giovedì 16 agosto 2018

Hernàn Cortès alla conquista dell'isola di Califerne: la storia mai narrata

Laputa di Hayao Miyazaki
Nell'albo "Le ombre di Camelot" (Speciale Martin Mystère n. 35) esordisce un nuovo luogo impossibile della variegata geografia Mysteriana: tratta dalla letteratura cavalleresca (per la precisione da "Las sergas de Esplandián", e citata anche nella "Chanson de Roland"), l'isola volante di Califerne si manifesta sopra l'Oceano Pacifico solo una volta ogni settantasette anni, è raggiungibile tramite un varco di Ley che si apre nello Huey Teocalli (Tempio Maggiore) di Città del Messico sorvegliato dal lapideo Serpente Piumato Quetzalcoatl, è governata dalla sovrana Khalifa IX, è abitata da alte amazzoni nere, dispone di tecnologie così avveniristiche da poter di ripristinare la forma originale dell'Excalibur (cioè un frammento di uno degli Esagoni degli alieni  Tuatha de' Danaan).

"Le ombre di Camelot" interpreta la Califerne romanzesca a modo suo, trasformandola in un regno volante fortemente ispirato alla Laputa di Jonathan Swift, tanto che lo stesso Lemuel Gulliver l'avrebbe visitata.
Lo Speciale Martin Mystère in questione intende però radicare Califerne nella letteratura cavalleresca, ed ecco che non solo le affida Excalibur, ma la affligge anche con la Desolazione di arturiana memoria (cioè Califerne sta diventando Wasteland, Terra Morta).
Tale degrado, tanto materiale quanto spirituale, è stato causato dal conquistador Hernàn Cortès, che (proprio traendo ispirazione da "Las sergas de Esplandián") localizzò l'isola e la invase, causando il "danno".
Nei dialoghi dell'albo si afferma anche che l'isola deperisce in quanto priva del contatto con la Madre Terra, e quindi impossibilitata a riceverne in benefici.Purtroppo al riguardo non vengono forniti altri dettagli, probabilmente per via del numero limitato di pagine messo a disposizione dallo Speciale (centosei), e anche per l'esigenza di non rendere troppo laboriosa la lettura di quella che è tradizionalmente una collana estiva dal tono leggero e umoristico.

Ma tra i lettori mysteriani, noti un tempo come "tantissimi lettori speciali" e "incolte moltitudini" per via della loro eclettica e vivace curiosità, sopravvivono ancora quelli che non si accontentano degli indizi e delle idee accennate e, forti della ricchezza di elementi di un corposo universo narrativo ormai vecchio di sette lustri e passa, possono porsi domande, speculare e approfondire.

Un ritratto di Hernàn Cortès
L'elemento che più spicca per la sua assenza ne "Le ombre di Camelot!" è la fumosa natura del "danno" che Cortès ha inferto a Califerne, mai esplicitata nè testualmente nè graficamente.
Considerando che, già prima dell'arrivo di Cortès, l'isola non godeva del contatto fisico con la Madre Terra, ma era comunque fertile, bisogna ipotizzare che tra le due esistesse un collegamento di natura non fisica.
E deve essere questo collegamento che Cortès ha interrotto, magari sottraendo un oggetto che ne garantiva il funzionamento, oppure corrompendone una componente spirituale (vedremo in seguito perchè un comune umano come Cortès dovrebbe poter corrompere un costrutto mistico).

L'ipotesi che il collegamento tra l'Isola e la Terra avvenisse tramite il solo reticolo di Ley è da accantonare, perchè Califerne non avrebbe difficoltà a ricostruirne uno andato perduto: infatti, ancora oggi, Califerne è accessibile tramite un varco che ha tutte le caratteristiche di una linea di Ley; è quel varco sorvegliato dal Serpente Piumato (a sua volta simbolo divino di questi varchi mistici, nonchè delle stesse Ley Lines, spesso paragonate a serpenti sotterranei) che si apre nel tempio "Huey Teocalli" di Città del Messico.

Il danno causato da Cortès potrebbe essere anche la causa del comportamento bizzarro, irriverente e anarchico del Serpente Piumato che sorveglia il varco di Città del Messico (sebbene la caratterizzazione di quest'ultimo sia tale perchè eminentemente comica, in stile Speciale nonchè Castelliano): forse un varco di Ley da solo non è sufficiente per stabilire il legame mistico tra la Terra e Califerne, ma è comunque necessario, e se il Serpente faceva parte del meccanismo in questione, magari incarnando letteralmente il flusso di Ley, allora la compromissione dello stesso, causata dalle azioni di Cortès, potrebbe averlo fatto impazzire.
(E' da notare che l'albo non menziona apertamente due celebri elementi, storicamente considerati un falso costruito a posteriori, che però si collegano ai dettagli della trama: il bianco Cortès fu scambiato dagli Aztechi proprio per il dio Quezalcoatl, e secondo gli Aztechi questa divinità si manifestava tornando da oltre il mare ogni 52 anni).

Secondo la versione mitologia azteca, il bianco Quetzalcoatl ha un gemello nel nero Tezcatlipoca: come Quetzalcoatl è associato alla luce e all'aria, così Tezcatlipoca è associato alla notte, e alle cose terrene. E' possibile che il guardiano nero umano dell'ingresso inferiore di Califerne (rimasto senza nome per tutto l'albo) sia quindi l'equivalente del Quetzalcoatl di pietra di Città del Messico (che invece concede un ingresso  a Califerne che avviene "dall'alto").

Un altro nesso avvolto nel mistero è quello tra Califerne e Città del Messico: da quanto tempo esiste? E che scopo ha? E perchè proprio Città del Messico?

Città del Messico non dista molto dalla California: è possibile che l'isola di Califerne, prima di diventare un'isola volante, fosse un tempo parte della terraferma, e occupasse proprio la regione dove ora si trova Città del Messico. Sarebbe così logica la permanenza di un legame (il varco di Ley) col luogo da cui si è poi distaccata, molto simile a un cordone ombelicale. (Un simile distacco comparve anni fa in Fantastic Four #240, dove la città segreta di Attilan abbandonò le nevi del Tibet, levandosi in volo, per trasferirsi sulla Luna).

Esaminiamo ora la faccenda delle origini di Califerne e del suo popolo, che lo Speciale non affronta apertamente: partiamo da alcuni indizi che sembrano disseminati nella storia proprio per consentire di arrivare a una risposta tramite varie deduzioni, e che andiamo qui a elencare.
Khalifa XI, imperatrice di Califerne, è palesemente molto longeva, dato che si ricorda dei John Dee ed Edward Kelley storici, vissuti nel 1500. Non è però immortale: il suo nome di regno con numero ordinale implica una dinastia. E non si può escludere che siano esistite anche imperatrici con un altro nome di regno: è possibile quindi che Califerne esista da decine di migliaia di anni.
Come già osservato, il danno inferto da Cortès a Califerne è tanto materiale quanto spirituale. Eppure, Cortès era un comune essere, umano, per quel che ne sappiamo: cosa mai gli ha permesso di avere un effetto tanto letale?
La risposta va forse cercata nel fatto che questo Speciale ha cura di menzionare l'epoca della decadenza dell'umanità, che passò dal suo stato semidivino dell'Età dell'Oro a quello mortale, avido e distruttivo, dell'epoca materialistica chiamata Kali Yuga.
Si può ipotizzare che Califerne ospiti una comunità di umani incontaminati dell'Età dell'Oro (rimasti molto longevi, ma non immortali, per cui capaci di originare una dinastia), la quale si distaccò letteralmente dalla Terra (portando Califerne non solo nei cieli, ma anche in un altro spazio dimensionale), per evitare il contagio della corruzione materialista e cedere alla decadenza del Kali Yuga. Se così fosse, il solo atto dell'invasione di un umano della attuale stirpe corrotta come Cortès, che per di più ne incarna tutti gli aspetti negativi in quanto conquistador, avrebbe facilmente causato il danno rappresentato dalla Desolazione, infettando Califerne col materialismo (evento rappresentato dalla morte della vegetazione).

Il moderno biancospino di Glastonbury
Il leggendario biancospino di Glastonbury piantato da Giuseppe di Arimatea, o meglio una "copia" prodotta con la scienza nei laboratori di Altrove, ma selezionata tramite le conoscenze occulte di John Dee, è sufficiente per far rifiorire Califerne, annullando la Desolazione, e quindi ripristinando la purezza materiale e spirituale dell'isola.
Per via delle ipotesi precedenti, il biancospino di Glastonbury, in qualità di ibrido di scienza e occultismo, farebbe parte del meccanismo che mantiene attivo il contatto tra Califerne e la Madre Terra. Si può ipotizzare quindi che il danno causato da Cortès a Califerne consistesse anche nel sottrarre una pianta analoga: la supposizione è sostenuta anche dal trono arboreo di Khalifa, che suggerisce un fortissimo legame tra il suo regno e la natura.
(In un poema di lord Tennyson, Viviana addormenta Merlino sotto un biancospino, simbolo di confine tra i mondi; ecco quindi un altro motivo per Merlino di non agire mai in prima persona, in questa faccenda: il biancospino è una pianta pericolosa, per lui).

Se così fosse, però, perchè questo biancospino è così potente?
Ancora una volta, ci vengono in aiuto gli indizi inclusi nella narazione: lo Speciale cita il biancospino di Glastonbury, ma cita anche lo "zodiaco di Glastonbury", cioè una presunta alterazione del paesaggio della contea di Somerset atta a replicare le forme delle costellazioni della volta celeste. Si sa però che lo zodiaco replicato non è quello canonico, e le figure in questione sono state arbitrariamente desunte da fotografie aeree degli anni 1920, anche a partire da elementi del tutto transitori. Per quale motivo l'esoterista Katharine Maltwood volle vedere uno zodiaco in quella zona, stabilendo che esso ebbe origine cinquemila anni prima, quando il Somerset era un'impraticabile distesa di paludi e torbiere?
Forse perchè Maltwood era venuta a conoscenza di antichi segreti collegati ad elementi storico-culturali a noi ben noti: Glastonbury è sacro alla Dea della Luna, cioè a Morrigan; e la Luna è il Tredicesimo Segno dello Zodiaco, poi soppresso per ridurne il potere.
In ossequio a questa struttura di potere cosmico, si può allora ipotizzare che il territorio di Glastonbury rifletta la configurazione celeste della Luna con la sua corte, e sia quindi simbolicamente circondato da uno zodiaco naturale, intimamente impresso nel paesaggio, e capace di rivelarsi occasionalmente, nelle forme temporanee del paesaggio stesso.
Di conseguenza, quando il legno di biancospino del bastone di Giuseppe d'Arimatea fu piantato nel suolo di Glastonbury e tornò a fiorire, avrebbe quindi attinto alle forze vitali latenti del suolo, riprendendo vita.

Non a caso, il biancospino è tradizionalmente considerato il guardiano di tutte le fonti e le sorgenti (cioè dei flussi dell'energia delle vita); i romani lo avevano consacrato a divinità femminili associate proprio alla nascita/rinascita, tra cui Flora, dea della primavera e della vegetazione, e Cardea, dea del parto e protettrice dei neonati.

Si può quindi ipotizzare che la proprietà intrinseca di questo biancospino, e cioè quella di attingere alle energie della Madre Terra (coinvolgendo Morrigan perchè nei tre volti della Dea c'è anche la Madre), sia ciò di cui aveva bisogno Califerne per ricevere nuovamente i "benefici" di Gea, tramite il serpentino varco di Ley che conduce a Città del Messico.
Ed è il ritorno di questo flusso vitale a interrompere e cancellare la Desolazione.

Una raffigurazione di
Giuseppe d'Arimatea che

associa la rinascita del
biancospino al Graal
contenente il sangue
del Cristo
Da dove proveniva il biancospino portato da Giuseppe d'Arimatea a Glastonbury?
Secondo i Vangeli cristiani, ma con metodi storicamente dubbi, il ricco Giuseppe d'Arimatea si occupò del recupero del corpo di Gesù Cristo e della sua sepoltura. Leggende di epoca medievale sostengono che Giuseppe si sia recato in Britannia per diffondervi il cristianesimo, divenendone il primo vescovo. Giuseppe avrebbe anche raccolto il sangue di Gesù Cristo nel Graal, portando poi con sè il calice fino in Britannia, ed inserendolo quindi nel Ciclo Arturiano.
"Il segreto di san Nicola" (Martin Mystère Gigante nr. 1) rivela che il Calice di un tale Joshua era però uno dei frammenti dell'Esagono-Graal (o Calderone di Dagda): se tale Calice avesse anche contenuto il sangue di Joshua, avrebbe potuto alternarne le proprietà, e se tale sangue (che secondo alcune varianti della leggenda fu sepolto a Glastonbury) fosse poi stato usato per far germogliare il bastone di biancospino di Giuseppe, pianta le cui bacche secondo un'altra leggenda rappresentano proprio detto sangue, ecco che il cerchio si chiude.
Sorge quindi spontanea una domanda: chi era veramente Giuseppe d'Arimatea, per disporre delle conoscenze necessarie per la sua impresa? Era forse un iniziato dell'antica religione?
Ma si tratta di una questione più legate ad altri filoni della saga mysteriana, che quindi qui ci limitiamo ad accennare.

Concludiamo quindi ponendoci le ultime domande, altrettanto spontanee ma più attinenti all'argomento dell'articolo: cosa ne fece Cortès del biancospino rubato? A quali altre energie terrestri voleva attingere? Aveva forse a che fare con la sua ricerca dell'oro leggendario delle Americhe?
Probabilmente tutto ciò, come si suol dire, è un'altra storia ancora in formazione nella testa dello sceneggiatore, e della quale "Le ombre di Camelot" ci fornisce sibillinamente gli indizi che abbiamo qui tentato di interpretare e collegare.

lunedì 6 agosto 2018

[Recensione] "Le ombre di Camelot" - Martin Mystère Speciale nr. 35

Martin Mystère Speciale nr. 35, "Le ombre di Camelot"
Luglio 2018





"Le ombre di Camelot"
Storia di Carlo Recagno
Arte di Rodolfo Torti


Anche se ormai accade solo raramente, la serie di Martin Mystère si ricorda ogni tanto delle proprie caratteristiche storiche di serie di culto che aveva radunato un seguito di lettori culturalmente molto agguerriti (come diceva all'epoca Marco Marcello Lupoi sulle pagine della posta degli albi StarComics) e desiderosi di rispondere alle sfide dell’articolata e stratificata narrativa di Alfredo Castelli, e di conseguenza propone quindi un albo che dà la soddisfazione di aver studiato una certa materia e con una certa attenzione, scaturita da un entusiasmo che al giorno d'oggi è incomprensibile ai più, i quali non capiscono come si possa interessarsi alle ammuffite narrative medievali dei cavalieri del Graal, se gli autori non le attualizzano con violenza, sangue, sesso e tutte le cose voyeuristiche che vanno di moda oggi.
Ma comunque sia, ogni tanto accade: la solida, potente, variegata e inesauribile Materia Arturiana torna in scena nello stile pacato, meditato e sottilmente ironico che era stato delineato da Alfredo Castelli e che era divenuto una delle cifre di maggior originalità e interesse della serie, mescolando documentazione, curiosità e creatività, tessendo connessioni letterarie inedite, eseguendo incursioni storiche dove la simbologia del fantastico diventa metafora molto diretta degli orrori dell'umanità, ristrutturando elementi fantastico-storico-scientifici disomogenei in una singola visione coerente e onnicomprensiva, regalando suggestioni geografico-archeologiche che sfumano nel mitologico narrato in chiave beffarda e nel contempo seria.
E, quando accade nel modo giusto, c'è anche il premio per il lettore di lunga data, quello fedele che ha preso sul serio il lavoro degli autori e aspetta solo di vederli portare avanti un discorso/progetto in cui chiaramente credevano, dati la qualità e l'impegno profuso nel documentarsi, creare, costruire, dettagliare e argomentare.

La letterale rivitalizzazione dello sviluppo dell'epopea dei Doni dei Tuatha de’ Danaan, con la promessa piuttosto forte di completare la saga delle Sette Spade e di Morgana, è il piatto forte dell'albo in questione, la cui tematica è annunciata con chiarezza sin dal titolo, ed è sufficiente per far sorridere di compiacimento il lettore. A ciò si affianca l’importante ripresa della saga dei cavalieri di Camelot, assenti dalla serie sin dal lontano maggio 1994, mese di pubblicazione de “Il cavaliere verde” (Martin Mystère Speciale nr. 11): introdotta da Alfredo Castelli molti anni fa, questa saga avrebbe poi rischiato di arenarsi e scomparire nel dimenticatoio, come accaduto ad altre delle grandiose visioni elargiteci nei tempi d'oro della serie, se non fosse stato per l'arrivo di un nuovo redattore che si fece carico di sviluppare, ampliare e approfondire il tema della tradizione cavalleresca, restando sempre nel solco scavato da Castelli (si guardi per esempio alla costante e ragionata unificazione delle tematiche atlantidee ed arturiane voluta dallo stesso Castelli) con un rigore filologico e strutturale che è rimasto ineguagliato, senza che vi siano stati altri autori capaci di affrontare la stessa tematica (o addirittura che hanno scelto di fingere che il passato di Martin Mystère non esistesse, trattandolo come un ingombrante retaggio da tenere nascosto).
Il mystero, o meglio l’enigma che funge da intrattenimento estivo, consiste nello scoprire il nome delle forze che entrano in gioco, e la natura dell’oggetto verso cui tutti gravitano. In realtà, tale mistero è piuttosto facile da risolvere, come da caratteristica dello Speciale estivo, che deve essere leggero e lineare, ma c’è comunque un certo livello di sfida alla capacità di ragionamento del lettore.

La formula più nota dello Speciale, quella in puro stile "commedia dell'arte" che prevede la partecipazione obbligatoria dei comprimari Tower, Angie, Dee & Kelly, Brody, eccetera, nonché il rituale del raduno alla base di Altrove, in questa occasione si mescola al più serio filone arturiano, basandosi scrupolosamente sulle ampie fondamenta consolidate in anni di narrazione e progettazione, includendone anche certi fili in sospeso (e facendosi sfuggire qualche dettaglio): sorprendente, in questo senso, è  la sequenza iniziale, ambientata nel mondo divino di Avalon, ma collegata apertamente all'alba dei tempi della civiltà umana che ebbe origine con la decadenza dell’Età dell’Oro e l’avvento del materialismo della Kali Yuga; è un evento narrativamente immenso, come assistere al confluire di due maestosi fiumi che hanno percorso centinaia di chilometri in una vasta pianura, alterando spettacolarmente il paesaggio.

E tutto ciò spinge a constatare come sia davvero un periodo di Martin Mystère alla rovescia: mentre sulla collana bimestrale, la serie teoricamente ufficiale e più importante dedicata al personaggio, troviamo giochini metafumettistici e cargo cult umoristici, la collana Speciale ospita un soggetto che sembra provenire "dai bei tempi andati" (come dice lo stesso Martin) e conduce il lettore a cimentarsi in una sfida narrativa intellettivamente stimolante e articolata.

Lo sceneggiatore è comunque attento a non spaventare i lettori moderni, e si impegna quindi, anche a costo di sacrificare contenuti e stile, a dare l'impressione che la cornice narrativa sia semplice semplice, molto diretta, senza intrecci impegnativi collocati in diverse sequenze temporali, senza esplicita erudizione se non il minimo necessario (il tempio “Huey Teocalli”, il serpente piumato Quetzalcoatl e "Las sergas de Esplandian" vengono riportati con il minimo di informazioni strettamente necessarie, senza una parola di approfondimento in più), senza i parallelismi o le suggestioni connessioni inedite che potrebbero richiedere l'impiego di un audace e impegnativo "pensiero laterale".

Al ritorno all'epoca della qualità per quanto riguarda contenuto e stile, non corrisponde purtroppo un equivalente recupero sul terreno artistico.
Gli spigolosi e arruffati disegni di Torti, sempre più schematici e sofferti nelle anatomie e fisionomie spiegazzate fino al limite della deformazione non-artistica, non si elevano sopra la loro media abituale. Solo grazie a quella che deve essere una corposa selezione di riferimenti visivi allegati alla sceneggiatura, riescono a rendere dignitosamente le ambientazioni reali e quelle immaginarie, e infatti l'isola di Califerne e la navata della sala del trono sanno tutte di “già visto”, ed è impossibile non notare l'eccessiva somiglianza con la “Laputa” di Hayao Miyazaki.
Il vero tracollo, però, è altrove, e piomba sul lettore, come da tradizione, quando si scatenano gli effetti speciali: l'Excalibur, brandita da Mordred, rilascia un scia luminosa particolarmente squallida e grossolanamente disegnata; l'arrivo della squadra di Tristano che si cala dal “buco” nell'aria è desolantemente banale (e assai poco comico, come nelle intenzioni dei testi); l'emersione delle vere identità delle Ombre propone capigliature parruccone che fanno sembrare agili e scattanti quelle dei Beatles (e dire che per Lancillotto si è tentato di copiare la versione data da Alessandrini); e la versione contemporanea di Morrigan oscilla tra l'essere malamente copiata dall'arte degli Esposito Bros (come accade anche per Spada e Lancia) a fisionomie terrificanti come quella di pagina 106. Se Se è vero che, come diciamo poi per la storia secondaria dell'albo, l'importante è risparmiare, è anche vero che la mediocrità di un simile apporto artistico danneggia gravemente la presentazione e l'efficacia narrativa degli sviluppi (per altro lentissimi) dell'epopea di Morgana e delle sette Spade: basterebbe immaginarsi quest'albo illustrato dagli Esposito Bros dei tempi di "L'isola di ghiaccio e di fuoco", per rendersi conto della differenza.

APPROFONDIMENTI E CONTENUTI AGGIUNTIVI

L'oggetto della Cerca è annunciato con forza dal prologo (oltre che dal titolo): da qui, è possibile risolvere almeno in parte l’enigma dell’identità delle “ombre” in questione, che lo sceneggiatore evita di chiamare subito per nome, stimolando la partecipazione attiva alla storia da parte del lettore, che si può divertire nel far lavorare il cervello.
Escludendo subito Artù, Morgana, Merlino, Viviana, Galahad, Galvano, chi resta che possa incarnarsi nei nostri protagonisti? In particolare in una Angie particolarmente castigata? E se lei è chiaramente la regina di Camelot, chi mai sarà il suo amante? L'unica coppia alternativa abbastanza famosa è rappresentata da Tristano e Isotta, ma i dialoghi con le altre due “ombre” smentiscono subito questa ipotesi.
Più difficile è identificare queste ultime due “ombre” incarnate da Dee & Kelly, sebbene una serie monumentalmente e letterariamente accurata come Dampyr ci abbia dato modo di ricordare con facilità i nomi dei più celebri cavalieri di Camelot, e permetta anche qui di fare qualche ipotesi.
Con premesse simili, indovinare chi sia a tirare le fila di tutto, occupando il corpo di Chris Tower, è estremamente semplice (tanto che la sceneggiatura stessa lo esplicita senza alcuna fatica, in una scena dal passato in cui non c'è nemmeno bisogno di fare nomi).

Per compensare l'apparente semplicità della trama, sono presenti elementi trattati in maniera involuta, per facilitare la lettura al lettore moderno e, a sua insaputa, stimolare contemporaneamente i lettori che amano sottilizzare, indagare e ricostruire il quadro generale.

Il dio Herne esiste come divinità a se stante: non è quindi da considerarsi come una variazione del dio anglosassone Woden, nè del dio celtico Cernunnos.

Il preludio ambientato nell'Avalon ancestrale, fornisce un tassello mancante della saga del dio norreno Tyr vista nell'epico “L'isola di ghiaccio e di fuoco” (Martin Mystère Gigante n.6).

La conversazione tra Herne e Puck colloca saldamente il momento nella cronologia ufficiale creata da Alfredo Castelli: la fine dell'Età dell'Oro e l'avvento del Kali Yuga, descritti ne “Il presagio” (Martin Mystere nn. 66-67), sono il riferimento temporale per determinare quali dei Doni dei Tuatha De Danann (cioè quattro degli Esagoni della mitologia mysteriana) siano già stati scissi in sette parti, e quali ancora no.
Herne non precisa però quale civiltà umana dell'epoca "materiale" sia riuscita nell'impresa.
I Doni dei Tuatha De Danann
danno origine a Spada, Lancia,
Coppa, Pietra, Drago e Anello
Herne cita invece i quattro Esagoni più importanti, specificando quali dei due sono già stati suddivisi all'epoca in cui sta avendo luogo la scena (ovviamente l'Esagono divenuto il Drago è già in attività, come gli dei che ha originato, mentre l'Anello non ha ancora preso forma, perchè deve ancora essere trovato da Nuada/Tyr).
Come risulta per esempio in "Grendel!" (Martin Mystère n. 288)anche la Spada di Nuada e la Lancia di Lug furono divise dagli Atlantidei, ma ciò accadde chiaramente in un'epoca successiva a quella in esame, .
E' noto inoltre che l'ultima civiltà denominata Atlantide è quella di circa 15.000 anni fa, mentre la prima Atlantide, quella di Oduarpa mostrata per esempio ne "Il Re Rosso" (Martin Mystère Gigante n. 11), risale a circa 77.000 anni fa.
Se ne deduce che l'epoca in cui ha luogo la conversazione tra Herne e Puck si situa tra 75.000 e 15.000 anni fa.

Il leggendario risveglio di Artù e dei Cavalieri in epoca moderna, profetizzato da Merlino e descritto come un evento messianico (Artù tornerà per proteggere il suo popolo da un nuovo pericolo e preservare la pace, ma anche per riportare giustizia e grandezza), è presentato in questo Speciale come un evento abbastanza dimesso: non è proprio una scampagnata, ma lo svolgimento di un compito meccanico per castigare un “cattivo” che viene poi ridicolizzato come Mordred.
È questa una riflessione sull'atmosfera di "degrado mitologico" del nostro presente piatto e vuoto, dove non si possono più immaginare e narrare grandi avventure di portata epocale e ampio respiro storico: un argomento sicuramente noto ai lettori di Topolino, che ricordano questa riflessione da certe storie di Paperon de’ Paperoni scritte da Rodolfo Cimino, autore che contribuì grandiosamente al filone della grande avventura, e lo trasportò nella modernità, accompagnandolo alla riflessione sulla fine delle meraviglie da scoprire, dei tesori da trovare e delle regioni vergini da esplorare.

L'isola di Califerne, sulla cui origine e sul cui significato purtroppo non ci viene detto nulla, appare sulla Terra ogni 77 anni: ma è solo in quell'occasione che vi si può accedere?
Sembra di no, e non solo per via del varco custodito/incarnato dal serpente Quetzalcoatl, ma anche perché Merlino non ebbe problemi a portare l'Excalibur a Califerne, in un momento ignoto (per ora?) del periodo che va dal 1983 a oggi. Probabilmente, il giorno (?) in cui l'isola compare è il giorno in cui le sue difese si abbassano, una sorta di debolezza che la espone a invasioni del mondo materiale come quella di Hernan Cortes. Per il resto del tempo, l’isola è invece accessibile solo agli iniziati che “sanno” come raggiungerla.

Merlino avrebbe potuto ritirare personalmente l'Excalibur, invece di darsi il disturbo di organizzare questo labirintico inganno bizantino?
L'albo non dedica spazio al quesito, ma la risposta è “no”: l'Excalibur è stata affidata a Califerne per essere riportata al suo antico potere; come ci insegna “Il segreto di San Nicola” (Martin Mystère Gigante n.1), gli Esagoni (e i loro segmenti) in certi casi diventano senzienti e sviluppano una propria, incontestabile volontà; l’Excalibur è palesemente senziente, come dimostra la sua reazione all'abuso di Mordred, e una volta riportata a piena potenza, accetta di essere brandita solo da un legittimo erede del Campione Terrestre cui era stata affidata secoli fa; per Merlino, è quindi necessario inviare la legittima erede Ginevra e poi ricevere da lei il benestare a disporre della spada; la presenza di Mordred, cui Khalifa deve dare udienza per forza di cose a causa del suo sangue reale, costringe Merlino ad agire per vie traverse, per evitare un confronto diretto che sicuramente spingerebbe Morgana a intervenire, e per poter quindi manovrare gli eventi da dietro le quinte, a insaputa del suo nemico; Lancillotto, Kay e Bedwyr svolgono proprio il ruolo di “paravento”, per impedire a Mordred di accorgersi della presenza della mano di Merlino (letteralmente) in questi eventi.

Sempre in ossequio al tono messianico della profezia del ritorno di Artù e dei suoi cavalieri, Kay e Bedwyr svolgono anche l'opera di risanamento della Desolazione che ha colpito Califerne (sebbene qui non ci sia nessun Re Pescatore o Re Ferito da guarire).

La caratterizzazione di re Artù insiste molto sulla sua natura di eroe a tutti i costi, disposto a sacrificare se stesso (in tutti i sensi, compresa la propria felicità e vita amorosa) per garantire il bene dei suoi sudditi e la pace.
L'abnegazione di Artù si spinge a benedire l'unione amorosa tra sua moglie Ginevra e il suo migliore amico Lancillotto: sembra quasi di scorgere un riferimento all'Artù amorosamente "poliedrico" del ciclo di Avalon di Marion Zimmer Bradley.

La suddetta formula narrativa classica dello Speciale, forse in ossequio al tema della seconda storia dell'albo (“Alla rovescia”), viene capovolta: la riunione ad Altrove di tutti i personaggi principali, intenti a tirare le fila della faccenda, avviene infatti all'inizio, ed è per questa volta il motore della vicenda, e non l'epilogo.


COSE CHE NON CI QUADRANO

Sebbene la trama abbia ampio respiro, sia ragionata e si dipani lungo diverse direttrici, la “spedizione” degli eroi è poco più di una passeggiata, senza pericoli o battaglie da affrontare. Ciò è coerente con l'ottica del diversivo ideato da Merlino, ma finisce col dare scarsa rilevanza al contributo di Martin Mystère: nonostante le dichiarazioni dei personaggi sul bisogno della sua disgustosa fortuna e onniscienza, i protagonisti sanno già dove andare e come accedere a Califerne tramite Quetzalcoatl, per il semplice fatto che sono stati istruiti da Merlino. E anche se le informazioni da lui ricevute fossero incomplete, l’apporto di Martin non è comunque significativo, dato che il Quetzalcoatl si attiva spontaneamente. Non è stata necessaria neppure, per dire, la presenza di un uomo col Terzo Occhio.

La faccia cattiva di Tower/Merlino a pagina 58 è una scelta illogica e gratuita, atta solo a far credere al lettore che Tower sia diventato "cattivo". Un brutto stratagemma che si traduce in un inganno e in un'incoerenza narrativa. Accadeva anche ne "Il segno di Venere" (Martin Mystère Speciale nr. 30).

Califerne dovrebbe ospitare solo amazzoni, almeno nella versione romanzesca che qui sembra mutuata con fedeltà, ma a quanto pare c'è anche un uomo (un eunuco?) che indossa un'armatura super-fantascientifica e abbastanza incongrua nella sua estetica simil-asgardiana che lo accomuna al norreno guardiano di Bifrost noto come Heimdall (in quanto sembra agire da custode di uno degli accessi a Califerne, ed è nero come è stato reso nero il dio vichingo Heimdall nei film della Marvel dedicati al Mitico Thor).

L'arte di Torti raffigura amazzoni che non sono esattamente bellissime e arrapanti come il comportamento e il dialogo del laido Kelly lascia intendere.

I Kundingas nella
versione originale di

Giancarlo Alessandrini
per Martin Mystère
e in quella riveduta
per Asteroide Argo.
Dalla memoria di Martin Mystère è stato cancellato il ricordo della visita alla Tomba di Re Artù, avvenuta ne "Il cavaliere verde" (Martin Mystère Speciale nr. 11): eppure, in questo albo, Martin si ricorda della Tomba in questione. Essendo Recagno autore di entrambe le storie, può darsi che esista quindi l'ennesima scena di raccordo omessa che verrà proposta tra qualche anno.
I Tuatha De Danaan
(o Tuatha De Danann?)
nella versione de
"Il segreto di san Nicola"
È rivelato che i Tuatha De' Danann (non gli dei del pantheon terrestre, ma gli alieni dal cui operato ebbero origine anche gli dei in questione) appartengono alla specie Kundingas, pur differendo da essi nell'aspetto, nella metodologia, nella tecnologia, nell'operato.

Curiosamente, i Tuatha De' Danann alieni di pagina 6 vengono raffigurati con il loro aspetto leggendario visto in “Roncisvalle” (Martin Mystere nn. 94-95-96) (?) di creature alate che reggono  una massa informe e gelatinosa nelle loro mani, invece che con il loro aspetto effettivo di eterei alieni, tipico dell'immaginario moderno, visto per la prima volta ne “Il segreto di san Nicola” (Martin Mystère Gigante n.1).



Pagina 65: "importaza" invece di "importanza".


Pagine 72-73: nella stessa scena, lo stesso personaggio sembra un disco incantato: "penseranno che stiamo girando un servizio fotografico o qualcosa del genere", "penseranno che stiamo girando un film o qualcosa del genere".

Pagina 106: l'aggettivo "normale" si ripete in due frasi consecutive che diventano ridondanti.

L'introduzione all'albo, con la sua precipitosa e abbastanza inutile lista di “Re Artù nella narrativa moderna”, accentua la mancanza di una rubrica di approfondimento in coda all'albo (che sarebbe stata preferibile al fumetto ristampato?).

Tuatha de’ Danaan è la grafia proposta anche in questa storia per identificare gli alieni che portarono i Doni sulla Terra: è apparentemente alternativa al più comune Tuatha de’ Danann.

Le sfere con cui Merlino dà una seconda opportunità ai cavalieri di Camelot sono un omaggio ad analoghi oggetti della serie Star Trek.

Ginevra sfoggia un dialogo da dura (in quanto apprezza le Amazzoni, bellicose donne guerriere che addirittura sono meglio degli uomini in battaglia), ma nei suoi comportamenti si rivela essere una donnetta, guidata solo dalla sua passione per Lancillotto, e incapace di brandire l'Excalibur e di sottrarla alle brame di Mordred.
Curiosamente, studiosi "particolari" come Jean Markale sostengono che la vera Ginevra sarebbe stata in realtà la rappresentante di un matriarcato (poi riscritto dagli autori cristiani come il regno di Camelot dominato da Artù) nel quale era lei a detenere il potere, e a scegliere il maschio a cui affidarlo: in quest'ottica, il suo abbandonare Artù in favore di Lancillotto non rappresenta un tradimento del talamo, ma la selezione di un nuovo (e più giovane) rappresentante del potere che ella distribuisce. Leggere la figura di Ginevra in quest'ottica traccia anche un parallelo con l'operato della stessa Morrigan nei confronti di Nuada e Lug.

IL PASTICCIO DI RE ARTU' E LANCILLOTTO

La sequenza a pagina 59 mostra un flashback in cui un anziano cavaliere della Tavola Rotonda riceve la visita di Merlino, che gli offre l'opportunità di fare ammenda dei propri errori. Il cavaliere accetta, e la sua essenza vitale viene assorbita da una delle sfere di Merlino, perchè possa reincarnarsi in futuro per affrontare una grave crisi.

Chi è questo cavaliere? Nella sequenza, il suo nome non viene mai fatto, ma molti lettori pensano che si tratti di Re Artù in persona..

Il nostro redattore NipotiMystere osserva:
Secondo me il personaggio incontrato da Merlino a pagina 59 non è Artù, ma Lancillotto.
A sostegno di questo: Artù morì ufficialmente nella battaglia di Camlann (ma io ricordavo Nennio con quella a Mont Badon). Da Camlann, venne portato "addormentato" ad "Avalon" dove riposa sorvegliato dal Cavaliere Verde (come raccontato nell'omonimo Speciale Martin Mystère). Per cui non potrebbe certo essere lui così vecchio, e in Scozia poi...
Del resto Merlino si rivolge al vecchio chiamandolo "Primo Cavaliere", titolo che era riservato al prode Lancillotto.
Per finire: sappiamo che Lancillotto "finì" in una sfera, ma non abbiamo notizia di una sorte identica capitata al Re in Eterno. Infine: nella trama compaiono 4 sfere e quel racconto non fa altro che raccontare come sono nate, narrando la sorte di una per tutte.

D'altra parte, Aldo De Rosa fa notare che:
a pagina 101 vediamo indiscutibilmente Artù, che è uguale a quello di pag.59, persino vestito con la medesima pellaccia addosso.
Di chi è l'errore? Della sceneggiatura, dell'artista che ha confuso i riferimenti, della redazione che si è fatta sfuggire questa confusione grafica dei personaggi?
A onor del vero, va detto che l'Artù di pagina 101 indossa una veste che non è identica a quella del Lancillotto di pagina 59, in quanto mancano i ghirigori sul bordo della gonna. Tutto il resto, però, a partire da barba, baffi, naso, lineamenti e capelli, è identico.
Non è certo una novità che Rodolfo Torti abbia difficoltà a creare volti di personaggi, e non si capisce solo dall'eterno riciclo dei suoi modelli secondari; ci sono anche casi dichiarati, come L'ultima caravella (Martin Mystère nn. 180-182), in cui la donna giudice che decreta l'affidamento della co-protagonista Stephanie Roberts (all'epoca una bambina) è graficamente identica a Stephanie adulta, con la sola aggiunta di un paio di occhiali.


TUTTO E' COLLEGATO

Se "Oggi, domani e ieri" (Speciale Martin Mystère n. 23) ha un suo seguito in "Martin contro Martin" (Speciale Martin Mystère n. 31), e "L'impareggiabile Reeves" (Speciale Martin Mystère n. 16) è invece ripreso da "Mysteri a Blandings" (Martin Mystère Speciale n.32), lo Speciale de "Le ombre di Camelot" è palesemente il seguito del citato "Il Cavaliere Verde".
Carlo Recagno riprende le fila della propria storia, che si concludeva citando la famosa profezia sul ritorno di Re Artù, rimette in scena Lancillotto (o Llenllawg, per la gioia di puristi come Mauro Boselli di Dampyr) e rilancia la rilettura globale della mitologia celtica e del Ciclo Arturiano, che Castelli aveva iniziato in "Roncisvalle" e ulteriormente esplorato in “Il segreto di san Nicola”, servendosi di un ramo minore della letteratura dei paladini per far riconfluire Excalibur nel grande disegno della rigenerazione della Spada di Nuada.

"I viaggi segreti di
Jonathan Swift"
prosegue e completa
"Ritorno a Lilliput"
Califerne è stata vista o visitata da Lemuel Gulliver, il quale non è quindi solo un personaggio di fantasia: come accaduto in molti altri casi nella serie di Martin Mystère, ma anche nell'universo di Wold Newton cui essa partecipa, anche questo personaggio letterario ha una sua controparte “reale”.
Gulliver ha poi raccontato questa esperienza a Jonathan Swift, il quale l'ha integrata con le proprie esperienze aliene per scrivere “I viaggi di Gulliver”.
Swift era infatti un alieno, come affermato in “Ritorno a Lilliput” (Martin Mystère nn. 54-55), e nella stessa opera ha quindi trasposto anche riferimenti al suo pianeta d’origine.
Per chi segue la serie web parallela dell'Amys, l'avventura a fumetti "I viaggi segreti di Jonathan Swift" approfondisce ulteriormente la figura di Jonathan Swift, conciliando la sua documentata esistenza storica e la fantasiosa ipotesi di una sua natura aliena, per giungere a una sintesi che risolve la contraddizione dando ragione a tutti.

L'albo spiega che Califerne è un luogo di cui si parla in un poema cavalleresco "minore", che ha ispirato le azioni reali del conquistatore Hernan Cortes: si tratta di "Las sergas de Esplandian", scritto nel 1510, che descrive Califerne, il regno delle amazzoni nere dove non esistono uomini.
Secondo alcune ipotesi, l'autore  Garci Rodriguez de Montalvo si sarebbe forse ispirato alla città di Califerne, menzionata nella "Chanson de Roland", dove si parla di una capitale del Nord Africa, così antica che se ne attribuiva la costruzione ai giganti.

Rolando è il famoso paladino da cui gran parte della saga di Martin Mystère ha avuto origine, grazie al memorabile “Roncisvalle”.

Secondo queste fonti, a Califerne dimorano i grifoni, che però in questo albo non compaiono. Ma dato che Astolfo, per recuperare il senno di Orlando, raggiunse la Luna cavalcando un grifone, e dato che Excalibur è ora custodita sulla Luna, e dato che Java ha compiuto un viaggio simile in metropolitana durante "Roncisvalle", e dato che i grifoni non sono estranei a questa saga sin da "Il re rosso" (Martin Mystère Gigante n.11), ci piace immaginare che esista un collegamento implicito.

Morrigan afferma che gli umani credono che la Luna sia “solo un satellite”: in quanto Dea della Luna (che in quanto tale è informata del nuovo nascondiglio di Excalibur perchè deve aver collaborato attivamente con Merlino in questa fase della storia), possiamo essere certi che sappia di cosa sta parlando.

Khalifa si ricorda dei John Dee ed Edward Kelly originali; quindi anche lei, come l'eunuco, è immortale? O entrambi vivono una vita estremamente lunga?
Il suo nome reale implica una dinastia, ed è uno degli indizi di questo albo su cui si basa un nostro articolo di approfondimento (che non avrebbe trovato spazio in questa recensione già vasta di suo) per costruire un'ipotesi sull'origine di Califerne e dei suoi abitanti, nonchè sulla natura del "danno" fisico e spirituale che Hernàn Cortès ha inspiegabilmente causato all'isola, e infine anche sul motivo per cui un semplice biancospino ha potuto porre rimedio a tutto ciò.

Il biancospino della tradizione “cristiana” di Glastonbury e del Graal pone riparo alla Desolazione arturiana, la quale si manifesta a Califerne nella forma del danno causato da Hernan Cortes, ed è auspicata dall'Annwn sin tempi del già citato "Roncisvalle".
Spathiagenesis:
la genesi delle Spade
Excalibur viene ripristinata in forma e potere, dopo tante traversie e manipolazioni, chiudendo un ciclo che ne causa quindi la rigenerazione, esattamente come accade per il ciclo dei Graal e delle Pietre collegati ad Agarthi (e gestiti quindi da Kut Humi), l'ultimo dei quali si è visto in "New York stories" (Martin Mystère nn. 182-183-184).

È singolare che Califerne possieda una tecnologia per il ripristino degli Esagoni che non è disponibile neppure in Agarthi.

Mordred è tristemente quasi simpatico, nel suo tentativo di essere galante e signorile, salvo quando viene contrariato e dà in escandescenze tipicamente infantili: come la versione mysteriana di sua madre Morgana, anche questo personaggio richiama la sua classica e odiosa versione della DC Comics.

Morgana compare con un'armatura e una maschera che richiamano la sua versione della DC Comics, peraltro già vista come avatar informatico in "La vendetta di Loki" (Martin Mystère nn. 244-245-246).

La sequenza in cui Nuada deve abbandonare il pantheon celtico per divenire il Tyr degli dei asgardiani è finalmente raccontata.
Considerando che la attendevamo dai tempi de "L'isola di ghiaccio e di fuoco", ci coglie lo sconforto: facendo i debiti scongiuri mysteriani, Recagno sarà ancora vivo quando verrà il tempo di raccontare le scene non esplicitate di questo Speciale?

Altrove dispone di uno spazio extradiensionale (forse un tesseratto) con lo stesso aspetto della famosa sala di “2001: Odissea nello spazio”, già citata almeno una volta nella serie ne “Il caso Majorana” (Martin Mystère 191-192).

Similmente a "Il cavaliere verde", di cui abbiamo detto essere il seguito diretto, "Le ombre di Camelot" propone l'elemento di una persona posseduta che prende il controllo della Base di Altrove (in questo caso è Tower posseduto da Merlino; nell'altro caso era un archeologo dell'MI5 posseduto da Morgana), di un antico manufatto introdotto nella Base per scopi reconditi (le Sfere di Merlino adesso, e la pietra Ogham allora), e infine della presenza remota di Morgana, che non entra mai in scena direttamente ma influenza gli eventi di tutta la narrazione.

C'è la possibilità che Chris Tower abbia volutamente permesso a Merlino di possederlo, accettando di partecipare al piano del Mago per sventare la minaccia di Morderd e recuperare l'Excalibur.


LA STORIA SECONDARIA

"Alla rovescia"
Testi di Alfredo Castelli.
Arte di Alfredo Orlandi

Per la serie “tagliare i costi per compensare il calo delle vendite”, ciò che fu l’albetto allegato e che ora fa parte integrante dell’albo (ma è stampato capovolto) propone le solite argute tavole di raccordo con cui si tenta di unire tematicamente le ristampe di fumetti proposti anni prima per qualche particolare evento o località. A Castelli bisogna riconoscere di aver fatto i salti mortali, per convincerci che le tre storie qui ristampate presentino tutte un argomento “alla rovescia”.

- “L'ospite invisibile” (stesso artista)

Storia dedicata all’Università di Padova e al tema dell’Europa (uno spirito che ha ispirato i quaranta grandi studiosi del continente, giunti almeno una volta a Pavia nelle loro vite). Non è una ristampa integrale, ma rimaneggiata.

- “Gli eroi dei due (o tre) mondi”
Arte di Fagarazzi, Filippucci e Peroni

Un bizzarro e buffonesco incontro con Zio Boris, e con Enrico Beruschi, che si conclude con un ribaltamento di prospettiva. Non è una ristampa integrale, ma rimaneggiata.

- “La danza dell'oscurità” (stesso artista)

Storia tristemente già ristampata nel non-albetto di Speciale Martin Mystère n.30.