (vedi sezione successiva).
 
 Il siparietto finale ha lo scopo di sfoggiare la solita erudizione, per tranquillizzare il lettore sulle competenze di Martin Mystère. Si vede che Barzi, stavolta, ha studiato storia francese: purtroppo, continua a essere scarsamente ferrato in storia mysteriana e in costruzione di trame solide.

 Il secondo capitolo di Zona Y di Andrea Carlo Cappi è interlocutorio: nel 1977, in USA, Scandinavia e URSS viene visto un ufo. Oggi, un militare svela a Martin Mystère che l'ufo era un aereo spia sovietico. Martin non si fida e decide di indagare.
 
 Scavando a fondo Citiamo di seguito varie osservazioni del il lettore Andrea Turbati, che conferma le nostre perplessità e aggiunge un ulteriore livello alla nostra analisi.
 
 Il comparto artistico I disegni proprio non mi sono piaciuti e, a volte, ho faticato a riconoscere i vari personaggi (ma questo è un giudizio totalmente personale).
 
 Il MacGuffin Il problema più grande di questo albo è la storia stessa. L'oggetto su cui verte la storia è probabilmente, tra i prodotti dell'ingegno umano della nostra civiltà, uno dei più potenti mai mostrati in tutta la serie, cioè una macchina del tempo che può essere usata da chiunque (purché sia donna, ma di questo non viene data alcuna spiegazione) con un semplice tocco (a volte desiderando dove andare, altre volte no, mistero) e la cosa sembra passare in secondo piano visto, che lo stesso oggetto permette anche di evocare i fantasmi (quali fantasmi, non è chiaro: prima sembrano fantasmi collegati ai ricordi degli spettatori, ma poi diventano fantasmi in generale). Non viene poi specificato se il viaggio nel tempo sia possibile solo nell'arco temporale in cui tale macchina esiste o meno, come nel film Primer (2004)
 
 I personaggi di plastica Martin Jacques compare in scena nel 1792 al momento giusto e, per fugare ogni dubbio che sia lui, ha gli stessi identici vestiti, in perfette condizioni, di quando è arrivato nel passato un mese e mezzo prima, pur essendo stato in prigione. Oltre al fatto che la sua camicia bella colorata difficilmente è passata molto inosservata in quel periodo, si vede ha trovato una buona lavanderia.
La sua fidanzata Desirèe, che in questo stesso periodo è divenuta un'oppiomane e ha visto cose orribili (decapitazioni, torture e violenze in genere), alla fine è maggiormente preoccupata di cosa dirà ai genitori per essere scomparsa per un paio di giorni.
Martin Mystère distrugge la lanterna magica schiacciandola con un sasso, non sapendo minimamente come sia costruita, e se l'atto di distruggerla possa generare esplosioni, rilasciare sostanze pericolose o avere chissà quali altre conseguenze. 
 
 Declino inarrestabile Sembra una trama scritta da un gruppo di amici la sera al bar; mi spiace veramente assistere a questo continuo calo, visto che Martin Mystère è sempre stato un fumetto che, pur trattando tematiche al limite dello scientifico, seguiva sempre una certa logica di fondo ed anche i vari personaggi (Martin in primis) erano sceneggiati per agire in modo logico e coerente (anche se le situazioni potevano essere assurde).
 
 Ripensando agli ultimi anni della serie L'universo di Martin Mystère è molto complesso (con 40 anni di storie) e (almeno in passato) la continuità, nel senso di consistenza delle regole e dei concetti, è sempre stata molto importante.
Quest'ultima, però, sembra ora ridotta al ripescaggio di elementi "a caso" dal passato, come per "strizzare l'occhio" ai vecchi lettori.
Nella costruzione della trama, tali elementi passano rapidamente in secondo piano, per far posto a cose/eventi che potrebbero e dovrebbero rivoluzionare il mondo (un modo per controllare tramite la vista quasi tutta la popolazione viene usato per scrivere un romanzo; una macchina che analizza l'inconscio fa viaggiare nel tempo; gli alieni onniscienti della quarta dimensione si spacciano per i defunti degli anziani e non riescono a invaderci ecc.) e invece si risolvono come una (apparente) bolla di sapone. Il fatto che un ragazzo moderno (intelligente ed interessato alla storia ed ai misteri) si trovi all'epoca della Rivoluzione Francese e decida di vivere in quel periodo dovrebbe avere ripercussioni importanti: ne sentiremo più parlare? Ed è davvero necessario aggiungere altra "carne al fuoco" di questa portata, quando ci sono già questioni in sospeso da tempo immemore che non ci si decide a risolvere? Se siamo confidenti che i vari studiosi uccisi nel numero precedente siano destinati a tornare, la "morte" di Java nel 2021 si è invece risolta con un nulla di fatto: un uomo IDENTICO a Java è stato ucciso senza che nessuno si sia reso conto dello scambio di persona e poi Java è tornato comodamente in scena al momento necessario, lasciando in sospeso la storia del capo degli Uomini In Nero (sarà Java o Travis?) e quella del "segreto" di Java che risale a Il cervello quantico.
A questo punto preferirei una minore produzione di albi di Martin Mystère, ma con storie pensate e realizzate meglio di questi episodi riempitivi che sembrano in gran parte fini a loro stessi (se invece c'è dietro un grande piano per rilanciare la serie, usando le informazioni che vengono disseminate in questi albi, allora sarei contento di essermi sbagliato nel mio giudizio).
  

mercoledì 16 febbraio 2022

[Recensione] Martin Mystère n. 384: "Riscatto a quattro dimensioni"

Martin Mystère n. 384 (mensile)
"Riscatto a quattro dimensioni"

Storia: Giovanni Eccher
Disegni: Fabio Piacentini
 
A fare da contraltare all'appagante capitolo della corsa finale de Il potere del falco, dove così tanti tasselli della narrazione vanno ora a combaciare in un logico e meditato disegno che rivela più della somma delle parti, c'è la delusione del fumetto di questo albo, che purtroppo conferma tutti i i difetti rilevati e i sospetti sorti durante la lettura della prima parte, in cui si poteva ancora essere possibilisti: se in coda all'albo ci sono pagine di testo che brillano per un impianto narrativo solido, articolato, approfondito e mysteriano, qui ci troviamo invece davanti a un totale di centosessanta pagine impiegate per una quantità di dimenticabili scene d'azione, riservando un risicato spazio a spiegazioni assai stereotipate, che spingono a parlare di "storia alla Topolino", ma erroneamente, dato che invece nei fumetti Disney simili storie  si fermano a trenta pagine, e autori storici come Romano Scarpa oppure moderni come Casty o Roberto Gagnor le arricchiscono con vari livelli di lettura per un pubblico di diverse fasce d'età.
La spiegazione del "mistero" dei falsi defunti onniscienti, infatti, è simpatica nella sua intuizione, per via del parallelo col classico della letteratura Flatland, ma è deludente nell'esecuzione e nella scarna, lacunosa esposizione: si tratta di stereotipati "invasori" di una dimensione "superiore", in teoria meramente spaziale (e non la "quarta", essendo la quarta dimensione il tempo); il loro scopo, forse, è una "invasione", sebbene essi ci deridano perché abbiamo la pretesa di comprendere il loro modo di pensare "superiore" e onnisciente (un modo che davvero ci sfugge, visti i banali eventi che determinano la loro sconfitta). Viene il sospetto che quest'ultima sia un modo per non legare la trama alle vincolanti premesse sulla potenza degli alieni, dato che costoro affermano di sapere tutto, vedere tutto, sentire tutto, ma alla fine si fanno sempre sfuggire dettagli molto scontati, che causano la loro ripetuta sconfitta. L'approccio è povero di originalità, dato che l'idea dell'invasione da parte di esseri di dimensioni superiori risale alla fantascienza popolare statunitense dell'età dell'oro, e i fumetti l'hanno cannibalizzata e riutilizzata fino alla nausea per molti decenni. Scarseggia anche l'approfondimento, ed è lo stesso paragone con Flatland a compromettere la credibilità narrativa, afflitta da una costante superficialità nell'affrontare il tema di esseri che hanno una dimensione in più rispetto alle nostre in cui agire.
Come già osservato, la scelta (redazionale?) di privilegiare l'azione e la spettacolarità (meglio se in inglese) va a discapito della credibilità e della consistenza di una vicenda molto esile, che non ha la capacità di reggere due interi albi di situazioni "avventurose" in cui si punta parecchio sui dei ex machina (non solo la perenne distrazione degli alieni nei momenti cruciali, ma anche il "cattivo" che aspettava solo l'arrivo dell'ottuagenario Martin per redimersi e passare al contrattacco), con un apice di imbarazzo durante lo scontro tra Martin e gli anziani al cantiere (che sa pure di già visto, in quanto ci ricorda il finale del farraginoso Il giocatore di scacchi). La vaghezza dell'impianto narrativo, che nega credibilità agli alieni, è rimarcata dalla facilità della non-soluzione finale, con la straniante scena della distruzione di dischi fissi esterni che sembrano fatti di wafer (quelli di silicio?).
L'utilizzo della Mytologia (o Storia Mysteriana), come già si temeva il mese scorso, suona posticcio nella sua ininfluenza, come se gli elementi fossero stati inseriti allo scopo di adattare la trama a un requisito editoriale: di Slumberland e della Contessa si perde rapidamente ogni traccia, e non ne viene spiegato il coinvolgimento, ne è fornito alcun motivo per cui "Flip" debba essere in possesso di un indizio grafico capace di guidare Martin sulla strada della compagnia farmaceutica. A posteriori, gli eventi di Slumberland del mese scorso stridono ulteriormente con gli sviluppi della storia, quando il lettore si chiede perché gli alieni della dimensione "superiore" si manifestino nel mondo dei sogni alla sola Contessa e perché gli alieni abbiano quel goffo aspetto di "mostri" da film di serie B, o anche solo perché sentano il bisogno di rivelarlo. Tra le domande senza risposta, c'è il legame tra il Mondo del Sogno e le visioni indotte dalla droga Ritus: valeva per tutti i consumatori, o solo per la Contessa? Perchè Martin, nella sua condizione di Cumbo, resta cieco come tutti agli alieni che sfruttano la dimensione del Sogno per manifestarsi? Ovviamente la risposta più prosaica è quella data poche righe fa sulle modalità e ragioni dell'utilizzo della Storia Mysteriana.
Il più solido dei dubbi narrativi, nella lista dei dei ex machina, sembra quello della follia con cui il protagonista si getta nella tana del leone, senza alcuna difesa, quasi già sappia di andare incontro allo stereotipo del cattivone pronto a redimersi senza particolari motivazioni e solamente perché gli arriva qualcuno in casa. Abbiamo detto "protagonista" perché, a ben guardare, la vicenda potrebbe essere facilmente riadattata per la serie di Dampyr o per quella di Dylan Dog: una volta rimpiazzati i manierismi mysteriani con quelli di un'altra serie, ciò che resta è infatti una storia in cui il protagonista "non sembra lui", proprio come Martin Mystère qui non sembra Martin Mystère, se si grattano via le allusioni all'età. 
 
Rattrista che la redazione non si sia ricordata di Fantasmi a Manhattan (Martin Mystere nn. 64-65), vicenda che non solo anticipa tutti gli elementi rilevanti della trama di questa doppia storia, ma lo fa con maggiore credibilità e talento in tutti gli ambiti. Oppure è il caso di esserne sollevati, perché almeno in questa occasione non si va a rovinare il ricordo di un bel fumetto con aggiornamenti non richiesti.
 
Curiosamente, la copertina sembra ribadire i nostri stessi dubbi, mettendo in scena numerose copie di "Flip" (assente nel fumetto), e dando la falsa impressione che la storia debba vertere su qualche aspetto di Slumberland (argomento invece abbandonato sbrigativamente). La situazione di Martin Mystère a bordo di una moto, mentre compie uno spericolato balzo acrobatico, nel fumetto è associata ai numeri del celebre stuntman Evel Knievel, ma agli occhi di noi lettori richiama invece la famigerata scena in cui Arthur Fonzarelli salta lo squalo, con il suo significato simbolico.
 
La signora Kennedy e la parata
In appendice, come era stato dichiarato all'inizio del nuovo corso, nel caso di storie in due puntate la rubrica Fantasmagoria tratta del mystero in questione solo nella prima parte, e si concede di divagare nella seconda parte. Ecco quindi che questa volta propone (e ripropone, attingendo agli articoli di Martin Mystère Gigante n. 13) una riflessione sull'ipocrisia del linguaggio politicamente corretto, in questo caso per quanto riguarda la sostituzione sistematica del termine vecchio con il termine anziano, proponendo la ben nota ironia di Plinio l'Anziano.
Curiosamente, però, le riflessioni della rubrica costituiscono l'unica componente mysteriana del fumetto in questione (abbiamo detto fumetto, perchè il romanzo Il potere del falco è tutta un'altra storia, letteralmente): se è vero che Martin Mystère non deve essere automaticamente enciclopedico e logorroico per essere Martin Mystère, se è vero che in passato ha vissuto più di una avventura di azione e tecnologia, è anche vero che Martin Mystère è caratterizzato da una certa originalità dell'approccio (il cosiddetto pensiero laterale), da una capacità di approfondire gli argomenti con una visione personale e critica, da un razionale senso di meraviglia capace di stimolare la curiosità per ciò che non si conosce (sia esso nuovo o vecchio), da una voglia di apprendere e di interrogarsi sulle possibilità offerte dalle nuove idee, e soprattutto dalla volontà di esporre le proprie riflessioni durante la narrazione.
La resistenza di Java all'inquinamento
Tutto ciò, nel fumetto, manca, sostituito da corse frenetiche, conversazioni dozzinali e funzionali esclusivamente a risolvere la vicenda in modo sbrigativo, battutine scontate sui finti problemi di età di Martin (come le ginocchia che scricchiolano): in poche parole, da una parodia mancata dei soli elementi superficiali che caratterizzano Martin e che si recepiscono a una lettura veloce di qualche suo albo.

Analogamente a Fantasmagoria, anche Zio Boris mette alla berlina una certa categoria di idiozia moderna (e persino Bonelli Kids lo ha fatto, il mese scorso), risvegliandoci un certo rimpianto per il fumetto di Martin Mystère "di una volta", quello che, con un'arte curata e di qualità, mescolava l'umorismo nero alla critica aperta del degrado insito nelle dinamiche della società moderna e del "progresso", e lo faceva divertendoci e divertendosi.  Eh, già, perchè in questo abborracciato doppio episodio, in definitiva, è proprio questo che manca.