Visualizzazione post con etichetta Marte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Marte. Mostra tutti i post

mercoledì 17 agosto 2022

[Recensione] Martin Mystère n. 390 - "Cronache marziane"

Martin Mystère n. 390 (mensile)
"Cronache marziane"

Storia: Carlo Recagno
Disegni: Fabio Grimaldi
Agosto 2022

Dopo mesi e mesi di attesa, sulla testata dell'Impossibile si torna a trattare la Storia Mysteriana del Mondo in maniera competente, articolata e approfondita: invece di tirare fuori l'ennesimo "congegno atlantideo" impossibile, di cui non viene poi spiegato alcunché, si attinge finalmente alla vasta messe di eventi e concetti che Martin Mystère ha appreso nel corso degli anni, e si articola una nuova vicenda in cui non solo emergono varie novità, ma si creano anche connessioni inedite tra i detti eventi/concetti più memorabili e amati, rinnovando così sottotrame in sospeso da tempo, oppure svelando il vero volto di personaggi storici tanto familiari quanto in realtà sconosciuti.

Nel paradosso delle migliori produzioni mysteriane, questo è un racconto atipico, ma collocato nel solco della tradizione: il Detective dell'Impossibile è presente, ma spicca per la sua assenza, in un flusso di cinque (!) diverse narrazioni parallele, che si svolgono in luoghi o epoche lontanissimi senza mai toccarsi, ma tutte unite da un elemento comune, che le riunisce definitivamente solo nel finale. Non s'è infatti mai visto un Martin così poco protagonista, eppure è già accaduto che il lettore ne sapesse più di lui alla fine della vicenda: la struttura narrativa è infatti quella dei migliori albi della collana Martin Mystère Gigante, e cioè Il segreto di San Nicola, L'isola di ghiaccio e di fuoco, Il re Rosso; la differenza sta nel minore numero di pagine, che porta Recagno a omettere la classica indagine di Martin Mystère, che fa da collante e tira le fila degli elementi cruciali. A compensare questa carenza, Recagno lo rende quindi protagonista in un altro modo, tanto inatteso quanto coerente con la sua storia personale.

La ricchezza di tematiche e di spunti del fumetto rende quasi impossibile recensirlo a fondo senza anticipare sviluppi e rivelazioni, per cui non ci resta che invitarvi a leggere l'albo e tornare qui per approfondirne gli aspetti, interrogarvi sulle implicazioni, ipotizzare le evoluzioni future, contribuire alla mappa della continuità che segue.

La guida alla continuità

Amaterasu ha pianificato la spedizione su Marte per decenni, allo scopo di salvare il mondo dalla catastrofe. Se la catastrofe è quella causata dalle armi finali impazzite (e non un'altra fresca di invenzione narrativa), allora in apparenza Amaterasu gode di una qualche prescienza relativamente agli eventi de Il segreto delle Ombre Diafane (Martin Mystère Gigante n.8), a meno che il satellite compromesso dai Fratelli delle Pleiadi non abbia davvero atteso decenni per attivarsi.

Ne La città dei Cinque Anelli (Martin Mystère nn. 196-197), l'Atlantideo Adam vede in televisione un servizio sulla spedizione marziana di Atlantide, la prima di quella nazione. Ne  Gli Uomini In Nero (Martin Mystère Gigante n. 3), Adam sembra avere circa la stessa età, dopo l'armageddon atlantideo-muviano. Da questi dati apparenti, possiamo supporre che Atlantide sia molto più arretrata nel viaggio spaziale di Mu (e possiamo anche supporre che Mu abbia mantenuto segretissima la sua spedizione, per quanto sicuramente svolta in grande stile). Non sappiamo però quale sia la durata media della vita di Atlantidei e Muviani: magari Adam ha mantenuto lo stesso aspetto per decenni (lo stesso ragionamento può essere applicato ad Amaterasu, per la questione della sua presunta prescienza).

Da La città dei Cinque Anelli (Martin Mystère nn. 196-197) sappiamo che in Atlantide l'esistenza del Graal era di pubblico dominio, e che la sua spedizione su Marte (chiamato però Ares) non fu coperta dal segreto. Non si sa se ci fosse in ballo una "corsa allo spazio" analoga a quella USA/URSS (di certo Mu la vinse con largo anticipo, ma in segreto, e forse Atlantide la emulò malamente solo decenni dopo, quando il fatto divenne noto).

Da Roncisvalle! (Martin Mystère nn. 94-95-96) apprendiamo, tramite Merlino, che la Spada di Nuada (ma non più tale, in seguito alla rettifica del nome dei Tuatha De Danaan) fu divisa in sette spade ai tempi di Atlantide; non si precisa però quale Atlantide (o meglio, in quale epoca della sua lunghissima esistenza). Non c'è alcun flashback atlantideo nella serie in cui persone dell'epoca si dimostrano consapevoli dell'esistenza delle Spade (almeno fino a oggi). 

Il Satiro Pan, visto nella notevole Il sabba delle streghe (Martin Mystère nn. 38-39-40), magistralmente illustrata da Claudio Villa, racconta di essere stato alla corte di Atlantide. Ma quale Atlantide? All'epoca dell'uscita di quell'albo, il concetto della "prima Atlantide" non era ancora stato introdotto, e quindi le sue parole sono interpretabili.

La cosiddetta "prima Atlantide" risale ad almeno 75.000 anni fa, epoca in cui le sue isole di Ruta e Daytia sprofondarono a causa dell'innalzamento del livello del mare. Se ne parla per la prima volta ne La piramide sommersa (Martin Mystere nn. 81-82-83) e si ritorna ampiamente sull'argomento ne Il Re Rosso (Martin Mystère Gigante n. 11).

Amaterasu è l'Imperatrice in carne e ossa, e non la versione cibernetica de La vera storia del capitano Nemo (Martin Mystère 69-70-71), in apparenza. Che legame avranno le due?

I misteriosi Tecnomanti della Prima Atlantide (cioè i Satiri Marziani) non sono gli stessi dell'Atlantide di 10.000 anni fa: questi ultimi sono comparsi ne I Tecnomanti (Martin Mystère n. 247), oltre che in Magic Patrol su Zona X, dove a rappresentarli c'è un tale Amon; nella serie di Nathan Never, compaiono certi Signori della Guerra Atlantidei (Warlords tradotto letteralmente?) capeggiati sempre da un tale Amon: supponendo che si tratti dello stesso Amon, si tende a considerare questi Condottieri come Tecnomanti (sebbene le loro azioni non aiutino a qualificarli). Non ci viene dato alcun elemento per capire se i due gruppi, separati da un colossale abisso temporale, siano collegati. Se un legame esiste, sembra improbabile che i secondi abbiano ereditato le conoscenze dei primi: altrimenti, Amaterasu avrebbe cercato di ricavare da loro il segreto per controllare le Spade, senza scomodarsi a spedire gente poco affidabile su Marte.

La genesi dei Doni dei Tuatha De Danaan è raccontata ne Il segreto di San Nicola (Martin Mystère Gigante n. 1). "Tuatha De Danaan" è il nome mitologico attribuito, nella nostra epoca, agli eterei e algidamente inconoscibili alieni che portarono gli Esagoni sulla Terra. Ai tempi di Atlantide e Mu, essi erano noti col nome di Kundingas, come già specificato ne Le ombre di Camelot (Martin Mystère Speciale). Per noi, però, i Kundingas sono gli alieni nanetti e panciuti, dall'aspetto tenerone e goffo, molto simile al personaggio alieno del film E.T. the Extra-Terrestrial (1982), che si fanno ingenuamente ammazzare a mitragliate dai bastardi Uomini In Nero australiani. 

Non è la prima volta che ci viene lasciato intendere quanto sia vasto il potere potenziale di un Esagono integro: qui si afferma che il mondo, se le Sette Spade venissero riunite, diverrebbe completamente un altro mondo; ne L'isola di Ghiaccio e di Fuoco (Martin Mystère Gigante n. 6), abbiamo già visto come l'Esagono divenuto Anello Dei Nibelunghi possa letteralmente riscrivere la realtà. 

Susanoo ha acquisito una spada, la Kusanagi, nascosta proprio da un Tecnomante all'interno di una bestia cibernetica, nel recente Come ai vecchi tempi (Martin Mystère n. 376); nello stesso albo, è tornano in scena Sergej Orloff.

La sequenza iniziale dello scontro tra Martin Mystère e Sergej Orloff è ripresa da Il matrimonio di Sergej Orloff (Martin Mystére n. 330); quello stesso albo dava spazio all'ipotesi che Orloff non fosse stato disintegrato, ma trasferito in un carcere per la detenzione dei Muviani scomodi. Tale ipotesi è ora confermata.

Il personale Muviano della stazione marziana ha torto nel credere che la stazione sia un carcere dove far sparire i personaggi scomodi, ma nello stesso tempo ha ragione nel supporre che ne esista uno: è quello in cui Orloff si ritrova prigioniero, insieme a Muviani che presumibilmente si trovano in quello stato da diecimila anni. Lo scetticismo del Professore è quindi prova di ingenuità?

Orloff afferma di sapere come andare su Marte senza il bisogno di astronavi. Chissà a quale ingegnosa soluzioni starà alludendo, considerando il notevole andirivieni, tradizionale o meno, che è avvenuto nel corso dei millenni per varie forme di vita tra Marte e la Terra? Ne abbiamo parlato ne L'ombra di Za-Te-Nay (Martin Mystère n. 335), mentre ne La musica delle Sfere (Get a Life! n. 14) abbiamo ricostruito la possibile genesi e differenziazione della vita su Marte, andando dai batraci ai satiri, passando per gli insetti nathanneveriani.

Morte al varietà (Martin Mystère n. 71)
Dulcis in fundo, Sergej Orloff chiama "William" il proprio autista, che però alla fine non ce la fa più e corregge il padrone, informandolo della verità: "Mi chiamo Wilbur, signore".
E Orloff risponde "Non è colpa mia".
Da dove giunge questo brevissimo e unico momento umoristico di una storia piuttosto cupa?
Giunge dai meandri della serie, giusto per ricordarci ancora una volta quanto Carlo Recagno la conosca bene: in Morte al varietà (Martin Mystère n. 71), infatti, Martin ci fa sapere il suo parere sul nome Wilbur.

Passando alla continuità stilistica, vale la pena di osservare come Recagno prosegua ormai da anni col suo approccio della vaghezza anonima nelle coordinate che identificano personaggi e luoghi: la base Muviana su Marte (priva di nome) è popolata da personaggi privi di nomi, e identificati dal loro ruolo (Tenente, Professore, Direttrice), proprio come sono senza nome le due zone di New York in cui Orloff incontra il suo fornitore e in cui si radunano gli Uomini In Grigio. Ad avere un nome è solo l'assistente di Amaterasu, Sardukar (in quanto già apparso nel Martin Mystère Gigante n. 8, con un nome che giunge dalla saga di Dune). E' enorme la differenza rispetto alle dozzine di storie newyorkesi in cui Castelli forniva indirizzo, storia del quartiere, aneddoti sui ristoranti e altri luoghi tipici, creando un'esperienza tridimensionale che imprimeva tanto la storia quanto i luoghi nella memoria del lettore. Con l'andazzo attuale, invece, tanto i personaggi quanto i luoghi sono avvolti in una foschia di vaghezza, indeterminazione e genericità; un grigio anonimato (non a caso?) che li condanna rapidamente all'indifferenza, e quindi all'oblio.

Rispetto a Come ai vecchi tempi (Martin Mystère n. 376), il comparto artistico presenta qualche miglioramento, specialmente nella gestione dei volti (la sproporzione tra i lineamenti e la dimensione della faccia, per esempio, è qui molto meno frequente, anche se non scomparsa); continuano a non convincere, invece, le figure umane impegnate nelle scene d'azione (nel flashback di apertura, il Martin Mystère che aggredisce Orloff sembra avere la spina dorsale spezzata), mentre quelle statiche sono dignitose. Convincono di più gli sfondi e le ambientazioni, forse per via della maggiore gestibilità digitale di questo comparto visuale. 

Il fumetto come lettura dell'attualità

Non era certo solo Alessandro Manzoni a raccontare l'occupazione spagnola nella Milano del 1600 per criticare quella austriaca della propria epoca.

Brevemente, il racconto ci spinge a credere che Orloff sia finito proprio su Marte, nella base Muviana, in quanto destinata a essere trasformata in un carcere. In seguito, la Direttrice e il Professore smantellano questa interpretazione, almeno a parole. Ma, siccome questo fumetto è fortemente incentrato sugli strati di menzogne e finzioni che il potere tesse dietro una facciata di rispettabilità, in tutte le epoche, e dato che noi non sappiamo davvero cosa ne fu della base Muviana su Marte dopo il fallimento della missione, non possiamo escludere che i suoi ampi spazi ora ospitino le innumerevoli celle del carcdre Muviano viste nel ricordo di Orloff (e anticipato ne Il matrimonio di Sergej Orloff). Non è chiaro se la Direttrice sapesse dello scopo della spedizione (cercare il segreto dei Satiri Marziani) o se anche a lei fosse stato tenuto nascosto da Amaterasu (che afferma che è un segreto noto solo alla sua famiglia): se Amaterasu ha mentito una volta alla Direttrice, può averlo fatto anche due volte (tenendole segreto che la base sarebbe stata riciclata come carcere); se la Direttrice non era una pedina, ma una complice della ricerca del segreto dei Tecnomanti, e quindi mentiva al personale (abbiamo visto oggettivamente come ha proibito l'accesso alla Città di E'd'n), può anche lei averlo fatto due volte (non rivelando che la base sarebbe divenuta un carcere). Tutte le ipotesi sono buone, perché questo fumetto ci insegna che il Potere giustifica il proprio operato a ogni costo, ricorrendo a qualunque mezzo e vantando nobili obiettivi dietro cui si nasconde invece l'interesse personale del'autoconservazione. Di conseguenza, i ribelli avevano ragione sia sulle menzogne dei loro capi, sia sulla faccenda del carcere (che infatti esiste): però, come analizzeremo in seguito, non hanno avuto la lucidità per giungere alle conclusioni corrette.

Gli Uomini In Grigio di Buenos Aires sono comparsi ne Il libro di sabbia (Martin Mystère nn. 154-155), ma qui non li vediamo mai in scena. Infatti, il gruppo che agisce a New York è quello dei Rosa+Croce (Rosenkreutz) di Contrappunto, scherzo e fuga (Martin Mystère Special n. 12): costoro si autodefiniscono adesso come Uomini In Grigio, mentre nello Speciale parlavano più genericamente del "non-colore" grigio che caratterizza il loro grandissimo potere, quello invisibile e inarrestabile degli anonimi funzionari delle strutture statali di tutto il mondo. I bibliotecari di Buenos Aires si presentano a Martin come un'organizzazione che ha il solo scopo di custodire l'Aleph (l'oggetto che mostra tutto l'universo, futuro compreso, a chi lo osserva): anche loro dichiarano di essere funzionari che agiscono dietro le quinte, usando la definizione "Uomini In Grigio" in riferimento al termine di eminenza grigia. I Rosa+Croce, oltre ad avere "sezioni" in tutto il mondo (tra cui quella di Buenos Aires, apprendiamo ora), hanno un diretto Superiore che è analfabeta e vive come un senzatetto, ma hanno anche un Controllore (la stessa persona?) che decide certe loro mosse (per esempio, l'interazione con Altrove è vietata senza esplicito permesso).

In un mondo devastato da una crescente crisi ambientale, economica, delle materie prime, bellica, idrica, alimentare e climatica, che sta ampliando senza sosta il numero di persone che vive sotto la soglia della povertà, i grigi burocrati dei Rosa+Croce si preoccupano opportunisticamente di castigare qualche nazione troppo aggressiva con i vicini o di tutelare i diritti civili. Nel primo caso, agiscono ignorando non solo le varie guerre in corso nel globo, o le persecuzioni di certe minoranze, ma soprattutto i costanti abusi degli Stati Uniti d'America (in cui costoro sembrano identificarsi, anche se di provenienza internazionale), i quali sapendo di essere protetti dalla geografia, organizzano da decenni sanguinosi colpi di stato in Sud America e innescano conflitti militari in Asia ed Europa, allo scopo di frantumare le alleanze commerciali a loro sgradite e rafforzare quindi la propria economia. Nel secondo caso, badano principalmente agli interessi dei ceti sociali abbienti, ignorando invece i diritti sociali dei ceti più poveri, che vengono progressivamente azzerati, dopo decenni di lotte per essere trattati dignitosamente nel mondo del lavoro e mantenere pubbliche risorse fondamentali come l'acqua e la sanità. L'agire dei Rosa+Croce è la descrizione più onesta del potere costituito, che non si basa sulla democrazia, ma sull'economia, ed è guidato solo dall'interesse ad autotutelarsi, mantenendo ordine e stabilità per il proprio ceto (o nazione) con ogni mezzo. Qual è la differenza, sembra chiederci il racconto, tra il dispotico impero di Amaterasu (che è una dittatrice: i suoi cittadini sanno e accettano che lei elimini gli oppositori senza curarsi dell'opinione pubblica; segretamente, ella fa costruire un intero carcere per neutralizzare per sempre i personaggi scomodi; infine, noi lettori sappiamo che essa darà il proprio volto al cardine cibernetico della Guerra Senza Tempo) e gli attuali governi pilotati neanche troppo discretamente dai poteri economici, nascosti dietro le facciate di una democrazia riservata solo ai ceti abbienti? Il discorso dei Rosa+Croce, che autodefinendosi "Uomini In Grigio" forse si illudono di differenziarsi da quelli In Nero perché orientati all'ordine e all'equilibrio, li accomuna invece a loro, dato che implicitamente richiama le conclusioni a cui giunge Martin nel classico Caccia all'uomo (Martin Mystere nn. 67-68-69), in un ritratto molto accurato della nostra epoca.

L'occhio sinistro di Rama sostiene implicitamente una vecchia teoria secondo cui Martin Mystère e Sergej Orloff sarebbero geneticamente eredi diretti di un singolo antenato Muviano.

La forma dell'oggetto Muviano recuperato da Altrove, nonché la modalità del suo arrivo e il "pericolo" che custodisce ricordano un oggetto simile che Morgana usò per invadere Altrove ne Il Cavaliere Verde (Martin Mystère Special n. 11): ci si aspetterebbe quindi una maggior cautela da parte del personale della base. Tra questi, vediamo il comandante Chris Tower, l'anziano mago Aldous Morrigan e l'assistente Brody (che ripete solo il suo tormentone, "ehm").

Amaterasu-O-Mikami afferma che il segreto dei Satiri si trova nella loro città su Marte. Sembra improbabile che i Satiri/Tecnomanti abbiano sviluppato la tecnica di controllo degli Esagoni sulla Terra, per poi riportarla sul morente Marte (da cui erano fuggiti per salvarsi la vita). Però ciò significherebbe che, prima di giungere sulla Terra, i Satiri già erano a conoscenza dell'esistenza e del funzionamento dei cosiddetto Doni dei Kundingas. Dobbiamo dedurne che su Marte esistevano oggetti simili, ma con una storia diversa (perché sappiamo che quelli Terrestri sono mutati in seguito a un'avaria che ha messo fuori gioco il loro strumento di controllo)?

La sottotrama della paranoia del personale della base Muviana su Marte è una metafora dell'ebete egoismo contemporaneo di anti-mascherinisti e antivaccinisti, realizzato sulla falsariga dei telefilm di moda in questi anni, e cioè in modo molto diretto e un po' superficiale, oltre che in economia di logica. Se la metafora regge infatti per la costruzione di una risibile fantasia paranoica complottista (a cui qui viene data una solida causa: lo stress psicologico di un isolamento che si protrae da mesi e non sembra mai avere fine), quando si passa agli obiettivi dei Ribelli, invece, deraglia sgangheratamente: infatti se, sulla Terra, ci fu la palese apoteosi dell'individualismo menefreghista senza confini di chi voleva continuare a farsi i propri porci comodi, infischiandosene delle conseguenze sugli altri, su Marte invece (pianeta notoriamente morto, come gli studiosi protagonisti della storia sanno da decenni) che comodi si possono fare, una volta all'aperto tra sassi e sabbia? L'obiettivo dei Ribelli, che vogliono riunirsi alle loro famiglie e per questo diventano tali, avrebbe dovuto essere quello di impossessarsi di una nave spaziale e tornare sulla Terra, non di scappare nel deserto senza acqua né viveri né bar né discoteche né palestre (eccetto le inutili rovine della Città dei Satiri, vecchie di sessantacinquemila anni circa). E ancora: chiaramente, questo personale era stato addestrato per vivere su Marte, e apparentemente ha edificato l'intera base in quelle condizioni ostili e la faceva funzionare quotidianamente, per cui si trattava di uomini preparati e competenti e consapevoli del contesto: com'è che nessuno sulla Terra ha mai pensato di sottoporli a un'opportuna valutazione psicologica per stimarne le capacità di tenuta mentale in un ambiente così alieno e isolato? O, in altre parole: come li hanno selezionati, col sorteggio? A voler essere possibilisti, l'intera sequenza è spiegabile con il contagio da parte di qualche forma di vita microscopica indigena, che ha esasperato l'ossessione dei ribelli fino a portarli a una follia priva di qualunque logica. Narrativamente, c'è un precedente: anche gli astronauti Atlantidei sono destinati a subire mutazioni velocissime, biologicamente inspiegabili se non si suppone un'interazione con le forme di vita locali o con altri agenti (come quello da noi ipotizzato ne La musica delle sfere).

Alti e bassi di Fantasmagoria

I Mysteri di Mystère si occupa con entusiasmo tipicamente Castelliano della letteratura d'anticipazione dedicata a Marte nel 1800 e nel 1900, e dedica uno spazio denso di informazioni alla particolare figura della spiritista Hélène Smith, che nel fumetto intreccia le proprie vicende con quelle di Sergej Orloff (e non ne abbiamo fatto parola finora, tanto per dimostrare quanto sia impossibile riassumere tutti i contenuti di questo albo). Smith viene già citata da Carlo Recagno, con il suo vero nome, ne L'impareggiabile Reeves (Speciale Martin Mystere n. 16)Catherine-Elise Müller (con il secondo nome storpiato in Elsie): questo Speciale e il libretto allegato sono infatti dedicati ai linguaggi mysteriosi. Ci chiediamo quindi da quanti anni Recagno avesse in mente questa storia.

Bonelli Kids e Zio Boris si dedicano rispettivamente ai megaliti di Stonehenge e alle maratone televisive di Enrico Mentana viste dalla spiaggia, con discreta efficacia.

Ci dispiace per Andrea Carlo Cappi, ma il capitolo di turno del romanzo Zona Y ci lascia indifferenti: purtroppo, il tema delle realtà virtuali (o vite parallele, o quale che sia il meccanismo che porta Martin a vivere un'avventura nei panni del Kit Carson storico nel Vecchio West, con i suoi amici e nemici come comprimari) non è tra i nostri preferiti.


martedì 4 novembre 2014

Recensione: Martin Mystére n. 335, “L’ombra di Za-Te-Nay”

Martin Mystére n. 335
"L’ombra di Za-Te-Nay"
Sergio Bonelli Editore
Ottobre 2014

Storia di Alfredo Castelli e Mirko Perniola. Arte di Franco Devescovi e Giovanni Romanini.







UN ALBO CONTROVERSO

Nella (ristretta) cerchia dei lettori di Martin Mystère che fanno sentire la loro voce in rete, il giudizio per L’ombra di Za-Te-Nay è stato mediamente (molto) negativo. Trattandosi comunque di un lavoro molto elaborato e stratificato, con un numero di autori doppio rispetto allo standard, l’AMys ha raddoppiato gli sforzi dei recensori, per coprire tutti gli aspetti di questo atteso e vituperato seguito delle vicende di Za-Te-Nay.

GLI AVVENTUROSI ENIGMI DI ZAGOR, TRAPPER DELL’IMPOSSIBILE

Di Alessio Sbarbaro

Sinceramente la storia non mi è piaciuta molto. Speravo di cambiare opinione rileggendola dopo aver “ripassato” La minaccia verde (Zagor n. 147 del 1977) e la prima storia doppia mysteriana su Za-Te-Nay ( “La scure incantata”, Martin Mystère nn. 242-243), ma l’opinione non solo non è migliorata, ma è pure leggermente peggiorata.

La storia che diede inizio a tutti nel 2002, non usando lo Zagor originale (come disse Castelli, per la contrarietà di Bonelli emersa con la storia già in cantiere), rimaneva abbastanza sul vago relativamente al personaggio “con la scure” che vi compariva, mentre la parte mysteriana dava un seguito alla vecchia storia di Pan (“Il sabba delle streghe”, Martin Mystère nn. 38-39-40, che fu ripresa poi anche da Get A Life), e si ricollegava con la saga del Countdown conclusasi solo l’anno precedente, citando pure il super-scienziato-stregone pre-Atlantideo Oduarpa, per cui era ben coordinata con il resto dell’universo narrativo.
Sul versante di Zagor, le incursioni nei temi “Mysteriosi” erano già presenti da tempo (almeno dalla saga delle Città di Cibola del 1995), ma non ancora ufficializzate.
La citazione di Martin Mystère a storie e situazioni classiche di Zagor, rivisitate con questa nuova chiave di lettura, poteva quindi essere intesa come una strizzata d’occhi ai lettori zagoriani che avessero comprato quegli albi. Il fatto che Zagor e Za-Te-Nay potessero essere due personaggi diversi (vista la distanza di 20/30 anni tra le avventure di uno e l'altro, confermata anche in questo albo) poteva poi salvare "capra e cavoli" per i patiti della continuità.

Oggi però, ben 12 anni dopo, ci troviamo con elementi mysteriani che sono da anni punti fissi nell’universo narrativo di Zagor (Altrove), e addirittura con una saga ad ampio respiro, durata più di due anni, che ha visto lo Spirito con la Scure girare le Americhe proprio sulla base di elementi presi da Martin Mystère (caccia ad un collaboratore di Altrove che cerca una base atlantidea al polo Sud, probabilmente quella citata nel Martin Mystère gigante n.3, anche se non è esplicitato); questo senza contare le citazioni di Zagor nelle Storie di Altrove.

Ma mentre Zagor può permettersi di combattere con orrori Lovecraftiano/Atlantidei al Polo Sud (e ricordiamolo, vendendo con queste tematiche, stando ai dati usciti qualche mese fa, più di una volta e mezza le copie di Martin Mystère), il Detective dell’impossibile riesuma fuori tempo massimo un seguito di una storia ormai superata, per presentarci l’ennesima rivisitazione di un classico zagoriano (che avrebbe anche potuto starci, se fosse una storia uscita a poca distanza dalla vecchia e sulla scia di questa) ed un cavatappi sorridente. Da una parte, abbiamo i cugini degli Shoggoth delle Montagne della Follia messi in un avanzatissimo avamposto di Atlantide, con tanto di archeologi posseduti, agenti di Altrove doppiogiochisti assetati di potere e la lotta contro il gelo antartico; e dall'altra abbiamo un cavatappi alieno. Che ci fa pure il sorrisino finale nell’ultima vignetta.

E a poco servono la prosa brillante, le strizzate d’occhio ai lettori (come l'excursus sulle tigri di Martini usate come tigri di Martini per allungare la storia), il fatto che anche nella serie regolare ogni tanto si ricordino di Altrove (salvo poi di fatto non usarla se non per il solito teatrino Tower-Brody-ehm): la storia comunque non si salva…. Magari riesce a non arrivare proprio allo zero, ma siamo ben lontani anche da una parvenza di sufficienza. Il colpo di grazia, ad un albo già mortalmente ferito da un cavatappi, lo danno le diverse tavole interamente copia&incollate dalla vecchia storia.

Forse è ora di abbandonare MM e seguire regolarmente Zagor: almeno lì l’azione e i temi che mi avevano fatto appezzare Martin Mystère ogni tanto li ritrovo. Ed il costo a pagina è pure inferiore.

LE STORIE NELLA STORIA

di Franco Villa

Con crescente frequenza, Alfredo Castelli propone storie di Martin Mystère scritte nello stile sopra le righe che lo caratterizza e che lo diverte, integrando le sue propensioni in un unicum da cui è difficile districarsi, visti i continui rimandi auto-citazionisti che vi si stratificano: la sua predilezione per il cazzeggio, l’amore per la storia del fumetto e dei suoi predecessori (le pulp novel), la rilettura dissacrantemente e spietatamente ironica dei suoi stessi lavoro di gioventù, la passione per l’Avventura come era intesa negli anni d’oro, la divagazione travestita da narrazione (ma subito sbugiardata), le elucubrazioni apparentemente innocue che poi costruiscono edifici dell’immaginario.
Questa volta il soggetto della storia è però di Mirko Perniola, che avrebbe voluto sviluppare ed esplorare alcuni dei punti lasciati in sospeso da La scure incantata (Martin Mystère nn. 242-243), riportando in scena il trapper Za-Te-Nay, alias la versione mysterianamente storica di Zagor, la quale implica che (quasi) tutta la produzione Bonelli dedicata a Zagor sia una libera rilettura di eventi storici relativi a un personaggio “storico” idealizzato e trasformato in un supereroe ottocentesco  [nel 2018 Bonelli annuncia una serie di crossover con la DC Comics, iniziando con Zagor & Flash, a conferma di come gli autori percepiscano e gestiscano il personaggio].
Sia Castelli che Perniola hanno sceneggiato storie per Zagor, e sembra quindi giusto che i due autori si cimentino insieme con la versione storico-mysteriana del personaggio.

Purtroppo, però, Castelli questa volta decide di esagerare e, siccome non gli riesce più di improvvisare e di tenere comunque sotto controllo una narrazione di 160 pagine, ecco che la storia deraglia in un’infinità di divagazioni sconnesse, debordanti e inconcludenti, dalle quali neppure lui riesce più a tirare le fila. Per districarsi dal groviglio creato, non gli resta che abbandonarle all’oblio e infine farsi aiutare da Mirko Perniola per imbastire un finale che faccia quadrare qualcosa. Non che la cosa in sé sia un male, nel senso che Castelli può fare ciò che vuole con la sua creatura narrativa, ma l’impressione è che un simile divertissement possa piacere ai fan storici di Castelli rimastigli fedeli sino ad oggi, ma sia letale per il lettore medio che si aspetta un altro genere di narrazione avventurosa.

Castelli trasforma l’albo in un fumetto dentro il fumetto (con il solito richiamo ai libri dentro i libri di Umberto Eco), decidendo di rileggere il suo stesso racconto La minaccia verde (Zagor n. 147 del 1977), cambiandone certi dettagli (gli umani infettati diventano zombi) ma soprattutto dissezionando spietatamente le tecniche narrative “furbastre” dell’epoca ("la tigre di Martini"). Come è tipico di Castelli, le cose si intrecciano, e la dissezione del passato diventa disamina del presente, mentre contribuisce a sviluppare la trama fantastica dell’albo. E’ un peccato che, però, l’occasione vada sprecata: la vicenda rielaborata del La minaccia verde non confluisce direttamente nella trama portante, in quanto si omette di collegare il virus direttamente ai profughi Marziani che “dormono” a Yellow Peaks, e la sottotrama si perde quindi per strada, diventando a tutti gli effetti un riempitivo (o “tigre di Martini”). E’ una dimenticanza dovuta alla fretta con cui la vicenda è stata conclusa, nonché la prova della crescente difficoltà di Castelli di tenere insieme una trama non progettata nei minimi dettagli sin dall’inizio? La scelta geografica che unifica le due minacce fa propendere per questa ipotesi.

Come è inevitabile, i tormentoni di Castelli si mescolano a quelli di Martin Mystère, che qui si ritrova a deridere un maniaco del complotto per poi indagare proprio sulle fantasie di quest’ultimo, non senza aver citato i suoi assillanti problemi di ritardi con le consegne ed esigenze di Diana (problemi ironicamente assenti, per una volta).

Tipica e impagabile cifra di Castelli è anche il suo inimitabile metodo del racconto nel racconto, che a pochi scrittori riesce di gestire senza annoiare: puro Castelli mysterioso è infatti il resoconto che la signora McQuiver fa al telefono delle stranezze del marito, in un crescendo di impossibile che si insinua subdolamente nella realtà quotidiana di una coppia qualsiasi, richiamando le atmosfere di Ai confini della realtà e delle esperienze editoriali horror del giovane Castelli stesso. Non a caso, nella rubrica finale, emergono proprio i racconti di Ambrose Bierce ed H.P. Lovecraft, in riferimento alle suggestioni dietro La minaccia verde. A questa caratteristica Castelliana si unisce, necessariamente, l’amore di questo autore per i dialoghi elaborati, dal lessico curato e puntiglioso, esaustivi nel narrare una articolata vicenda seguendone e chiudendone tutte le diramazioni logiche, con la pacatezza e sobria signorilità che Castelli sceglie di conferire ai suoi personaggi.

Sembra invece farina del sacco di Perniola il coinvolgimento della organizzazione governativa segreta di Altrove, che è molto marginale nella sezione del presente, ma offre parecchi intriganti agganci con la continuità ottocentesca definita dalla collana Storie di Altrove: a sorpresa, Martinez (Cico) si rivela essere un agente di Altrove, alle dipendenze dell’energica direttrice “Papà”, suggerendo ancora una volta che l’Altrove delle pagine di Zagor sia una versione romanzata della vera Altrove.
A questo punto, diventa impossibile non chiedersi come Perniola avesse concepito il soggetto originale, dato che l’autore ha dichiarato sul suo blog di aver voluto tirare le fila di tutti gli elementi inspiegati della finta dime novel che era L’ascia incantata: non ci resta che augurarci che Perniola legga questo appello e renda pubblico detto soggetto (oppure lo riutilizzi per una terza parte della saga, da realizzare in tempi ragionevoli).

Nella vicenda, Za-Te-Nay finisce col collaborare a sua volta con Altrove, ma solo come manovale, nel recuperare il relitto di un’astronave aliena: Castelli si auto-cita ancora una volta, avendo infatti già affrontato il tema della misteriosa airship del 1896 (e del suo recupero) in La città dei cinque anelli (Martin Mystère nn. 196-197).

Sorprendente, nel suo oscillare fra scienza e magia, è il metodo con cui Altrove ha ricostruito la configurazione della suddetta astronave: tale metodo è addirittura in grado di ipotizzare l’aspetto del l'agghiacciante Pilota-Cavatappi, pur non disponendo di alcun elemento per farlo! Castelli cita anche l’interocitore, già menzionato en passant nella vicenda di Ettore Majorana, sebbene lo scopo di ciò ci sfugga (allude ad altro?).

Il finale della vicenda, oltre a cambiare drammaticamente sul versante artistico (a Devescovi subentra il paleozoico Romanini), subisce anche un mutamento di stile narrativo, confermando la nostra ormai già ribadita impressione che Castelli non riesca più a improvvisare con l’efficacia di un tempo: come già detto, Perniola gli deve infatti subentrare per creare un finale accettabile a una vicenda che ha fatto piazza pulita (o quasi) del suo soggetto originale.
Le due narrazioni di presente e passato vengono fatte riconfluire in modo precipitoso, che lo stesso Martin definisce “un contentino”, ma hanno l’accortezza di riflettere, senza dichiararlo, sulle implicazioni delle rivelazioni che questa nuova vicenda comporta. Alludiamo al fatto che Za-Te-Nay, contrastando Virus nel controllo della Scure, ha di fatto lavorato a favore degli invasori alieni, potenzialmente molto pericolosi per la nostra civiltà.
Il folle Virus, invece, nonostante i suoi modi di fare spietati, risulta aver sempre svolto il ruolo di difensore del nostro pianeta, cosa coerente con la sua natura di Genius Loci: Castelli e Perniola, pur avendo tolto a Za-Te-Nay la patina di eroe assoluto, gestiscono bene la sua contrapposizione all’ambiguità del Genius Loci, entità elementale dedita a ogni costo alla difesa del nostro mondo, qualunque sia il prezzo da pagare per difenderne le forme di vita nella loro interezza.
Controverso Deus ex machina della vicenda è il folle alieno cibernetico “Cavatappi”, il cui aspetto surreale e deliberatamente comico permette a Perniola di paragonarlo al Disneyano Edi, mentre Castelli inscena spassosi duetti con Java e si diverte a spiazzare tanto Martin Mystère quanto i lettori, facendo comparire il “Cavatappi” dal nulla quando più è necessario. Insieme al Genius Loci/Warden/Virus, Edi è ciò che tiene insieme la vicenda, almeno per ciò che conta nella sua unità narrativa: le domande che ci poniamo nella sezione dedicata agli errori potrebbero infatti essere semplicemente il materiale per un possibile seguito. [E' anche vero che, anni dopo, in Chimere, Castelli sfodera nuovamente un piccolo alieno dall'aspetto completamente demenziale, per i disegni del solo riciclatore di arte altrui, suggerendo una agghiacciante tendenza che non ha più nulla a che fare con l'ironia].
Non a caso, l’albo si chiude con la possibilità che Za-Te-Nay possa ricomparire in futuro: come già detto, ce lo auguriamo, fosse solo per affrontare davvero gli altri enigmi di Bird Center rimasti irrisolti (quelli elencati alla fine dell’avventura precedente). E ci auguriamo anche che questa volta Castelli lasci fare tutto il lavoro a Perniola.

L’ARTE

L’arte di Franco Devescovi, adeguata allo stile ufficiale della serie, rielabora come sempre la ligne claire di Alessandrini a modo suo, insistendo sul versante realistico della raffigurazione di personaggi, spazi, volumi e architetture (dove invece Alessandrini spinge per una maggiore astrazione, almeno nelle sempre più rare tavole della sua produzione in cui è solo la sua mano a intervenire dall’inizio alla fine). Deliberatamente retrò, come nella vicenda originale, sono le architetture e le tecnologie marziane, mentre la “buffoneria” della sceneggiatura di Castelli si traduce nella raffigurazione disneyana dell’Esploratore Alieno (detto infatti “Cavatappi”) e nelle impagabili espressioni facciali dei personaggi. Da segnalare la possibile citazione grafica di un elemento molto caratteristico dell’opera di Enrico Bagnoli (quando Warden protende le mani verso la signora McQuiver).
Un declino netto si manifesta purtroppo quando Romanini subentra a Devescovi, con un eccesso di linee molto più marcate e di ombreggiature abbastanza incoerenti, che contrastano nettamente con le forme Alessandriniane dei personaggi (completamente diverso è infatti l’uso che Alessandrini e Devescovi fanno delle ombre). Poco convincenti risultano anche le tecnologie marziane e le fisionomie dei Satiri in stasi, confermando la difficoltà di Romanini a gestire qualunque elemento visivo che vada fuori da quelli quotidiani della realtà, siano essi i Satiri o gli Ja-Gen-Oh (il che non è l’ideale per una serie come Martin Mystère).

GLI ERRORI

La compresenza di due sceneggiatori e gli interventi affrettati per rispettare le date di consegna (testimoniate anche dall’intervento di un secondo artista) hanno confuso le idee al supervisore, o almeno così sembra. Sorvolando sulla famigerata vignetta della telefonata in cui si vede un personaggio sebbene sia un altro a parlare, ecco un elenco di altre sviste di vario tipo.

Alle pagine 11-12, l’astronave che precipita ha l’aspetto di quelle della flotta dell’antico esodo Marziano, ma dovrebbe invece essere quella più piccola dell’Esploratore.

Alle pagine 25-28, invece, si rimedia (!) a un errore relativo alla vicenda originale di Za-Te-Nay: i flashback marziani “ristampati”, infatti, offrono didascalie che risultano più coerenti con la narrazione visiva, includendo i passaggi che nell’albo originale mancavano (probabilmente per via di tagli di pagine malaccorti mirati a chiudere la vicenda proprio nell’ultima pagina del secondo albo su cui fu pubblicata).

Martin deride ancora una volta lo squilibrato paranoico che si presenta a descrivergli l’ennesimo complotto “governativo”. E’ vero che questa volta Martin lo fa in modo signorile e distaccato, ma è anche vero che nelle sue trecento e passa avventure si è trovato spesso e volentieri in pericolo di vita, proprio per essersi impegolato in indagini relative a veri complotti gestiti da criminali legalizzati, con gli stessi metodi descritti dal suo visitatore Abrahmson. Se n’è dimenticato?
Castelli rimedia comunque a questa contraddizione obbligatoria (Martin DEVE essere scettico e posato) confermando la veridicità dei fatti ricostruiti da Abrahmson.

Sia Castelli che Perniola dimenticano che alcuni dei Satiri Marziani hanno vissuto alla corte di Atlantide, e uno di loro è giunto fino ai tempi nostri (Il sabba delle streghe, Martin Mystère nn. 38-39-40). Come mai nessuno di loro (i Satiri, non gli autori) si è dimostrato ostile né ha tentato di liberare gli esuli di Yellow Peaks? Peccato che nessuno dei due sceneggiatori legga Get a Life!, dato che La musica delle sfere (ripresentato in PDF) ripropone proprio l'argomento delle civiltà marziane, riconnettendole agli "yeti" che vennero da Atlantide e ampliando il discorso alle specie marziane viste in Nathan Never.
Va notato comunque che i poteri di condizionamento mentale dei Satiri sono equiparabili a quelli del loro simile visto nella vicenda de Il sabba delle streghe.

Warden, appena rinato dopo l’esperienza Virus, contatta Za-Te-Nay per fargli cercare una certa arma: nessuno dei due ricorda che la Scure era il loro oggetto del contendere, e Virus crede addirittura che essa sia a Yellow Peaks. E’ vero che la scure si auto-occulta, ma è vero che Virus sapeva dove essa fosse.

Come noi ben sappiamo, la scure passa di mano in mano sino a Ron McQuiver: è curioso che “Cico” Martinez, agente di Altrove, non l’abbia consegnata alla base segreta. Forse l’ha considerata innocua, dopo la sua disattivazione.

I Satiri Marziani si erano già risvegliati a Yellow Peaks ai tempi di Za-Te-Nay, come lo stesso Warden afferma. Ma poi? Forse si sono poi nuovamente assopiti perché la Scure si è disattivata.

I tempi della sequenza finale non quadrano, perché l’auto di McQuiver appare parcheggiata (da tempo) in una zona vicinissima alla caverna che ospita il modulo alieno dei Satiri, ma nelle pagine precedenti abbiamo visto lo stesso McQuiver compiere un percorso a piedi di almeno due giorni per giungere alla meta, dopo aver abbandonato il veicolo.

A pagina 152, Martin si chiede chi avesse interesse a non risvegliare gli alieni. Dovrebbe invece chiedersi il contrario.

giovedì 29 agosto 2013

GaL #14 - The Music of the Spheres

Get A Life (the fancomic miniseries NOT presented by Martin Mystère) presents The Music of the Spheres in English.
It's time to learn the true secret of the Yetis from Mars: why did the Atlateans do something that stupid? What where they looking for on Mars?
The answer will come in the first solo story of doctor Ameera Nagdala, the Muvian scientist!
But that's not all: this comic features every Martian species ever featured in the Bonelli comics (maybe), plus a non-crossover with Nathan Never, who is the cover's special guests!



For the first time: art by Milad Taleghani.
Cover by Seb and Elisa Romboli.
Story & lettering by Franco Villa.
Edits by Luca Salvadei and Cristian Di Biase.

Get A Life! in English is also:
1. The Secret of the Crystal Skull
2. The Face of Orloff
3-4. Revenge of the Chandelier & Spawn of the Chandelier
8. Extended Family Business
12-18 Bis. Weregun
14. The Music of the Spheres
15-19. Mystery at Mohenjo Daro (parts 1 & 2)
16. Mystery In Faenza (parts 1 & 2)

domenica 24 febbraio 2013

Get a Life 14: "La musica delle Sfere"

Get A Life, la serie NON presentata da Martin Mystère, presenta l'episodio di Febbraio 2013, "La musica delle Sfere".
Nathan Never (non c'è)! Martin Mystère (nemmeno)! Atlantide e Mu (ci sono)! Sfere di Ottosdal! Alieni Fauni! Alieni Batraci! Alieni Insettoni! Alieni Celestiali! Più specie che a un crossover della Marvel! Siete pronti per la rilettura cosmica di ben due serie, con tanto di spiegazione del perchè così tanti alieni si interessano alla Terra?
No? Peggio per voi, perchè in questa avventura Ameera Nagdala ci offrità tutto questo e altro ancora!


Per la prima volta, l'arte è di Milad Taleghani (abbiamo scomodato l'Iran per portarvi più fumetti che mai).
Disegni della copertina di Seb e della nuova scoperta Elisa Romboli.
Testi e lettering sono ancora di Franco Villa (e non se ne può più).
La supervisione è di Luca Salvadei e Cristian Di Biase (che sono esausti).

Indice della serie Get A Life
14. La musica delle Sfere